Silvio Soldini
I dittatori, da Hitler con le
sue guardie SS a Stalin con i suoi sosia a Putin
col tavolone chilometrico per
tener distante la gente, sono
tanto prodighi delle vite dei loro concittadini quanto gelosi della
propria.
E così fu che durante la guerra Adolf Hitler fece radunare d’imperio
un gruppo di giovani donne
sane, dal
villaggio vicino al suo quartier
generale “Tana del lupo” nella
Prussia Orientale, perché
fungessero da assaggiatrici per le pietanze che dovevano comparire
alla sua tavola. Questo è l’argomento dell’ottimo
Le assaggiatrici di Silvio Soldini, una
coproduzione
Italia-Belgio-Svizzera
girata
in tedesco, e
tratta
dal romanzo di Rosella Postorino a sua volta ispirato al fatto reale.
Sono,
queste sedute di assaggio, grottesche parodie di pranzi, con piatti
(vegetariani, si sa) più lussuosi dell’ordinario, ma non è una
festa, con queste donne impaurite o rassegnate che li ingurgitano in
un cupo refettorio sorvegliate dalle SS, sotto gli occhi di un cuoco
ciarliero (Boris Aljinovic). Dopo mangiato devono rimanere lì per
un’ora – per vedere se qualcuna muore. Solo dopo i piatti possono
essere portati al Führer.
È
da sottolineare la “giustezza” della messa in scena. Quando
vediamo due delle assaggiatrici distendersi chiacchierando nel prato
dopo una nuotata nel fiume in sottoveste, abbiamo l’impressione –
cosa rarissima in un film in costume – di vedere non due attrici ma
due donne tedesche del 1944. L’efficacia di queste scene quotidiane
– il grigiore quotidiano e costretto, il terrore per un attacco di
vomito, o lo shock improvviso come quando attraverso i rumori esplode
l’attentato del 20 luglio 1944 – ha qualcosa di magico;
l’autenticità che ha sempre caratterizzato i migliori film
soldiniani qui raggiunge un punto assai alto.
Soldini
ha sempre avuto un occhio particolare per i personaggi femminili; in
questo gruppo di donne, lo sguardo nervoso della protagonista Rosa
(Elisa Schlott) incrocia un caleidoscopio femminile di notevolissima
autenticità. I tempi lenti e “sospesi” propri di Soldini, quel
suo procedere per accumulo, per osservazione di particolari, qui
supportati da uno splendido gruppo di attrici, assumono una torsione
claustrofobica e disperata.
Hitler
non si vede mai ma aleggia come uno spettro
(con una metonimia geniale lo rappresenta il rumore del suo treno
personale). Il nazismo come minaccia ossessiva: la tragedia incombe
ma sempre in potenza, nella
rigidità marionettistica delle
SS nerovestite
e nei loro scatti improvvisi,
come un pugno sbattuto sul
tavolo urlando “Alle!” (“Tutte!”). Un
isterismo nascosto che
richiama e conferma quanto
scriveva Wilhelm Reich in Psicologia di massa del fascismo sulla
“corazza” dell’uomo fascista.
Del
fascismo il film di Soldini mostra assai bene, nella parte
d’apertura, quello che potremmo chiamare il cerimoniale della
prepotenza. Spieghiamoci: si può comprendere che queste giovani
donne tedesche, quando sono convocate la prima volta” non ricevano
spiegazioni dal sottufficiale che le va a prendere in casa, ma anche
quando sono state portate al centro, vengono mandate di qua e di là
come un gregge senza una parola che non sia un ordine, fino
all’ultimo momento. Questo non risponde più a un’esigenza di
segretezza o che altro; è una forma di disumanizzazione, un modo di
dire “possiamo fare del male o come vogliamo”. E in effetti oggi
nella Russia di Putin succederebbe esattamente la stessa cosa.
In
questo senso, è lodevole il "ritegno" di Soldini nel
film. Questa molla di violenza pronta a scattare, intrinsecamente
spaventosa, rimane – lo abbiamo già detto – come minaccia, non
si traduce in quel prolungamento un po’ sadico delle scene di
crudeltà e violenza che altri registi sceglierebbero. Inutile
osservare che così fa tanto più paura. E che il più inquietante di
tutti, il tenente Ziegler (Max
Riemelt) sia quello che cade
in una sorta di amore-passione che
non lo “converte” ma rimane parallela alla ferocia è un tocco di
realismo psicologico autentico. Come il rapporto d’amicizia che
Rosa stringe con la “pecora
nera” Elfriede (Alma
Hasun) non ha nulla
di retorico (o come si sarebbe detto in antiche polemiche,
pontecorviano).
La
tragedia che
incombe verrà scatenata
alla
fine – da una
parola casualmente sfuggita. Soldini è un regista molto attento al
gioco del caso, qui però declinato in una dimensione che più nera
non si può.
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