Antonio Caiazza
L’anno
scorso ha
circolato nelle migliori sale
un (bel) film
del 1983:
“Il generale dell’armata morta”, unica
regia del direttore della
fotografia Luciano Tovoli, che
parla di una missione italiana per recuperare i resti dei soldati
morti durante la guerra d’Albania. (Nota:
se qualcuno è interessato
alla mia recensione, si può
trovare in questo blog). Il
film Questo ritorno in sala
è stato propiziato dall’uscita nel
settembre 2025 del libro di
Antonio Caziazza “Una
storia scomoda. La guerra segreta al film con Mastroianni sugli
italiani in Albania negli anni del fascismo” (Bibliotheka Edizioni,
Roma, pp. 179, E. 16.00).
Proprio
di guerra segreta, si trattò; guerra tragicomica, e
senza morti, visto che non ne
rimase vittima neppure il film, che Tovoli, non potendolo girare in
Albania, girò in Abruzzo. Semmai
la cosa peggiore accadde
dopo: “Il generale...”, che era interpretato da Marcello
Mastroianni, Michel Piccoli e Anouk Aimée, fu un successo in Francia
ma praticamente non fu distribuito in Italia. Tanto più è un bene
che l’uscita del libro lo abbia tirato fuori dagli scaffali.
Cos’era
successo? In sintesi, seguendo la
puntuale esposizione di Caiazza: in Italia si erano fatti molti film
contro il fascismo ma i vari governi italiani, a
guida democristiana, non
accettavano l’idea che si parlasse criticamente dell’esercito
italiano nelle guerre fasciste
e coloniali. Ne era rimasto
vittima, caso famoso, il progetto del film “L’armata s’agapò”
nel 1953, di Renzi e Aristarco (che furono messi in galera), e ancora
nel 1982 fu vietata la diffusione del film libico “Il leone del
deserto” di Mustafa Akkad. Alla notizia di una produzione
franco-italiana che voleva girare in Albania un film da “Il
generale dell’armata morta”, romanzo di Ismail Kadarè (il più
noto scritto albanese), l’ambasciatore italiano a Tirana, G. Paolo
Tozzoli, diede di matto e scrisse una lettera allarmatissima al
nostro ministro degli Esteri. Fatto sta che il
governo albanese,
dopo un periodo di gelo e
dopo un recente incidente
incidente diplomatico, non
aveva alcuna voglia di scontentare il vicino italiano, col quale
contava di fare dei passi di ravvicinamento. D’altra parte era
attraente il progetto di un film che portasse in primo piano (così
desideravano le alte sfere) la guerra e la resistenza albanese e
l’Albania moderna, facendosi
illudere da vaghe promesse in
risposta alle loro proposte
di modifica della
sceneggiatura in stile
realismo socialista (e prendendo per vicinanza
politica il bla bla radical
chic di Mastroianni, in un rapporto scritto
dopo un incontro).
Com’è
tipico di una dittatura, incapaci di fare una scelta netta, le alte
sfere albanesi si barcamenarono nel modo più ridicolo possibile (con
in mezzo Ismail Kadarè che insisteva, rispettoso come un maggiordomo
inglese ma insistente come un tafano). Questo tira e molla durò
anni! Alla fine, come scrive Caiazza, “in una trama di silenzi e
complicità si mette in moto un meccanismo che, senza mai dire
‘andatevene’, cercherà di indurre Piccoli e Tovoli a lasciar
perdere: le relazioni con l’Italia e con la Francia valevano ben
più di un film”. E finalmente, i membri francesi della troupe, in
Albania per le ultime incombenze prima delle riprese, furono messi
sull’aereo e rimandati a casa – con la scusa che i camion
militari promessi servivano per la raccolta delle mele. Ma Tovoli
convinse lo scoraggiato e incazzato Piccoli a girare “Il generale…”
in Abruzzo – risultando il vincitore morale della contesa.
Quanto
sopra è solo lo scheletro di una faccenda complicatissima, della
quale Antonio Caiazza produce una relazione di estrema acribia,
precisa e (“absit iniuria verbo”) avvocatesca, zeppa di
documenti, lettere e relazioni. Questo è il primo aspetto del libro.
Il secondo aspetto è la possibilità di leggerlo come un romanzo
grottesco – i testi originali contenuti sembrano inventati, per
fare nomi alti, da Arbasino per il versante italiano (la prima
lettera dell’ambasciatore Tozzoli è memorabile) e da un Zoščenko
di cattivo umore per il versante albanese (dove, sotto la comicità
della commedia, si ha sempre l’impressione di sentire l’odore del
sangue).
