Kleber Mendonça Filho
Fra
thriller
e film politico: gli
orrori della dittatura militare in Brasile degli
anni Settanta – con
poliziotti
e
affini
impegnati
in assassinii sia
politici
sia
comuni – danno
origine al
discreto
film brasiliano L’agente segreto
di
Kleber
Mendonça Filho. Il
protagonista
Marcelo
(il
vero
nome è
Armando)
è
un ex
ricercatore
universitario, vedovo,
in fuga dalla
persecuzione di un industriale criminoso potentissimo, che
con false accuse gli ha messo contro la polizia federale.
Marcelo
(interpretato da Wagner Moura, premio per la miglior interpretazione
maschile al festival di Cannes) si
nasconde a
Recife in attesa di procurarsi un passaporto falso per espatriare. È
andato a Recife per
vedere il figlio bambino Fernando, affidato ai nonni materni, che
vuole portare con sé. Ma
l’industriale gli
ha scatenato contro due killer.
L’agente
segreto
ha
un inizio
eccellente.
Marcelo
si ferma a far
benzina a un
distributore in mezzo al
nulla e c’è lì un
morto ammazzato con i piedi nudi che
sporgono fuori
dal
cartone che lo copre. È
lì da giorni, perché la polizia non ha tempo (è il sanguinoso
periodo del Carnevale) di venirlo a prendere,
e
attira le mosche e i cani randagi. Il
naturalismo come sempre costeggia il grottesco; e il film è,
appunto,
attraversato
da una
componente
di grottesco che è forse il
suo elemento più originale: dal
gatto a due teste al
grande squalo dal cui ventre squarciato
da cui emerge una gamba umana, che
viene tirata fuori pian piano con le mani.
Un grottesco, peraltro,
radicato
nel reale. Infatti un
momento in cui il film se ne allontana per gettarsi nella pura
visione fantastica – la scena della gamba mozzata
che si muove da sola e
attacca a calci un parco di gay –
appare
forzato.
Nella
proliferazione di personaggi ed episodi, il film segue anche la
quotidianità degli assassini. Mentre i giornali danno il resoconto
dei morti del Carnevale, il paese vive in un mainstream di terrore
che passa sopra la testa della gente abituata a far finta di nulla
finché non la colpisce – come nel caso del vecchio tedesco (Udo
Kier), che un commissario corrotto per abitudine costringe a mostrare
le grandi cicatrici ai suoi amici; il bello è che crede sia un ex
soldato nazista e non sa che è ebreo. Anche nell’apertura sopra
citata, il grottesco visuale si muta in tensione quando si avvicinano
due poliziotti (uno ha una macchia di sangue sulla giungla) che
controllano l’auto e poi chiedono soldi, in una grande scena di
minaccia implicita. In una parola, ne L’agente segreto si fondono –
non sempre così felicemente – realismo e barocco. Ad esempio,
l’ordine dell’industriale ai killer di fare “un buco in bocca”
a Marcelo/Armando viene unito in montaggio al dettaglio della bocca spalancata di Marcelo dalla dentista. Una delle molte linee
secondarie che attraversano il film è la figura dello squalo: il
bambino, Fernando, è ossessionato dagli squali e insiste per andare
a vedere il film di Spielberg, uscito allora, anche se già il poster
gli ha fatto venire gli incubi.
In
ultima analisi, pur non privo di meriti, L’agente segreto si
potrebbe definire, per metafora, la traduzione in portoghese
brasiliano del proverbio “Il meglio è nemico del bene”. Il
regista-sceneggiatore aveva a disposizione una storia emozionante
entro un quadro storico-politico agghiacciante. Ci ha inserito una
quantità di tracce, suggestioni, personaggi, divagazioni e
variazioni (anche stilistiche) – compresa una cornice contemporanea
che non serve a niente se non a condurre lo spettatore a un finale al
giorno d’oggi, peraltro poco plausibile. Il risultato è un film –
paradossalmente – teso e allo stesso tempo alquanto faticoso, un
po’ gonfio. Sul tema della vita brasiliana sotto la dittatura era
superiore il recente Io sono ancora qui di Walter Salles.

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