Chris Miller e Raman Hui
Nell’ambito del cinema di genere, quando un film fortemente innovativo diventa formula, ha due possibilità: un’evoluzione alta, che mantenga l’invenzione sviluppandone aspetti impliciti e laterali (il che significa perdere la carica di novità immediata ma elaborarne una di secondo grado); oppure uno sviluppo di compromesso che ritorni a quelle codificazioni narrative o morali o linguistiche da cui il film originario della serie si era in parte staccato.
Questo non è un miracolo né un tradimento: è la normale dialettica del cinema di genere, e in ogni caso il potenziale d’intrattenimento spettacolare del film resta valido. Sono rari i prodotti seriali che riescono a mantenere il primo tipo, quello “alto”, di evoluzione; senza scomodare la ciclopica costruzione wagneriana e miltoniana di George Lucas (“Star Wars”), potremmo citare la trilogia dei “Pirati dei Caraibi” – e, naturalmente, “Matrix”. Per la maggior parte, com’è naturale e umano, i film seriali seguono l’altro strada, che è come una linea di minore resistenza. Tutto ciò lo dimostra molto bene - in particolare nella sua seconda parte - il divertente, piacevole, gentile, ma certamente non più rivoluzionario “Shrek Terzo” (“Shrek the Third”).
Sia ben chiaro, non è questione qui che nel terzo episodio di Shrek siano penetrati i buoni sentimenti, per la semplice ragione che i buoni sentimenti c’erano già, e ben saldi, fin dal primo episodio. Però nel primo, e fondamentalmente anche nel secondo “Shrek”, essi erano ben avviluppati entro (non trovo miglior termine) un’adorabile gagliofferia.
Appunto questa gagliofferia, in “Shrek Terzo” è diventata maniera. Divertente, certo (Shrek e Fiona si baciano in letto appena svegliati. Fiona esclama “Alito del mattino!” e Shrek: “Lo so – non è meraviglioso?”); ma ormai non è più il motore del film, è poco più che un tratto di connotazione del personaggio, che appare ogni tanto. Siamo ben lontani da: pulirsi il sedere con l’illustrazione disneyana di un libro di fiabe; tirare una scorreggiona nell’acqua per gasare i pesci da raccogliere per pranzo; far esplodere un uccellino, cantando, con un acuto; gonfiare una rana viva per farne un palloncino da regalare all’amata (per tutto questo, vedi il primo “Shrek”).
E’ facile osservare, a proposito di questo cambiamento, un elemento della trama. Mentre il primo “Shrek” usava il “lato oscuro” della fiaba (promuovendo a proprio eroe un orco puzzolente!) per mettere in ridicolo i buoni, nel terzo film della serie i cattivi sono tornati al loro posto tradizionale: quello dei “villains” che noi spettatori amiamo veder sconfiggere. Infatti l’elemento di crisi, il motore della peripezia, è l’attacco dei cattivi delle fiabe coalizzati (capitanati dal Principe Azzurro, ma questa è un’eredità del secondo film).
Vorrei ripetere che non è un cambiamento dell’asse morale: pure il primo “Shrek” riaffermava i valori morali tradizionali - attraverso però un ribaltamento dei codici narrativi e del personaggio (ed è lo stesso meccanismo dei “Simpson”). Proprio quello è stato qui raddrizzato in senso tradizionale.
Ciò è quanto mai evidente nella seconda parte: non solo con Shrek in veste di coscienza morale nella crisi adolescenziale del giovane Arthur/Artù, ma con i cattivi che alla fine si producono in un pentimento collettivo - e anche con questo riportano il film a una dimensione che è l’opposto di quello spiritaccio da impuniti di cui il primo episodio era portatore.
Fortunatamente, anche se (direbbe Shakespeare) Shrek è fuggito da Shrek, il film resta spassoso, con l’orco impaurito alla prospettiva di diventare papà, con quel gruppo di principesse combattenti (bruciano il reggiseno, gag ammiccante al femminismo anni sessanta!), e quegli accenni metanarrativi (il teatro) all’inizio e alla fine. E a tutto il discorso precedente fa eccezione una splendida scena: la sadica sequenza dell’agonia e morte del Re ranocchio; che per la sua oltraggiosa cattiveria spicca in “Shrek Terzo” come una gemma isolata.
(Il Nuovo FVG)
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venerdì 4 gennaio 2008
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