Jafar Panahi
Il
grande regista iraniano Jafar Panahi fa un cinema eminentemente
morale – che non significa
“cinema col messaggio”, come molti credono specialmente in
Italia, bensì cinema che ti mette prepotentemente di fronte a un
problema morale. In
Un semplice incidente
– film potente, che ha
vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes 2025 – Panahi
pone
un problema
morale che si squaderna e si
moltiplica (è una spiacevole caratteristica della morale, questa. Non ama le linee facili).
All’inizio,
un uomo
accigliato in
auto con la figlioletta e la
moglie incinta investe un cane, con
disperazione della bambina.
«Quello
che deve succedere succede; c’è sicuramente un motivo per cui Dio
lo ha messo sul nostro cammino»,
commenta con rassegnato fatalismo la moglie. È
più vero di quanto pensino! La
macchina ha un guasto; in officina il meccanico Vahid riconosce dalla
voce dell’uomo, che zoppica, e dal cigolio della sua protesi,
Eghbal detto “Gambalesta”,
il seviziatore zoppo che ha torturato
lui e
altri sventurati, bendati,
nelle carceri dell’infame
regime iraniano. Là i
torturatori violentano le ragazze perché, in base alle loro credenze
primitive, se muoiono vergini vanno in paradiso, mentre loro vogliono
condannarle all’inferno.
Scoperto
dove abita, lo rapisce e
scava una buca nel deserto
per seppellirlo vivo. Ma ecco il
dubbio: quell’uomo legato e
bendato, che
protesta disperatamente la sua innocenza, è proprio Eghbal?
L’onesto Vahid
non vuole ucciderlo se
non è sicuro. Così
raduna un gruppo di persone che sono state torturate per una sorta di
grottesco consulto (non
per nulla nel film viene
menzionato
en passant Beckett)
all’interno del furgone
dove giace narcotizzato il possibile torturatore. Nella
suspense continua, che non
sarebbe esagerato definire da thriller,
c’è un momento di terribile umorismo dell’assurdo quando il
furgone finisce la benzina e il gruppo deve scendere per spingere, compresa la ragazza in abito
da sposa.
Il
primo problema morale di Un
semplice incidente è
lo stesso di un film (minore)
di Roman Polanski, La morte e la
fanciulla: il rischio di colpire
un innocente per uno scambio di persona. S’incrocia
con quello, posto da alcuni
degli ex torturati, della liceità etica
di uccidere così.
Un altro problema aggiuntivo
riguarda la famiglia del colpevole. La
narrazione di Panahi
intreccia
l’analisi dei caratteri (con
magnifici attori), il
dibattito morale e
naturalmente l’ansietà
materiale per il crimine che stanno compiendo, in
questo
paese dittatoriale
ma, come vediamo,
basato sulla corruzione – e
così costruisce
nel film
una tensione addirittura
dolorosa. Jafar Panahi
qui non è metacinematografico come in altri casi (Taxi
Teheran, Tre volti, Gli
orsi non esistono) ma
semplice e diretto come una lama nella carne.

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