sabato 31 gennaio 2026

L'agente segreto

Kleber Mendonça Filho

Fra thriller e film politico: gli orrori della dittatura militare in Brasile degli anni Settanta – con poliziotti e affini impegnati in assassinii sia politici sia comuni – danno origine al discreto film brasiliano L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho. Il protagonista Marcelo (il vero nome è Armando) è un ex ricercatore universitario, vedovo, in fuga dalla persecuzione di un industriale criminoso potentissimo, che con false accuse gli ha messo contro la polizia federale. Marcelo (interpretato da Wagner Moura, premio per la miglior interpretazione maschile al festival di Cannes) si nasconde a Recife in attesa di procurarsi un passaporto falso per espatriare. È andato a Recife per vedere il figlio bambino Fernando, affidato ai nonni materni, che vuole portare con sé. Ma l’industriale gli ha scatenato contro due killer.
L’agente segreto ha un inizio eccellente. Marcelo si ferma a far benzina a un distributore in mezzo al nulla e c’è lì un morto ammazzato con i piedi nudi che sporgono fuori dal cartone che lo copre. È lì da giorni, perché la polizia non ha tempo (è il sanguinoso periodo del Carnevale) di venirlo a prendere, e attira le mosche e i cani randagi. Il naturalismo come sempre costeggia il grottesco; e il film è, appunto, attraversato da una componente di grottesco che è forse il suo elemento più originale: dal gatto a due teste al grande squalo dal cui ventre squarciato da cui emerge una gamba umana, che viene tirata fuori pian piano con le mani. Un grottesco, peraltro, radicato nel reale. Infatti un momento in cui il film se ne allontana per gettarsi nella pura visione fantastica – la scena della gamba mozzata che si muove da sola e attacca a calci un parco di gay appare forzato.
Nella proliferazione di personaggi ed episodi, il film segue anche la quotidianità degli assassini. Mentre i giornali danno il resoconto dei morti del Carnevale, il paese vive in un mainstream di terrore che passa sopra la testa della gente abituata a far finta di nulla finché non la colpisce – come nel caso del vecchio tedesco (Udo Kier), che un commissario corrotto per abitudine costringe a mostrare le grandi cicatrici ai suoi amici; il bello è che crede sia un ex soldato nazista e non sa che è ebreo. Anche nell’apertura sopra citata, il grottesco visuale si muta in tensione quando si avvicinano due poliziotti (uno ha una macchia di sangue sulla giungla) che controllano l’auto e poi chiedono soldi, in una grande scena di minaccia implicita. In una parola, ne L’agente segreto si fondono – non sempre così felicemente – realismo e barocco. Ad esempio, l’ordine dell’industriale ai killer di fare “un buco in bocca” a Marcelo/Armando viene unito in montaggio al dettaglio della bocca spalancata di Marcelo dalla dentista. Una delle molte linee secondarie che attraversano il film è la figura dello squalo: il bambino, Fernando, è ossessionato dagli squali e insiste per andare a vedere il film di Spielberg, uscito allora, anche se già il poster gli ha fatto venire gli incubi.
In ultima analisi, pur non privo di meriti, L’agente segreto si potrebbe definire, per metafora, la traduzione in portoghese brasiliano del proverbio “Il meglio è nemico del bene”. Il regista-sceneggiatore aveva a disposizione una storia emozionante entro un quadro storico-politico agghiacciante. Ci ha inserito una quantità di tracce, suggestioni, personaggi, divagazioni e variazioni (anche stilistiche) – compresa una cornice contemporanea che non serve a niente se non a condurre lo spettatore a un finale al giorno d’oggi, peraltro poco plausibile. Il risultato è un film – paradossalmente – teso e allo stesso tempo alquanto faticoso, un po’ gonfio. Sul tema della vita brasiliana sotto la dittatura era superiore il recente Io sono ancora qui di Walter Salles.

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