Uwe Boll
Proprio come i vestiti, il cinema dell’orrore segue le mode di stagione, solo che le “stagioni” sono più lunghe e irregolari; quindi non è fuor di luogo annotare che sugli schermi, negli ultimi anni, si portano molto i morti viventi.
Un autentico revival: gli zombi erano quasi scomparsi dalla circolazione, dopo la grande febbre originata dagli insuperati capolavori di George A. Romero (“La notte dei morti viventi”, 1968, “Zombi”, 1978, “Il giorno degli zombi”, 1985), ma negli ultimi anni abbiamo visto arrivare “Resident Evil” di Paul W.S. Anderson, “28 giorni dopo” di Danny Boyle, “L’alba dei morti viventi” di Zack Snyder e ora il pessimo “House of the Dead”, una produzione americano-canadese-tedesca del 2003 diretta dal teutonico Owe Boll.
Un’osservazione interessante per gli studiosi della specie: quasi tutti questi film recenti modernizzano la concezione di Romero introducendo degli zombi velocissimi. I lenti, barcollanti cadaveri ambulanti di Romero (la cui “allure” imbambolata richiama lontani film dell’orrore sul voodoo come “White Zombie”, 1932, di Victor Halperin) sono diventati creature che per dare sfogo alla propria natura cannibalistica ti corrono addosso come tigri.
Uno dei motivi del ritorno in forze degli zombi nello scendere e salire del borsino dei sottogeneri è che diversi videogiochi si basano appunto sui morti viventi, e oggigiorno dai videogiochi vengono tratti sempre più film. Come “House of the Dead”, tratto dall’omonimo videogioco SEGA, come avvertono i titoli di testa, che enfatizza al massimo la sua origine inserendone nel racconto brani del videogioco stesso, senza la minima giustificazione diegetica (ovvero, inerente al racconto stesso). Per esempio: quando i protagonisti - in una scena che è un topos classico dei film di zombi - si fanno strada sparando ai morti viventi che li circondano, la sequenza è inframmezzata di immagini del videogioco, con tanto di scritte come “Replay”. Merita ribadire che la presenza di questi frammenti non dipende da alcuna logica interna al racconto (metti: un personaggio che gioca) ma solo da un’analogia di situazione. Il loro unico scopo è di richiamare la fonte; in tal senso, sono l’equivalente dello striscione con la scritta SEGA esibito (qui siamo interni al racconto, ma ancora senza giustificazione narrativa) al rave party che vediamo nel film.
Questo attacco alla logica narrativa potrebbe essere l’unico tenue titolo di “House of the Dead” alla fama (se poi la fama non sia quella di Erostrato, si può discutere). Si tratta di un sottoprodotto di infimo ordine, l’incontro tra una regia dilettantesca e una sceneggiatura (di Mark Altman e Dave Parker) di demenziale stupidità. Il film non possiede la minima capacità di costruire la suspense, né sa costruire in generale il racconto; i “non sequitur”, le inconsistenze, i buchi logici, le carenze di plausibilità psicologica di personaggi e comportamenti, sono vertiginosi. Lo sviluppo canonico dei film di zombi è seguito in maniera allo stesso tempo meccanica e dilettantesca (i tempi sono tutti sbagliati).
Forse per nascondere carenze nel trucco, fino alla fine non c’è neppure uno sguardo stabile sulla mostruosità degli zombi (pensate per converso alla solennità orrificata e affascinata di Romero). L’azione è tediosa; particolarmente brutti alcuni artifici visuali - oltretutto, mal realizzati - alla “Matrix”. Neanche dirlo, il dialogo fra questi personaggi-pupazzi è di insostenibile scemenza. Una vaga ambizione di renderlo spiritoso lo costella di richiami “citazionistici” dozzinali (l’eventuale spettatore deve aspettarsi l’unico buono all’entrata in scena di Jurgen Prochnow).
Che “House of the Dead” esca sul grande schermo mentre per esempio non ci è mai arrivato, a proposito di zombi, il grande “Return of the Living Dead III” di Brian Yuzna (1993) è un altro motivo (oltre ai titoli che mettono!) che autorizza a sospettare dell’intelligenza dei distributori italiani.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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