domenica 9 novembre 2025

Un semplice incidente

Jafar Panahi

Il grande regista iraniano Jafar Panahi fa un cinema eminentemente morale – che non significa “cinema col messaggio”, come molti credono specialmente in Italia, bensì cinema che ti mette prepotentemente di fronte a un problema morale. In Un semplice incidente – film potente, che ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes 2025 – Panahi pone un problema morale che si squaderna e si moltiplica (è una spiacevole caratteristica della morale, questa. Non ama le linee facili).
All’inizio, un uomo accigliato in auto con la figlioletta e la moglie incinta investe un cane, con disperazione della bambina. «Quello che deve succedere succede; c’è sicuramente un motivo per cui Dio lo ha messo sul nostro cammino», commenta con rassegnato fatalismo la moglie. È più vero di quanto pensino! La macchina ha un guasto; in officina il meccanico Vahid riconosce dalla voce dell’uomo, che zoppica, e dal cigolio della sua protesi, Eghbal detto “Gambalesta”, il seviziatore zoppo che ha torturato lui e altri sventurati, bendati, nelle carceri dell’infame regime iraniano. Là i torturatori violentano le ragazze perché, in base alle loro credenze primitive, se muoiono vergini vanno in paradiso, mentre loro vogliono condannarle all’inferno.
Scoperto dove abita, lo rapisce e scava una buca nel deserto per seppellirlo vivo. Ma ecco il dubbio: quell’uomo legato e bendato, che protesta disperatamente la sua innocenza, è proprio Eghbal? L’onesto Vahid non vuole ucciderlo se non è sicuro. Così raduna un gruppo di persone che sono state torturate per una sorta di grottesco consulto (non per nulla nel film viene menzionato en passant Beckett) all’interno del furgone dove giace narcotizzato il possibile torturatore. Nella suspense continua, che non sarebbe esagerato definire da thriller, c’è un momento di terribile umorismo dell’assurdo quando il furgone finisce la benzina e il gruppo deve scendere per spingere, compresa la ragazza in abito da sposa.
Il primo problema morale di Un semplice incidente è lo stesso di un film (minore) di Roman Polanski, La morte e la fanciulla: il rischio di colpire un innocente per uno scambio di persona. S’incrocia con quello, posto da alcuni degli ex torturati, della liceità etica di uccidere così. Un altro problema aggiuntivo riguarda la famiglia del colpevole. La narrazione di Panahi intreccia l’analisi dei caratteri (con magnifici attori), il dibattito morale e naturalmente l’ansietà materiale per il crimine che stanno compiendo, in questo paese dittatoriale ma, come vediamo, basato sulla corruzione – e così costruisce nel film una tensione addirittura dolorosa. Jafar Panahi qui non è metacinematografico come in altri casi (Taxi Teheran, Tre volti, Gli orsi non esistono) ma semplice e diretto come una lama nella carne.


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