domenica 1 febbraio 2026

"Una storia scomoda"

 Antonio Caiazza

L’anno scorso ha circolato nelle migliori sale un (bel) film del 1983: “Il generale dell’armata morta”, unica regia del direttore della fotografia Luciano Tovoli, che parla di una missione italiana per recuperare i resti dei soldati morti durante la guerra d’Albania. (Nota: se qualcuno è interessato alla mia recensione, si può trovare in questo blog). Il film Questo ritorno in sala è stato propiziato dall’uscita nel settembre 2025 del libro di Antonio Caziazza “Una storia scomoda. La guerra segreta al film con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo” (Bibliotheka Edizioni, Roma, pp. 179, E. 16.00).
Proprio di guerra segreta, si trattò; guerra tragicomica, e senza morti, visto che non ne rimase vittima neppure il film, che Tovoli, non potendolo girare in Albania, girò in Abruzzo. Semmai la cosa peggiore accadde dopo: “Il generale...”, che era interpretato da Marcello Mastroianni, Michel Piccoli e Anouk Aimée, fu un successo in Francia ma praticamente non fu distribuito in Italia. Tanto più è un bene che l’uscita del libro lo abbia tirato fuori dagli scaffali.
Cos’era successo? In sintesi, seguendo la puntuale esposizione di Caiazza: in Italia si erano fatti molti film contro il fascismo ma i vari governi italiani, a guida democristiana, non accettavano l’idea che si parlasse criticamente dell’esercito italiano nelle guerre fasciste e coloniali. Ne era rimasto vittima, caso famoso, il progetto del film “L’armata s’agapò” nel 1953, di Renzi e Aristarco (che furono messi in galera), e ancora nel 1982 fu vietata la diffusione del film libico “Il leone del deserto” di Mustafa Akkad. Alla notizia di una produzione franco-italiana che voleva girare in Albania un film da “Il generale dell’armata morta”, romanzo di Ismail Kadarè (il più noto scritto albanese), l’ambasciatore italiano a Tirana, G. Paolo Tozzoli, diede di matto e scrisse una lettera allarmatissima al nostro ministro degli Esteri. Fatto sta che il governo albanese, dopo un periodo di gelo e dopo un recente incidente incidente diplomatico, non aveva alcuna voglia di scontentare il vicino italiano, col quale contava di fare dei passi di ravvicinamento. D’altra parte era attraente il progetto di un film che portasse in primo piano (così desideravano le alte sfere) la guerra e la resistenza albanese e l’Albania moderna, facendosi illudere da vaghe promesse in risposta alle loro proposte di modifica della sceneggiatura in stile realismo socialista (e prendendo per vicinanza politica il bla bla radical chic di Mastroianni, in un rapporto scritto dopo un incontro).
Com’è tipico di una dittatura, incapaci di fare una scelta netta, le alte sfere albanesi si barcamenarono nel modo più ridicolo possibile (con in mezzo Ismail Kadarè che insisteva, rispettoso come un maggiordomo inglese ma insistente come un tafano). Questo tira e molla durò anni! Alla fine, come scrive Caiazza, “in una trama di silenzi e complicità si mette in moto un meccanismo che, senza mai dire ‘andatevene’, cercherà di indurre Piccoli e Tovoli a lasciar perdere: le relazioni con l’Italia e con la Francia valevano ben più di un film”. E finalmente, i membri francesi della troupe, in Albania per le ultime incombenze prima delle riprese, furono messi sull’aereo e rimandati a casa – con la scusa che i camion militari promessi servivano per la raccolta delle mele. Ma Tovoli convinse lo scoraggiato e incazzato Piccoli a girare “Il generale…” in Abruzzo – risultando il vincitore morale della contesa.
Quanto sopra è solo lo scheletro di una faccenda complicatissima, della quale Antonio Caiazza produce una relazione di estrema acribia, precisa e (“absit iniuria verbo”) avvocatesca, zeppa di documenti, lettere e relazioni. Questo è il primo aspetto del libro. Il secondo aspetto è la possibilità di leggerlo come un romanzo grottesco – i testi originali contenuti sembrano inventati, per fare nomi alti, da Arbasino per il versante italiano (la prima lettera dell’ambasciatore Tozzoli è memorabile) e da un Zoščenko di cattivo umore per il versante albanese (dove, sotto la comicità della commedia, si ha sempre l’impressione di sentire l’odore del sangue).

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