lunedì 31 marzo 2025

Le assaggiatrici

Silvio Soldini

dittatori, da Hitler con le sue guardie SS a Stalin con i suoi sosia a Putin col tavolone chilometrico per tener distante la gente, sono tanto prodighi delle vite dei loro concittadini quanto gelosi della propria. E così fu che durante la guerra Adolf Hitler fece radunare d’imperio un gruppo di giovani donne sane, dal villaggio vicino al suo quartier generale “Tana del lupo” nella Prussia Orientale, perché fungessero da assaggiatrici per le pietanze che dovevano comparire alla sua tavola. Questo è l’argomento dell’ottimo Le assaggiatrici di Silvio Soldini, una coproduzione Italia-Belgio-Svizzera girata in tedesco, e tratta dal romanzo di Rosella Postorino a sua volta ispirato al fatto reale.
Sono, queste sedute di assaggio, grottesche parodie di pranzi, con piatti (vegetariani, si sa) più lussuosi dell’ordinario, ma non è una festa, con queste donne impaurite o rassegnate che li ingurgitano in un cupo refettorio sorvegliate dalle SS, sotto gli occhi di un cuoco ciarliero (Boris Aljinovic). Dopo mangiato devono rimanere lì per un’ora – per vedere se qualcuna muore. Solo dopo i piatti possono essere portati al Führer.
È da sottolineare la “giustezza” della messa in scena. Quando vediamo due delle assaggiatrici distendersi chiacchierando nel prato dopo una nuotata nel fiume in sottoveste, abbiamo l’impressione – cosa rarissima in un film in costume – di vedere non due attrici ma due donne tedesche del 1944. L’efficacia di queste scene quotidiane – il grigiore quotidiano e costretto, il terrore per un attacco di vomito, o lo shock improvviso come quando attraverso i rumori esplode l’attentato del 20 luglio 1944 – ha qualcosa di magico; l’autenticità che ha sempre caratterizzato i migliori film soldiniani qui raggiunge un punto assai alto.
Soldini ha sempre avuto un occhio particolare per i personaggi femminili; in questo gruppo di donne, lo sguardo nervoso della protagonista Rosa (Elisa Schlott) incrocia un caleidoscopio femminile di notevolissima autenticità. I tempi lenti e “sospesi” propri di Soldini, quel suo procedere per accumulo, per osservazione di particolari, qui supportati da uno splendido gruppo di attrici, assumono una torsione claustrofobica e disperata.
Hitler non si vede mai ma aleggia come uno spettro (con una metonimia geniale lo rappresenta il rumore del suo treno personale). Il nazismo come minaccia ossessiva: la tragedia incombe ma sempre in potenza, nella rigidità marionettistica delle SS nerovestite e nei loro scatti improvvisi, come un pugno sbattuto sul tavolo urlando “Alle!” (“Tutte!”). Un isterismo nascosto che richiama e conferma quanto scriveva Wilhelm Reich in Psicologia di massa del fascismo sulla “corazza” dell’uomo fascista.
Del fascismo il film di Soldini mostra assai bene, nella parte d’apertura, quello che potremmo chiamare il cerimoniale della prepotenza. Spieghiamoci: si può comprendere che queste giovani donne tedesche, quando sono convocate la prima volta” non ricevano spiegazioni dal sottufficiale che le va a prendere in casa, ma anche quando sono state portate al centro, vengono mandate di qua e di là come un gregge senza una parola che non sia un ordine, fino all’ultimo momento. Questo non risponde più a un’esigenza di segretezza o che altro; è una forma di disumanizzazione, un modo di dire “possiamo fare del male o come vogliamo”. E in effetti oggi nella Russia di Putin succederebbe esattamente la stessa cosa.
In questo senso, è lodevole il "ritegno" di Soldini nel film. Questa molla di violenza pronta a scattare, intrinsecamente spaventosa, rimane – lo abbiamo già detto – come minaccia, non si traduce in quel prolungamento un po’ sadico delle scene di crudeltà e violenza che altri registi sceglierebbero. Inutile osservare che così fa tanto più paura. E che il più inquietante di tutti, il tenente Ziegler (Max Riemelt) sia quello che cade in una sorta di amore-passione che non lo “converte” ma rimane parallela alla ferocia è un tocco di realismo psicologico autentico. Come il rapporto d’amicizia che Rosa stringe con la “pecora nera” Elfriede (Alma Hasun) non ha nulla di retorico (o come si sarebbe detto in antiche polemiche, pontecorviano).
La tragedia che incombe verrà scatenata alla fine – da una parola casualmente sfuggita. Soldini è un regista molto attento al gioco del caso, qui però declinato in una dimensione che più nera non si può.

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