martedì 14 dicembre 2021

Cry Macho - Ritorno a casa

Clint Eastwood

Non posso curare la vecchiaia”.
Elegiaco e malinconico, Cry Macho di Clint Eastwood è una confessione dolorosa e piena di dignità sulla vecchiaia. Un film trasparente come la pelle tesa sul viso di Eastwood novantenne che lo interpreta con una bellissima recitazione sobria, in accordo con la sua prima apparizione in controluce, piena di dettagli sottotraccia ma lampanti, come la sua espressione quando al suo personaggio, ex alcoolizzato, viene offerto da bere.
Due splendidi film di Eastwood sulla vecchiaia, The Mule e Cry Macho, formano una coppia di film-testamento; in entrambi ha gran parte il Messico, l'altra faccia dell'America rispetto agli States dei pionieri bianchi. Fra i due c'è, a parere di chi scrive, una differenza fondamentale, da cui conviene partire per intendere il secondo: The Mule è narrativa mentre Cry Macho sotto la superficie narrativa è poesia. Di qui la sovrana indifferenza con cui sorpassa in certi momenti la mera logica narrativa, e ricorda l'elegante astrazione del cinema muto.
Dopo titoli di testa in pura grafica western, vediamo Eastwood, il vecchio ex campione di rodeo Mike Milo, venire licenziato dal suo boss Howard Polk. Un anno dopo Howard si fa vivo da Mike e gli chiede di andare in Messico a recuperare per lui (che non può andarci) il figlio tredicenne Rafo, là trattenuto dalla madre, e abusato. Mike non stima Howard ma si sente in debito con lui che l'ha aiutato nei momenti bui. Così parte; in Messico la madre di Rafo (una ricca ninfomane alcoolizzata immersa in affari poco puliti) gli dice con disprezzo che il ragazzo l'ha abbandonata e ora vive da solo in un quartiere malfamato. Mike riesce a trovare Rafo (una buona interpretazione di Eduardo Minett che mostra la fragilità rabbiosa dell'adolescente), col suo gallo da combattimento Macho, e lo convince a venire con lui; ma la via del ritorno sarà molto più complicata di quanto si aspetti. E' un film di viaggio, di fuga, di litigi e di speranza, ingenua in Rafo, disincantata in Mike; come sempre Eastwood ci mostra la vita e il suo travaglio con la chiarezza dei classici. Per un certo tempo i due si nascondono presso la bella vedova Marta (interpretata dall'attrice messicana Natalia Traven, che ha negli occhi un bagliore alla Katy Jurado); fra lei e Mike nasce, pudicamente raccontato, un amore; ma arriverà il momento di andarsene.
Mike è stato ed è un grande domatore di cavalli – in Eastwood come in Hawks la competenza nel lavoro è un valore supremo – e i cavalli sono assieme al gallo gli animali-simbolo del film: lo sguardo che Mike lancia ai cavalli di Howard in apertura, la nostalgia sulle vecchie foto del rodeo, la bellissima inquadratura, durante il viaggio, del branco che galoppa nel corral facendo a gara con l'automobile sulla strada, ed altro ancora. Il film è semplice e diretto nel mostrare l'amore per gli animali, l'amore per i bambini (le nipoti di Marta, fra cui la piccola muta con cui Mike sa comunicare col linguaggio dei segni), e per le anime oneste come Marta, che nel suo coraggio decisionista e nella sua forza d'animo si caratterizza come il doppio di Mike.
L'eroe eastwoodiano ha due caratteristiche: l'indomabilità e la solitudine. Quest'ultima in Cry Macho è dovuta a una disgrazia invece che a un allontanamento come in The Mule e tanti altri film (la voce incrinata di Eastwood quando raccontando della morte di moglie e figlio dice “my boy”!). L'indomabilità è sempre presente, ma stanca, indebolita dalla vecchiaia. Minacciato e sbeffeggiato dalla ex moglie di Howard e dai suoi sgherri, che gli intimano di tornare negli USA, Mike non mostra paura, ma tuttavia non ha scelta, e se ne va (è infantile pensare – e pur sapendolo lo facciamo – “Adesso li prende a cazzotti”). Ma Rafo si è nascosto nella sua auto, e nasce una fuga a tre, perché il gallo Macho nel film ha dignità di personaggio. Il classico tema eastwoodiano della responsabilità qui viene declinato su una coppia di obblighi contrastanti. Mike diventa il vero padre adottivo del ragazzo (“Tu non bevi nessuna tequila!”) ma si sente impegnato moralmente col suo ex datore di lavoro. Howard è un mediocre ma ha pronunciato tre parole fondamentali per la morale eastwoodiana: “You owe me”. Così Mike arriva, se non a mentire a Rafo, perlomeno a nascondergli la natura del padre (da lui definito all'inizio del film “un uomo debole, meschino e senza palle”). Ovvia la reazione del ragazzo quando la verità, anche peggiore di quanto sapeva Mike, viene fuori.
C'è una moralità interiore nei personaggi eastwoodiani – anche un ladro professionista (Potere assoluto) o un corriere della droga puttaniere (The Mule) – ma qui il contrasto di obbligazioni la fa ritirare molto all'interno del personaggio (e così torniamo al discorso della solitudine). Ne risulta un ritratto di grandissima umanità. Ed ecco le parole, assolutamente western, nel finale aperto del film, quando Mike consegna il ragazzo al padre pagando il debito: “Sai dove trovarci – se hai bisogno di noi”. Quel rovesciamento finale che ne I professionisti di Richard Brooks, fondato su un dilemma simile, appariva forzato, qui è di limpida purezza.
Il plurale “noi” comprende il gallo Macho, che, vero macho, in precedenza ha tolto i protagonisti da una situazione disperata. E sul concetto di macho Eastwood compie in questo film una riflessione che è quasi una palinodia (ma non tanto quanto hanno voluto nella critica alcune lettura un po' ideologiche): “La storia del macho è sopravvalutata”. Si finisce sempre con un pugno di polvere. “E' come ogni cosa nella vita, pensi di conoscere le risposte, ma quando diventi vecchio non ne hai nessuna”.
Invero nella sua carriera Eastwood – anche attraverso film su machos puri, come Gunny – ha sempre posto il tema della virilità; ovvero si è sempre confrontato con la domanda: che cos'è un uomo? Ma già lo sappiamo, al centro di tutto il cinema di Eastwood c'è (depurato da qualsiasi decadentismo) il concetto della morte che vince sempre. Dell'essere uomo fa parte la consapevolezza che un giorno arriverà la morte (è un peccato che Clint Eastwood non abbia mai girato un western su Doc Holliday, che si direbbe l'eroe eastwoodiano per eccellenza). Così le parole pronunciate da Marta al momento della separazione – “Tu sei un buon uomo, lo sai? Spero che tu lo sappia” – sono quelle che tutti noi vorremmo scolpite, per così dire, sulla tomba – e che non tutti meritiamo. Si può ricordare per inciso che questa è la preoccupazione centrale dello spielberghiano, e quasi eastwoodiano, Salvate il soldato Ryan. Sono parole tanto più forti nella visione del mondo di Eastwood, per il suo concetto della responsabilità; per lui, in ultima analisi, un uomo vale per quello che si lascia dietro.
Il finale mostra Mike, ritornato, che balla di nuovo con Marta, un'immagine di romanticismo in una trascrizione del racconto, l'abbiamo detto, in poesia. 


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