domenica 6 gennaio 2013

La migliore offerta

Giuseppe Tornatore

Si situa sul versante migliore dell'ineguale produzione di Giuseppe Tornatore “La migliore offerta”, da lui scritto e diretto. Un film che - com'è in fondo confacente a un'opera basata su inversioni e raddoppiamenti - a un certo punto si rovescia in un altro; ma di questa seconda parte sarebbe veramente sleale rivelare alcunché, e quindi me ne astengo. Mi limito a osservare che alcune forzature logiche fanno parte del gioco e quindi non possono essere ascritte a colpa; semmai si potrebbe rilevare che indovinare la conclusione non è poi così difficile.
Virgil Oldman (un ottimo Geoffrey Rush) è un famoso antiquario e banditore d'aste, che in tal veste non disdegna qualche piccolo sporco imbroglio con la complicità di un amico (Donald Sutherland). Beh, neanche tanto piccolo, visto che quando scopre un originale di Petrus Christus lo fa passare per un falso del Seicento allo scopo di appropriarsene. Sul piano umano Oldman (che si porta la vecchiaia già nel nome ma si tinge i capelli) è un misantropo che detesta toccare la gente, non ha il cellulare e se deve parlare al telefono lo avvolge in un kleenex. Come apprendiamo dal dialogo, non ha mai dormito con una donna. Ma il suo tesoro nascosto è una gigantesca collezione di ritratti di giovani donne, di varie epoche, che tutte guardano verso l'osservatore (“in macchina”, come si dice nel cinema). Nella stanza segreta lo guardano in silenzio e lui risponde in silenzio al loro sguardo, in bei campi/controcampi.
Una certa Claire (Sylvia Hoeks), che vuole mettere in vendita le opere d'arte della villa ereditata dai genitori, chiede al protagonista di curare la valutazione e il catalogo; ma con varie scuse non si fa mai vedere di persona. Presto Oldman scopre che lei è una hikikomori (termine non usato nel film), una di quelle persone che vivono recluse in una stanza e hanno paura di uscire nel mondo esterno. Si nasconde in una sezione inaccessibile della villa e ne esce quando non c'è nessuno.
Tutta la prima parte del film (prevalente sul piano della lunghezza) è una storia d'amore, dove Tornatore recupera il senso di astrazione di “Una pura formalità”. Prima viene per Oldman l'ossessione di vedere la bella nascosta. E' un'inversione del suo universo erotico: da donne che guarda ma non possono parlargli a una donna che gli parla ma non può guardare. C'è un affascinante momento di voyeurismo quando l'uomo, nascosto nella villa vuota, spia Claire che è uscita dal suo rifugio ed essendosi scalfita un piede se lo succhia seduta su una sedia a gambe aperte.
A passi quasi impercettibili, ben descritti dal racconto, il protagonista mette in opera un vero assedio per riuscire a stabilire un rapporto con Claire, entrare nella sua vita, e infine guarirla. Tornatore tratteggia una convincente analisi psicologica dell'antiquario (non tanto della donna che - questo è un limite del film - resta una figura piuttosto fredda). Tanto più per un uomo inesperto e insicuro qual è Oldman, il processo della conoscenza e dell'amore si costruisce a piccoli pezzi da incastrare fra loro, proprio come i meccanismi che lui raccoglie abbandonati in terra qua e là per la villa e ricompone (con l'aiuto di un giovane meccanico e confidente) fino a ricostruire un automa del Settecento - il cui ruolo per la verità è poco più che di metafora. Parlando di metafore, ne troviamo una più diretta e meno ricercata nei dialoghi sul vero e il falso nell'arte, facilmente trasferibili all'amore. O nella battuta dell'assistente di Oldman sulla “migliore offerta”, che è la migliore del film cui dà il titolo.
E' evidente il raffinato gioco di analogia e rispecchiamento fra i due. Se Claire si è segregata fin da adolescente in una stanza, anche Oldman si è segregato sia spiritualmente (il rifiuto di contatti umani) sia materialmente sul piano dell'eros: si rifugia anche lui in una stanza segreta con il suo harem di donne dipinte. Ed è evidente che nel rapporto con questo harem muto manca l'alea dell'amore. Il suo difficoltosissimo rapporto con Claire è quindi un passaggio alla realtà, si trasforma in una crescita.
Una svolta a sorpresa apre la seconda parte del film - ma, come promesso, “de eso no se habla”. In sostituzione, preme annotare che “La migliore offerta” è (senza sorpresa, vista l'ambientazione) un film straripante di bellezza. A tal punto che il fascino dei dipinti, dei mobili, degli oggetti, delle expertise, delle attribuzioni (magari truffaldine), rischia all'inizio di soverchiare l'interesse del plot. Voglio dire che quando (Tornatore giustamente si prende il suo tempo) comincia a svilupparsi il racconto, lo spettatore è come infastidito dal doversi avviare su questa strada - e per un attimo semplicemente preferirebbe seguire affascinato l'attività quotidiana di Oldman nel suo mondo. 



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