lunedì 13 maggio 2013

Confessions

Nakashima Tetsuya

Abbiamo conosciuto Nakashima Tetsuya quando il bellissimo Kamikaze Girls (che però non era la sua opera prima) è stato proiettato al Far East Film Festival 2005. Narrava dell'imprevista amicizia fra due ragazze giapponesi diversissime: Ichigo è un maschiaccio motociclista, Momoko una seguace estrema di quella moda fancy, tutta pizzi, merletti, cuffiette, in cui le giovanissime esprimono l'ideale giapponese del kawaii (carino).
In seguito nel notevole Memories of Matsuko (Far East Film 2007) dopo l'assassinio di una barbona ex prostituta si ricompongono retrospettivamente i tasselli della sua vita. La fine rivela che a ucciderla senza motivo è stato un branco di ragazzini annoiati.
Dopo Paco to maho no ehon, una sorta di fiaba nera, è arrivato lo sconvolgente Confessions. Anch'esso presentato al Far East Film (2011), esce ora nelle sale italiane, distribuito dalla sempre meritoria Tucker Film. E' un film molto più cupo, anche visivamente, rispetto allo stile flamboyant cui ci ha abituati il regista giapponese, ma non è difficile vedervi i tratti tipici di Nakashima: sul piano narrativo, una tendenza a partire da un punto avanzato per “ricostruire” all'indietro la storia; sul piano del contenuto, una visione angosciata della gioventù giapponese e sull'assenza della famiglia (“Addio, inutile padre”, pensa Momoko quando crede di morire all'inizio di Kamikaze Girls).
In Confessions la noia spinge due ragazzi del liceo alla crudeltà senza scopo a uccidere una bambina, figlia della loro insegnante. Adolescenti che hanno perso le basi morali minime in una civiltà in caduta libera perché ha spinto il garantismo fino all'autodistruzione: tanto, pensano i due (citando un caso realmente accaduto), i minori non sono legalmente responsabili.
Così la madre della bambina assassinata si fa giustizia da sola. In una sequenza a inizio film, potente e claustrofobica, che inizia in tono quasi di comedy ma assume subito un'intollerabile drammaticità, ella confessa in un lungo monologo il suo dramma alla classe indifferente - e approfitta di un'iniziativa di eduzione alimentare, l'offerta di latte agli allievi, per convincere i due assassini di avere contaminato il loro latte col virus dell'AIDS.
Scandito in capitoli intitolati “La confessione di...”, il film racconta il processo di autodistruzione dei due colpevoli terrorizzati, passando da un punto di vista all'altro come un Rashomon morale. Dico morale perché qui la costruzione a tasselli non serve tanto a definire l'accaduto quanto l'universo morale dei vari personaggi: la madre di uno dei due che difende ciecamente il figlio, una fidanzata piena di illusioni romantiche, i due assassini stessi, per i quali si possono evocare i due estremi concomitanti del comportamento nazista: il superomismo nella ferocia del primo, la “banalità del male” nell'acquiescenza del secondo.
Confessions è una impietosa riflessione sul male e la reazione, un impietoso esame della colpa, un Delitto e castigo senza sbocchi. Forse si avverte in alcuni passaggi una certa tendenza alla costruzione dimostrativa; ma non più, diciamo, che ne Il diavolo probabilmente... di Bresson. Nakashima ha il coraggio di porre il tema della giustizia, di veder compiere la vendetta - anche se essa lascerà un sapore di cenere. Così Confessions non è solo un grande film ma uno dei pochi esempi di cinema etico degli ultimi tempi.

* già pubblicato parzialmente su Paper Street (www.paperstreet.it), 2011

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