venerdì 30 aprile 2021

Minari

Lee Isaac Chung 

Dedicato “A tutte le nostre nonne”, Minari di Lee Isaac Chung è un'imprevista fusione di Corea e Stati Uniti. All'epoca della Presidenza Reagan, una famiglia coreana – due giovani genitori immigrati e i due figli – si trasferisce dalla California all'Arkansas, in una casa su ruote, bloccata, in mezzo ai campi: lavoreranno in un allevamento di polli ma il marito vuole anche fare il coltivatore. La moglie è sconvolta da questa scelta (tanto più che il figlio piccolo, David, è malato di cuore) e sulla coppia incombe la separazione.
E' in questo quadro di equilibro familiare incerto che irrompe la figura della nonna appena arrivata dalla Corea, figura assai vivacemente delineata, con cui Yoon Yeo-jeong ha visto l'Oscar come miglior attrice non protagonista: spara parolacce giocando a carte col nipotino, ruba perfino soldi dal piatto delle elemosine in chiesa, si esalta vedendo in tv il wrestling e prendendolo per realtà (“Picchia duro ma non ucciderlo. Vinci ma senza fargli del male. Vai, vai, vai, vai!”).
Una quieta narrazione classicheggiante, ben servita dalla fotografia di Lachlan Milne, costruisce in Minari uno svolgimento impressionistico, di piacevole immediatezza, sul fluire della vita, dove le punte di tipo drammaturgico (sviluppo del racconto tramite crisi) sono confinate nella seconda parte. Il film (che come sempre conviene vedere in originale) si basa su una buona definizione dei personaggi; non si può non ricordare la gustosa figuretta di Paul, collaboratore entusiasta e pentecostale fanatico che la domenica gira per la zona trainandosi addossi una croce, ma la natura di Minari è quella dell'intimismo familiare e del racconto di formazione. A parte i dettagli personali (la malattia), che ignoriamo, l'autobiografismo del regista e sceneggiatore coreano-americano Chung si incentra su David, che sul piano dei sentimenti assume importanza di protagonista nonostante i genitori abbiano lo spazio centrale. E' nella persona di David che si svolge quel sommesso dramma di partecipazione/estraneazione che sta alla base del film, contestuale al rapporto prima di ostilità poi di complicità con la nonna appena arrivata dalla Corea. E' iscritto nel film come questione implicita l'allontanamento dei figli dalla cultura dei genitori, ovvero la loro americanizzazione nel lungo termine. Quando il piccolo David dice con disdegno che la nonna non è una vera nonna, il suo termine di paragone sono le grannies americane; dice con espressione significativa “La nonna puzza di Corea”. Eppure, nel mondo del bambino piccolo cui è proibito correre, che vive ogni giorno la possibilità della morte, questa nonna bizzarra verrà a rappresentare un ubi consistam imprevisto e salvifico.
Ritroviamo nell'“ossessione” di Jacob, il padre, un elemento fondante della cultura americana: la terra buona: quando ne prende in mano una zolla elogiandola con parole commosse davanti alla moglie scettica, potrebbe essere Ford o Wyler; nota il discorso sulla coltivazione in proprio in opposizione alla povertà ripetitiva del lavoro salariato; è stato suggerito, anche dal regista, l'influsso di Flaherty O' Connor, ma naturalmente viene evocato qui un complesso di sentimenti che la precede.
E' notevole che i protagonisti siano una famiglia coreana: si pone il rapporto fra integrazione (nota che hanno tutti nomi inglesi) e cultura d'origine – nella quale ha parte importante il cibo: ecco la rilevanza della scelta di Jacob che come coltivatore vuole produrre verdure coreane destinate ai negozi per immigrati coreani in America. L'America fa perdere la memoria alle persone”, dice la nonna quando trova il posto adatto sulla riva del fiume dove seminare il minari (una pianta usata diffusamente come ingrediente in cucina ma che ha anche virtù medicinali).
Anche il rapporto coi figli è un compromesso più o meno conscio fra Corea e America (ove talvolta il padre appare smarrito). Vedi la scena in cui David è punito per un brutto scherzo alla nonna: è molto coreano l'atteggiamento in cui deve stare con le mani alzate, come pure la postura dei genitori, seduti rigidi davanti (il padre in primo piano, la madre più indietro) in atteggiamento di giudici. Tuttavia, l'ordine che sentiamo più di una volta nel film “Vai a prendere il bastone” non si traduce mai in punizione fisica – e anzi, grazie all'appoggio della nonna, si risolve in una gag infantile.
Solo alla fine, dopo che la disgrazia ha colpito, i genitori e i due figli dormono tutti assieme in terra, alla coreana, ciò che all'inizio il padre aveva proposto e i figli si erano rifiutati di fare. La ricerca finale dell'acqua con la bacchetta da rabdomante è un rito di (ri)fondazione. In un film dove tutto assume di riflesso una valenza metaforica, la nonna rappresenta il principio culturale nazionale. Non per niente arriva portando cibo tradizionale coreano e insegna al piccolo David a giocare con le carte coreane; e naturalmente è lei a piantare il minari, metafora base del film: una pianta che cresce da sola rigogliosamente vicino al fiume, un'“eredità”, che è simbolo qui di resistenza e di rinascita.

sabato 24 aprile 2021

Nuevo orden

 Michel Franco

Due diversi saccheggi si abbattono sulla corrotta alta borghesia messicana nel dramma grottesco Nuevo orden, scritto e diretto da Michel Franco. Nella villa dei suoi genitori si festeggia il matrimonio di Marianne (ma l'acqua verde che cola dal rubinetto per un attimo è un segno premonitore); intanto fuori viene repressa una ribellione. Si presenta un vecchio ex servitore che ha lavorato per la famiglia per anni con la moglie Elisa: lei dev'essere operata e c'è bisogno urgente di 200.000 pesos in prestito. La madre di Marianne lo liquida con 35.000 pesos e un “buena suerte”. Quando Marianne, l'unica persona buona del gruppo, lo sa, esce infuriata dalla villa per andare da Elisa e portarla in clinica usando la propria carta di credito. Così è assente quando un gruppo di poveri (da notare le fattezze indio) irrompe nella villa, la mette a sacco – con l'entusiastico apporto della servitù – e fa strage degli invitati.
Dopo la rivolta l'esercito interviene e prende il potere. Ed ecco il rovesciamento: l'esercito come duplicazione dei saccheggiatori. In una di quelle prigioni militari segrete di cui l'America Latina ha purtroppo esperienza, i soldati tengono prigionieri molti giovani (fra cui Marianne) esigendo anonimamente un riscatto; poi naturalmente, appena i parenti pagano il riscatto, i prigionieri vengono eliminati.
La vicenda di detenzione, torture, stupri e omicidi non è invenzione: è quel ch'è successo in Brasile o in Argentina. La torsione grottesca sta nel piano di estorsione messo in atto dall'intero esercito, o meglio, nel fatto che l'esercito miri e riesca a tenerlo segreto.
Naturalmente la plausibilità latita (si presume che la finzione sia che sono stati sequestrati da malavitosi, ma anche che i ricchi pagatori siano incapaci di fare due più due), ma nel quadro del grottesco ciò è più o meno legittimo. Il problema è che con questa torsione distopica Michel Franco ritiene di aver esaurito il suo compito. Manca nel film un'elaborazione artistica: sul piano realistico, queste cose le ha raccontate in modo più alto e doloroso Marco Bechis (Garage Olimpo); sul piano allegorico, senza evocare l'inarrivabile Luis Buñuel, ricordiamo l'eccellente film guatemalteco La Llorona di Jayro Bustamante.
Invero Michel Franco è migliore come regista che come sceneggiatore. Se il racconto zoppica, la regia rende bene il senso del terrore e la cappa di piombo che pesa sulla città con la presenza ossessiva dei soldati in passamontagna nero. Immagini come la serva che ride felice mentre saccheggia la villa oppure il rito funebre in chiesa sorvegliato dai soldati armati di mitra disposti lungo la navata lasciano una traccia nella memoria.

sabato 17 aprile 2021

Sangue inquieto

J.K. Rowling

Sangue inquieto (Salani), il nuovo episodio dei gialli dell'investigatore zoppo Cormoran Strike e della sua partner Robin Ellacott scritti di J.K. Rowling sotto lo pseudonimo Robert Galbraith, è un romanzo di un migliaio di pagine, sinuoso e labirintico. Non per nulla le epigrafi di ogni capitolo sono tratte da quel complesso e simbolico poema eroico elisabettiano (influenzato dall'Ariosto) che è il Faerie Queene di Spenser.
Presenza del dolore nell'opera di J.K. Rowling! Anche nei primi romanzi di Harry Potter c'è un dolore vivo sotto lo humour e la consolazione dell'orfano, un dolore che si stende sulla saga mentre diviene sempre più cupa. Ancora il dolore trionfa nel durissimo e feroce Il seggio vacante. E, ça va sans dire, i gialli hanno “istituzionalmente” il dolore in primo piano; vero è che molti autori non ci si soffermano sopra; la Rowling lo fa in modo splendido. Questo vale ancor più se esso dura da decenni come in Sangue inquieto, dove è da risolvere un cold case, la scomparsa di una donna nel 1974.
Una domanda legittima: chi non conosca questa serie deve partire dal primo (Il richiamo del cuculo
) o può farlo con questo? Materialmente si può leggere per primo questo, Rowling è brava a tenere informato il nuovo lettore, senza pedanteria, sulla storia precedente. Certo, partendo dall'ultimo si perde quel lento costruirsi, non ancora concluso, del rapporto fra i due protagonisti – che è altrettanto emozionante che i “casi” (lo sapeva bene Hitchcock, che nell'amore c'è altrettanta suspense che nel crimine). Il che ci conferma che il vero protagonista delle opere di J.K. Rowling è il Tempo.

Night in Paradise

Park Hoon-jung

Nel bellissimo film noir coreano Night in Paradise di Park Hoon-jung, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2020 e ora disponibile online, si ritrovano i temi classici del genere in Corea: la vendetta, l'inganno, il tradimento dei capobanda, l'aspro romanticismo, la crudeltà che colpisce gli innocenti, la corruzione. Park Hoon-jung è un cineasta sperimentato (sceneggiatore di The Unjust e I Saw the Devil, del suo lavoro registico ricordo New World e il notevole dramma in costume The Showdown). In Night in Paradise la novità non sta nella trama o nei personaggi, con la possibile eccezione della bella figura della protagonista femminile interpretata dalla bravissima Jeon Yeo-been, ma nell'abilità e nella verve con cui Park è capace di rinnovare e vivificare una storia non inedita.
Tae-gu (Uhm Tae-goo) è un membro di una gang che per lealtà rifiuta di passare a una banda più forte. Per questo si vede uccidere la sorella, malata di cancro, e la nipotina. La sua vendetta fa saltare la pax mafiosa a Seoul. In attesa di emigrare, Tae-gu si nasconde nell'isola turistica di Jeju presso un trafficante d'armi, e si lega a sua nipote Jae-yeon che è malata terminale (nota il raddoppiamento con la sorella); ma ormai è in moto una spirale di rivalse e tradimenti – in cui vedremo che non tutto è quello che sembra. Anche il feroce boss Ma (Cha Seung-won), senza smettere di rappresentare l'immagine del più cattivo nel film, alla fine almeno è quello che ha più dignità. Nonostante l'approccio drammatico, il film contiene una corrente di umorismo, anche metacinematografico: quando il poliziotto corrotto, che vuole mantenere la pace e non vuole guai, rimprovera un capobanda per la guerra che ha scatenato osserva che non sono più i tempi delle guerre di mafia e ringhia: “Cosa state combinando? State girando un film?”
Fa parte del panorama del genere l'incrocio di melodramma e film d'azione, che raggiunge nel pre-finale un livello parossistico. E' senz'altro attraente il rapporto fra Tae-gu e Jae-yeon, che, malata e sofferente, tuttavia è tough as nails (una declinazione interessante della sassy girl di tanto cinema coreano): lui ingenuo e lei scafata, con la disperazione tenuta bravamente in sottofondo. Molto bello l'uso ritornante di un piccolo dialogo molto hard-boiled (sulla domanda “Stai bene?”) in puro stile Bogart-Bacall. Il loro timido – sotto aria da duri – semicorteggiamento fra lui e lei, in cui non fanno altro che dirsi “Non sei il mio tipo”, non si dimentica.
Quell'“essere per la morte” che sta al fondo del noir coreano (e non solo) qui è portato all'estremo – i due protagonisti sono condannati in partenza – definendo un destino di morte che si stende su tutto il film. C'è un romanticismo malinconico nell'immagine di Tae-gu che, costretto a consegnarsi ai nemici, fuma l'ultima sigaretta guardando il prato dove pascolano tranquillamente le mucche e poi il cielo. Alla fine c'è spazio solo per la vendetta, in una resa dei conti solennemente preparata da un gioco di variazioni d'inquadratura sul viaggio di Jae-yeon in scooter verso lo showdown. L'ultima scena sulla riva del mare cita all'inizio Truffaut, ma richiama esplicitamente il “cinema suicida” di Kitano.

sabato 10 aprile 2021

Madame Claude

Sylvie Verheyde 

A Madame Claude, tenutaria di un celebre bordello di lusso a Parigi, si era già ispirato Just Jaeckin, il regista di Histoire d'O, per un film del 1977. Ora la sua parabola viene narrata da Sylvie Verheyde nel mediocre Madame Claude: paradossalmente un film con molta nudità ma poca carne: mantiene l'erotismo patinato e un po' vacuo del suo predecessore.
E' divertente sentire i nomi famosi dei clienti delle prostitute d'alto bordo, Kennedy e lo Scià, Salvador Dali e Marlon Brando (quest'ultimo anche compare, di schiena). Ma ci sono anche gli intrighi di politica, sesso e droga delle alte sfere dell'epoca; sono gli anni ruggenti dell'affaire Marković; si parla di Pompidou (e d'una certa foto di sua moglie) e in seguito di Giscard d'Estaing. Fernande Grudet, alias Madame Claude, già collaborava con la polizia per tenersela buona; poi volente o nolente viene messa in mezzo dai servizi segreti (“D'ora in avanti lei servirà la Francia”) per tutta una serievdi manovre sporche – e ciò nel lungo termine porterà alla sua rovina. Nel finale Fernande, dopo aver perso il suo patrimonio e aver conosciuto la prigione, è su una panchina davanti al mare, come una qualunque pensionata, che guarda con occhio professionale una ragazza come residuo di abitudine dei vecchi tempi.
L'ambizione del film sarebbe di tracciare un ritratto psicologico della protagonista e sociologico dell'epoca; in entrambi i campi, non ci riesce. Sylvie Verheyde ha cercato di riportare in questo film quel modo impressionistico, tutto fatto di momenti, che aveva adottato nell'ottimo Stella del 2008, ma qui, con un montaggio grossolano che finge di essere secco e moderno, rimane in superficie.
Imparai presto – dice la voce narrante – che gli uomini ci trattano come puttane, e decisi di diventare la regina delle puttane... Non saremo mai più vittime”. Questa sorta di femminismo della prostituzione, alla Xaviera Hollander, è smentito dal comportamento avido e freddo che vediamo quando una delle ragazze viene picchiata in un'“imboscata”, e Fernande le chiede per prima cosa se l'hanno pagata, poi dice che i lividi spariranno e con una doccia e una bella dormita passa tutto. Ci sarebbe stata materia interessante in questa figura di donna dura, chiusa, in rotta con la madre e la figlia, che afferma nella voce narrante di considerare le sue ragazze la sua vera famiglia. Purtroppo nel film il ritratto psicologico di Madame Claude risulta di maniera, né lo aiuta l'interpretazione scolastica di Karole Rocher, che sembra voler imitare senza successo Isabelle Huppert. Anche la sua amica e collaboratrice Sidonie (Garance Marillier), che proviene a differenza di Fernande dalle classi alte, con l'aria supponente che si ritrova è una iattura per il film.
Come quadro generale, Madame Claude ci porta con un minimo di convinzione nei locali notturni coi loro spettacoli di burlesque e più goffamente nei maneggi dei servizi segreti (possibile, un diplomatico tatuato nei primi anni '70?). “Ero diventata un'istituzione”, racconta Fernande; però “Crede di essere al di sopra della legge ma nessuno lo è”, dice il più disgustoso dei personaggi (il padre di Sidonie, interpretato da Philippe Rebbot ); e “Sei diventata troppo spavalda”, l'ammonisce una figura più simpatica, il magnaccia Jo (Roschdy Zem, l'indimenticabile commissario di Roubaix, une lumière). Il guaio è che non vediamo mai nel film cosa abbia fatto Madame Claude di preciso per cadere in disgrazia; certo è in possesso di informazioni pericolose, come qualsiasi tenutaria di bordello che si rispetti, ma s'intuisce che non è solo questo, e il nocciolo rimane oscuro. Alla fine del film, come la sua protagonista, restiamo con in mano un pugno di polvere.

domenica 4 aprile 2021

Yes Day

Miguel Arteta 

In un fumetto disneyano del geniale Carl Barks, Paperino si lascia convincere da uno psicologo che è troppo severo con Qui, Quo, Qua. Bisogna prenderli con la dolcezza! Convinto, passa all'indulgenza più permissiva – col risultato che i pestiferi fratellini non solo lo rovinano con le loro pretese ma diventano dei Paperoni in miniatura pieni di avidità.
Questo magistrale sberleffo a Jean-Jacques Rousseau e a tutte le pedagogie buoniste ha un'arguzia che manca all'innocua commedia familiare Yes Day, interpretata da Jennifer Garner (anche produttrice) ed Edgar Ramirez nella parte dei genitori. Jennifer Garner è disperata perché i tre figli la considerano una madre troppo severa: un video realizzato dal figlio di mezzo (è uno dei tocchi divertenti del film) la paragona a Stalin e Mussolini. Il marito, con logica molto maschile invero, preferisce lasciare a lei la parte del “poliziotto cattivo”. I due si lasciano convincere a provare lo “Yes Day”, nel quale dovranno dire di sì a tutte le richieste dei figli che non siano suicide (esiste davvero negli States!). Seguono guai a valanga.
Un paio di episodi sono una noia (in particolare quello del gioco a squadre) ma in generale Yes Day si lascia guardare, purché non si abbiano troppe pretese. Il suo umorismo tenue e zuccheroso trova qua e là un paio di dettagli simpatici. Il film si dà una mossa nella parte finale, in cui la simpatia naturale dei bambini ha buon gioco quando una scatenata festa infantile devasta la casa.
E' chiaro fin dai titoli di testa che tutto è destinato a concludersi col “volemose bene”. Uno penserebbe che alla presa di coscienza finale (per cui tutti concordano che i genitori devono dire anche dei no) si poteva arrivare pure senza la meccanicità del “Yes Day”. Già, ma allora come si girava il film?


La sentinella

Julien Leclercq 

Ne La sentinella una personalità ferita si getta nella vendetta personale. Klara (Olga Kurylenko, già Bond Girl in Quantum of Solace) è una soldatessa traumatizzata dopo un disastro in zona di guerra; viene trasferita a Nizza, la città natale, dove tira avanti a forza di pillole legali e non. Ma un oligarca russo violenta e manda in coma sua sorella. Molto giustamente, di fronte all'impotenza della legge Klara decide di farsi giustizia da sola, sfruttando le sue abilità alla Rambo.
Non è che il regista francese Julien Leclercq non abbia capacità: ha occhio per i particolari (il viso terrorizzato della donna siriana interrogata con una pistola alla nuca, o il dettaglio ritornante del piede della protagonista che batte nervosamente) ed ha un buon senso dell'atmosfera (la città siriana semidistrutta, l'erotismo umido nella discoteca a Nizza). Il suo torto è di avere scritto, con Matthieu Serveau, una sceneggiatura piena di forzature e implausibilità che rovinano il film. Per dirne una: l'esercito, quando un soldato è impasticcato e chiaramente incontrollabile, non lo manda di ronda per Nizza armato di mitra. Poi: se tu rapini l'armeria legando a un tavolo il furiere, ti prendi anche cura di imbavagliarlo, non ti allontani mentre risuonano le sue grida. Infine: a Parigi Klara, già clandestina e ricercata, gira per strada in divisa militare, tuta mimetica e mitra a tracolla, non proprio il modo migliore per non attirare l'attenzione.
Dove Leclercq si trova a suo agio è nelle scene d'azione, che filma con professionalità: bello lo scontro con la sicaria nel sotterranei dell'ospedale. I film d'azione possono anche essere piuttosto mediocri ma se non altro si guardano sempre con piacere, quando sospendono l'analisi psicologica per dare spazio alle sparatorie e alle mazzate.