venerdì 17 novembre 2023

Misericordia

Emma Dante

Ecco l’aggettivo adatto per il nuovo film di Emma Dante: tellurico. Film potente per immediatezza e forza della visione, Misericordia è tratto da una sua opera teatrale ma trasforma l'elemento astratto/evocativo del teatro nel paesaggio concreto del cinema: il mare, la montagna, i campi giallastri, la cava di marmo (l’eccellente fotografia è di Clarissa Cappellani).
In un borgo sul mare, vive in casupole poverissime una comunità prevalentemente femminile. E’ un luogo di prostituzione su cui regna il bestiale Polifemo (ha un occhio solo); gli uomini sono per lo più sfruttatori: il magnaccia e i “clienti”. Qui Emma Dante parla del dolore e della resistenza delle donne. Fra litigi e rappacificazioni volano sorrisi segreti e motti d’intesa. C’è un'inquadratura assai bella in cui tutte le donne, immobili, guardano in silenzio verso l’obiettivo.
A inizio film, il protagonista Arturo è neonato quando sua madre viene uccisa. Con un abile uso del gesto di girare su se stesso nel montaggio di Benni Atria siamo trasportati all'Arturo cresciuto (Simone Zambelli), un giovane mentalmente disturbato, amico delle pecore e dei bambini. Vive sull’isola protetto da due donne che l’hanno allevato, Nuccia e Betta, “zie” e madri sostitutive, più Anna, una giovane prostituta appena arrivata (la scena in cui lo sorreggono dopo una crisi epilettica è reminiscente di molte Pietà), che lo difendono dall’odio di Polifemo.
Ma ritorniamo all'apertura: la mano della madre che si aggrappa alla roccia, come a passarle la vita del figlio, e il crollo di pietre dalla montagna, che precedono la ripresa subacquea del corpo in mare, si legano all’inquadratura del neonato in una nicchia fra le rocce, quasi figlio della montagna stessa. Mentre l’acqua preme dal basso allagando i pavimenti delle povere case, la montagna romba e minaccia; e scatenerà la sua ira con una frana quando Arturo viene aggredito nel pre-finale. Misericordia incrocia con successo un realismo addirittura verista e un sottotesto simbolico e mitico, a partire dalla correspondance fra la montagna e Arturo. Non è neppure senza significato che queste donne che lo appoggiano siano tre: la triade femminile che regge l’esistenza in diverse mitologie.
Si ha l’impressione che questo film, in cui il dolore umano e la resistenza delle donne si iscrivono nella “straziante, meravigliosa bellezza del creato” (parole finali di Che cosa sono le nuvole?), debba qualcosa a Pasolini; e c’è effettivamente almeno una scena che lo ricorda molto (il gioco fra Arturo e Anna in un intrico di fili di lana). Ma ancor più il film ricorda, nella sua concretezza e materialità che non si oppone al substrato mitico, il cinema “primevo” di Michelangelo Frammartino.
Invero, rispetto alle opere precedenti di Emma Dante, Misericordia è come certe gemme con leggere imperfezioni. A parte la musica forse troppo presente, a tratti (rari) fa capolino un sospetto di “poeticismo”: pensiamo all’inquadratura “fiabesca” della ragazzina suicida che dopo essersi gettata in mare si adagia sul fondo con l’acqua che muove le sue trine – un’inquadratura che ricorda Matteo Garrone, regista che Emma Dante ammira. Tuttavia, il film è in genere estremamente controllato, e certe rare e minori svirgolate poetiche, stante l’ambiente mitico, pesano di meno.

Nessun commento: