Chloé Zhao
Ben
interpretato da Paul Mescal e ancor più da Jessie Buckley, Hamnet di
Chloé Zhao è tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell
(uscito in Italia col titolo Nel nome del figlio. Hamnet) che
presenta una versione immaginaria della vita di Shakespeare.
A
Stratford il giovane Will è apprendista guantaio e aspirante
scrittore. Incontra Agnes nella foresta e si innamora di lei; i due
si sposano e hanno tre figli, Susannah e poi i gemelli Judith e
Hamnet. L’ambizione porta Will a Londra, dove lavora per il teatro;
ma mentre è via il piccolo Hamnet muore di peste (questo è storico), e l’assenza del
padre in questo momento provoca l’estraneazione di sua moglie. Una
rottura che si ricomporrà alla fine del film quando Agnes nella sua
prima visita a Londra assiste al Globe alla rappresentazione di
Hamlet, dove Will Shakespeare interpreta il fantasma del padre di
Amleto (uno dei pochi fatti storici che possediamo sulla
sua carriera di attore) – e vede che Shakespeare ha trasposto il
loro dolore nella storia.
Trattandosi
di un’opera di fantasia, che mischia fatti autentici e immaginari,
sarebbe ingiusto menzionare la mancanza di somiglianza fisica tra
Paul Mescal e il vero Shakespeare (che del resto viene enunciato per
nome solo verso la fine; ma chi sia, lo si capisce subito). A tratti
un po’ pomposo (quante inquadrature dall’alto!), il film è
convincente, a onta di un XVI secolo troppo pulito, con leggeri
anacronismi, come i denti bianchi e perfetti, in strano contrasto con
le unghie giustamente sporche.
Ancora
una leggera aria di anacronismo si ha nella scena, intensa e
commovente, della recita al Globe: nel modo realistico-psicologico
di recitare (senza entrare nella vexata quaestio della messa in scena
elisabettiana) e nel silenzio “teatrale” del pubblico. Comunque
il film coglie con intelligenza un aspetto fondamentale, quando
Hamnet bambino dice al padre che da grande vuol fare l’attore e
fare duelli in scena – “Sarà uno scontro terribile e tutti
quelli che guarderanno saranno spaventati a morte” – e, nella
stessa logica, nel duello del quinto atto dell’Amleto che vediamo
nel finale del film; è vero che in quei tempi senza cinema e tv la
messinscena teatrale aveva un impatto assai più forte dell’oggi, e
quindi i numerosi momenti in Shakespeare in cui le istruzioni
sceniche dicono semplicemente “combattono” dovevano implicare un
combattimento spettacolare e non ritualizzato come nel presente.
Il
piacere della visione sta in buona parte nel rintracciare le
anticipazioni letterarie enunciate prima che le opere siano state
scritte. Per esempio, in una bella scena Will racconta a
un’affascinata Agnes la storia di Orfeo ed Euridice e la conclude
con la frase “Il resto è silenzio” (destinate a essere le ultime
parole di Amleto). In un’altra bella scena, i figli bambini di
Will, per fare una sorpresa al padre, inscenano una rappresentazione
casalinga (con buffi ma efficaci costumi da streghe) dell’inizio
del Macbeth, e siamo molti anni prima che re Giacomo salisse al
trono.
Andando
un po’ più in là, possiamo citare tutto lo sviluppo su Hamnet e
Judith, che sono gemelli – storico – e perfettamente
identici; amano scambiarsi i vestiti per farsi confondere tra loro
(peccato che il film non renda perfettamente la somiglianza), cosa
che avrà un inatteso e tetro svolgimento di sapore magico. Tutto
questo ci ricorda come nell’opera di Shakespeare siano molto
importanti le figure doppie, le somiglianze, i travestimenti
donna/uomo (inutile ricordare che, come tutti sanno, nel teatro
elisabettiano le parti femminili erano interpretate da ragazzi), gli
scambi di identità.
Al
di là del gioco letterario, il lato migliore del film è la
descrizione di un’Inghilterra ancora magica e pagana sotto la
vernice di cristianesimo. Alla base dell’invenzione sta la moglie
di Shakespeare: al posto della borghese Anne Hathaway della realtà
storica troviamo Agnes che viene dalla foresta ed è l’ultima di
una stirpe di “donne sagge”, come venivano chiamate – le cui
conoscenze non erano tanto un antenato dell’erboristeria di oggi
quanto una sorta di magia naturalis che univa la conoscenza
pragmatica degli effetti delle erbe al loro significato simbolico. Le
sue poetiche “lezioni”, fra scienza popolare e incantesimo, sul
potere delle erbe (memorabile la formula sull’artemisia) sono
affascinanti. Ci fanno anche capire e sentire meglio l’opera del
Bardo, a partire dall’incantato monologo sulle erbe di Ofelia
impazzita.
Tutta
la campagna e la foresta vibrano di un afflato oggi perduto; sul
falco morto si fa una magia per augurargli buon viaggio; partorire in
casa non è la stessa cosa che partorire fra gli amici alberi; le api
sono spaventate perché “sentono” nell’aria l’arrivo
imminente della peste. In questo mondo non fa meraviglia che nei
flashback si aggiunga all’aspetto psicologico e narrativo un che di
arcano, né che la morte di Hamnet sia accompagnata da immagini
fantastiche, in realtà premonitorie della messa in scena futura.
La
seconda ora del film è la migliore; è assai convincente l’abilità
con cui tutta la costruzione del plot sfocia nella rappresentazione
dell’Amleto al Globe, da cui Agnes, dapprima scettica, è
profondamente colpita. Il morto Hamnet rivive in Hamlet: il teatro è
il modo che abbiamo di mettere in scena (ri-raccontare) il nostro
dolore e così superarlo, o in termini moderni elaborare il lutto;
solo dopo questo superamento Hamnet può allontanarsi nel buio del
ricordo.

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