venerdì 11 dicembre 2020

Mank

David Fincher 

Dai giornali del 7 dicembre: Netflix ha rifiutato di aggiungere un disclaimer, com'era stato chiesto, alla serie tv The Crown: “Siamo sicuri che i nostri abbonati capiscono che la serie è un'opera di fiction basata su avvenimenti storici”. Esattamente lo stesso si può dire di Mank di David Fincher, che mette in scena – da una vecchia sceneggiatura di suo padre Jack Fincher – quel periodo nel 1940 in cui lo sceneggiatore Hermann Mankiewicz, alcoolizzato e costretto a letto da un incidente, sta scrivendo per Orson Welles quello che diventerà Citizen Kane (Quarto potere), con molti flashback sulla Hollywood degli anni Trenta.
Da che esistono i film di fiction esiste la guerra fra sceneggiatori e registi per rivendicarne la paternità. Chi è il vero autore di Quarto potere? Nel 1971 la critica Pauline Kael scrisse un saggio che prendeva posizione per Mankiewicz contro Welles (senza sorpresa Welles la detestava, e ne fa una parodia spietata in The Other Side of the Wind). E' fondamentalmente la stessa posizione che ritroviamo in Mank – dove Orson Welles appare pressoché come uno dei numerosi villains del film.
Chiariamo: la tesi della Kael era già debole all'epoca e oggi è ampiamente svalutata. E' vero che Mankiewicz scrisse il grosso della sceneggiatura, inventando il travestimento di William Randolph Hearst e Marion Davies nelle figure di Charles Foster e Susan Kane (e quindi è altrettanto vero che si rese responsabile di un basso tradimento verso la sua amica Marion Davies); ma Quarto potere è Quarto potere grazie a Welles, non a Mankiewicz. Altri dettagli storici in Mank sono ancora meno fondati. Tuttavia, Mank è – torniamo al discorso del mancato disclaimer – un'opera di finzione, e come tale va giudicata, non un saggio storico (poi gli spettatori penseranno di aver visto la vera storia di Hollywood, ma succede sempre così).
Il problema del (pur attraente) film di Fincher è un altro: non la falsità del presupposto ma le caratterizzazioni dei personaggi (in massima parte storici), che sono molto stereotipati e a volte sfiorano la caricatura. Vale per i cattivissimi (Louis B. Mayer, Irvin Thalberg e, ça va sans dire, W.R. Hearst) e ancor di più per gli “ambigui”: il fratello Joseph Mankiewicz (il futuro grande regista) e peggio di tutti John Houseman, una caratterizzazione di assoluta vacuità. La scoperta di Mank è che questi uomini erano avidi, avevano più pelo sullo stomaco di un grizzly, ed erano repubblicani – anzi, capaci di far girare un cinegiornale di fake news per sabotare l'elezione del socialista Upton Sinclair a governatore della California. Big deal.
Nota in margine. In Myra Breckinridge di Gore Vidal, ironicamente ma neanche tanto, si paragona la Hollywood classica all'Atene di Pericle. Quello che sarebbe stato più interessante era chiedersi non se Hollywood era una fabbrica di illusioni (lo era) ma come mai produceva capolavori dell'illusione (ovvero: il funzionamento della macchina e il fiuto per dirigerla). Su questo Mank fallisce nell'unica scena che poteva darne un barlume – la riunione con David O. Selznick a proposito di un film di Frankenstein – che è la più goffa del film.
Gli interpreti, a partire da un Gary Oldman quasi naturalistico, fortunatamente sono buoni, e fanno il possibile per render vivo il loro personaggio. Una menzione particolare a Charles Dance che riesce a dare una profondità a Hearst attraverso l'espressione (sarebbe sleale annotare che tutto ciò è una pallida ombra rispetto, non solo a Kane/Hearst, ma a qualsiasi personaggio di Quarto potere). Va anche ricordato l'Orson Welles di Tom Burke per il suo eccellente lavoro sulla voce: quella che sentiamo nel film è proprio la voce calda di Welles che abbiamo sentito mille volte, dal cinema alla radio (nelle registrazioni) alla pubblicità. Ed è ottima Amanda Seyfried nei panni di una dolente Marion Davies, vittima predestinata – non per nulla la sua prima comparsa nel film è su un rogo alla Giovanna d'Arco. 
Una contraddizione rispetto al didatticismo delle caratterizzazioni è che nel film le necessarie didascalie di tempo e luogo appaiono nella classica forma delle note di sceneggiatura battute a macchina – non solo, si presume, per adattarsi all'argomento, che è il lavoro di uno sceneggiatore, ma per marcare il carattere di fiction proprio del cinema.
Quel che è vivo in Mank è l'abilità della messa in scena e della regia di Fincher. Ci sono nel film varie pagine ricche di fascino. Bello L.B. Mayer che (è il suo momento più corposo) piangendo lacrime di coccodrillo va a chiedere ad attori e maestranze di ridursi la paga, e ci riesce. Bello quel night club dalle luci vagamente espressioniste dove (con un momento di frenetico montage inusuale nel film) un tabellone sancisce la sconfitta di Upton Sinclair. Bella la malinconica passeggiata di Marion Davies in compagnia di Mankiewicz fuori dal palazzo gigantesco, dove può entrare anche il vago fellinismo di Marion Davies sul bordo della fontana.
Con una scelta che potrebbe apparire schizofrenica, Fincher – dopo avere spezzato una foresta di lance in favore di Mankiewicz – rende omaggio a Welles sul piano della realizzazione. Il film (naturalmente in b/n) riproduce stilemi dichiaratamente wellesiani, dai grandangoli alle famose inquadrature dal basso che comprendono il soffitto. Naturalmente anche la struttura a flashback fa pensare a Quarto potere, benché senza la sua genialità. In effetti è evidente che Fincher si sta confrontando con l'ingombrante figura di Welles: non lo usa solo come personaggio ma mira a realizzare una sorta di Quarto potere di Quarto potere. Vedi la scena in cui Hearst e Mankiewicz totalmente ubriaco si aggirano per Xanadu... ovvero San Simeon, che di Xanadu fu il modello.
Il cinema di David Fincher è un cinema di isolamento e di panorami di sopraffazione. Non solo la condizione del protagonista, bloccato in mezzo al deserto, ma tutta la Hollywood di David Fincher (malgrado i difetti di cui sopra) rientra perfettamente nei suoi angosciosi labirinti esistenziali, onde questo film si inserisce pienamente nella sua filmografia. Appare difficile tuttavia dire che ne rappresenti uno dei vertici.


  

 

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