giovedì 20 giugno 2019

The Dead Don't Die

Jim Jarmusch


Era un posto importante nelle loro vite”. Per questo gli zombi ritornano in massa all'enorme centro commerciale in Dawn of the Dead (Zombi) di George A. Romero, 1978. Quel film è la più potente illustrazione del concetto di zombie horror come moralità apocalittica – correlabile al gusto tardo-medievale della danza macabra (in effetti l'esatto equivalente pittorico del film, al punto da far sospettare un'ispirazione, è il Trionfo della Morte di Pieter Bruegel del Prado). Molti anni dopo, il cerchio si chiude col bellissimo The Dead Don't Die di Jim Jarmusch, che rifà con purezza, ma in chiave di commedia, la moralità romeriana.
Beninteso, stricto sensu tutti i film di zombi sono un'apocalisse; ma sono questi due ad averne reso il senso in modo semplice e definitivo. Se il film di Jarmusch è stato largamente sottovalutato, contrapponendolo per esempio a quel Dead Don't Die tragico che è il vampiresco Solo gli amanti sopravvivono, credo si debba al partito preso post-aristotelico per cui la commedia è considerata inferiore alla tragedia (col che il sommo Stagirita non c'entra: non è colpa sua se il secondo libro della Poetica non ci è pervenuto). Sul piano filosofico e politico Solo gli amanti sopravvivono realizza una coppia perfetta col presente film – solo che nel film dei vampiri il punto di vista è quello dell'altra specie. Non ci si pensa spesso ma con l'estinzione delle prede i primi a sparire sono i predatori; e gli umani di Solo gli amanti sopravvivono, dal sangue avvelenato, in un mondo che sta per morire di riscaldamento globale, sono già morti senza saperlo: i vampiri li chiamano zombi.
Era un posto importante nelle loro vite”. Come in Romero gli zombi di Jarmusch meccanicamente “ripetono le cose che facevano quand'erano vivi” (questa è una definizione classica dell'inferno). Memorabile l'inquadratura degli zombi che camminano nel buio punteggiato dalle luci spettrali dei loro cellulari. “Invocano quello che amavano”: “giocattoli”, mugolano i bambini morti. Ma “free cable”, biascica uno zombi prima di attaccare il padrone del motel – un esempio dello humour surreale del film. Jarmusch ha sempre avuto un umorismo cool, svagato e indefinibile, da caffè e sigarette, se c'intendiamo; ed è questo che attraversa il presente film (grande il dialogo sul nome Zelda!) opponendolo a qualsiasi altra zombie comedy. E' per questo che Jarmusch può permettersi di non indietreggiare neanche davanti a tocchi di umorismo macabro old times: la gag degli occhi dei due morti che si aprono a turno mentre la misteriosa addetta alle pompe funebri Tilda Swinton li sta (follemente!) truccando non sfigurerebbe in una commedia nera degli anni Quaranta di Red Skelton o Bob Hope o Gianni e Pinotto. Interpretato da numerosi regulars jarmuschiani, The Dead Don't Die è un'apocalisse estremamente divertente, dove possiamo vedere Iggy Pop riemergere come zombi dalla tomba di Samuel Fuller. E i poliziotti Bill Murray e Adam Driver la attraversano con quella sorta di imperforabile impassibilità jarmuschiana, antipsicologica, che è una mescolanza di stile, rassegnazione ed estraneità. La maschera keatoniana di Bill Murray è l'incarnazione perfetta dell'estetica di Jarmusch.
Il film è costellato di gustosi “tormentoni”, il numero uno dei quali è la canzone The Dead Don't Die di Sturgill Simpson (che fa anche una breve apparizione come zombi): spunta fuori di continuo e tutti la conoscono – perché è la theme song, spiega Adam Driver a Bill Murray, in un primo esempio di humour metanarrativo, destinato a esplodere in seguito col suo “Andrà a finire male” ossessivamente ripetuto. E perché lo sa? Perché ha letto il copione. A Bill Murray, invece, sentiamo che “Jim” ha dato solo le pagine con le sue scene... “Dopo tutto quello che ho fatto per lui... Che stronzo”.
L'umorismo metacinematografico ha sempre avuto fortuna nelle commedie, fin da tempi non sospettabili di modernismo. In un vecchio film, cito a memoria, Bob Hope sta precipitando coll'auto nel vuoto, arrivano due uccellacci e lo tirano su, e lui fa: “Andate via, se no il pubblico dice che è inverosimile” (però grandi esempi di umorismo metateatrale ci sono già in Plauto). Ma lo stesso Adam Driver resterà sconcertato da una scena: deve confessare che nel copione non c'era! Si giurerebbe che appartenga a questa categoria un momento in auto in cui Bill Murray dice un po' seccato “Stiamo improvvisando?” e Adam Driver rimedia con qualche imbarazzo.
Come e più che in Romero, la verità nascosta dietro i comportamenti ossessivi degli zombi non è semplicemente che sono morti, è che tutti siamo morti. Un Tom Waits, eremita barbuto e capelluto che sembra una creatura di Tolkien (citato nel film), appare come il portatore di un'innocenza “naturale” dimenticata – assieme ai tre ragazzini che vediamo sparire di corsa diretti a “un rifugio sicuro”. Occorre ricordare che tutto il cinema di Jarmusch è una riflessione sull'estraneità? Ed è la voce over di Tom Waits, mentre dal bosco guarda il disastro al binocolo nel finale, a trarre la lezione morale con sfacciata nettezza: i morti che circondano gli ultimi guerrieri erano già morti prima di morire, fantasmi che si erano venduti la loro anima dannata per la loro inesauribile fame di “roba” (stuff, shit).
Probabilmente, come la vede Jarmusch, noi umani siamo diventati una zavorra del mondo: una via di mezzo, destinata a sparire, tra il livello inferiore alla presente civilizzazione, quello veramente terrestre – l'uomo della foresta Tom Waits – e quello superiore, extraterrestre – la grande Tilda Swinton, che è qui per studiarci (“Sto raccogliendo informazioni sulle cose di qui”) e alla fine sparisce su un disco volante. Cosa fra l'altro che chiarisce la sua bizzarra battuta quando dice ad Adam Driver ammirando il suo portachiavi: “Oh, Stars Wars! Excellent fiction”. Non per caso, il libro che Tom Waits recupera fra i rifiuti è il Moby Dick di Melville, altro testo apocalittico, che così termina: “Una vela si avvicinò, sempre più, e alla fine mi raccolse. Era l'errante Rachel, che mentre tornava indietro nella ricerca dei suoi figli perduti, trovò solo un altro orfano”. Stante che Jarmusch nel suo cinema ama sempre riferirsi a “testi altri” che assumono un valore gnomico, Melville è un nume tutelare minore nella raffinata texture di riferimenti del film: che consta per la maggior parte di rimandi alla cultura pop, specie al cinema fantastico e horror classico – compreso Romero, esplicitamente richiamato a proposito dell'auto degli “hipster di Cleveland”.
Non è la prima volta che Jarmusch trasferisce il suo minimalismo esistenziale in panorami contestuali massimalisti – qui è addirittura la fine del mondo – ma senza mutarne la natura e le coordinate. Mentre la città, dal nome significativo di Centerville, si popola di morti che camminano, sotto una luna velenosa e lebbrosa, prima i due poliziotti e poi Tilda Swinton con la sua katana si aggirano in auto (Jarmusch è il vero poeta dell'automobile!); e le strade della città invase dagli zombi, pur viste mille volte al cinema, tuttavia offrono – tra la fotografia di Frederick Elmes e la coreografia di Jarmusch – immagini di una tetra bellezza.
Ha scritto William Carlos William di Paterson e di Paterson: “Sollevate il lembo della gonna, Signore: stiamo andando all'inferno”.


domenica 12 maggio 2019

Far East Film Festival 2019



Una cosa va detta subito: il FEFF 2019 segna il ritorno in forze di Hong Kong. Questa città è la vera culla del festival, e allora viva Hong Kong, viva il suo cinema (non dico le coproduzioni col continente) e viva la lingua cantonese, con le sue finali prolungate! Che trionfa (in un bellissimo mix tra cantonese, filippino, inglese e un buffo inglese scorretto; il gioco fra questi diversi linguaggi è un fattore fondamentale) nel potente e commovente Still Human di Oliver Chan, vincitore del festival. Il titolo dice tutto: è un film umanista, non solo sulla necessità di sognare nonostante le condizioni più avverse ma sull'importanza fondamentale di un'apertura nei riguardi degli altri. E' prodotto da Fruit Chan (che appare in un cameo: è il padrone del ristorante) ma più che il cinema di Fruit Chan può ricordare quello di Ann Hui.
Cheong-wing (Anthony Wong), che è paralizzato da anni e riesce a muovere solo le braccia, ha una nuova badante filippina (Crisel Consunji). L'uomo è scorbutico e chiuso in se stesso, ritenendosi un rottame umano. Si crea a poco a poco un rapporto di autentico affetto fra i due, e lui la aiuta a realizzare il suo sogno di divenire una fotografa di successo. A leggerlo può sembrare programmaticamente buonista: ma invece il modo in cui l'esordiente Chan concretizza questa storia sentimentale è estremamente delicato, con una forza realistica della messa in scena e un'autentica concretezza del sentimento. Se Crisel Consunji è bravissima, Anthony Wong – è addirittura monumentale. Tranne una scena di fantasia, recita tutto il film immobile giocando sull'espressione. Ricordo qui che Anthony Wong ha vinto il Gelso d'Oro alla Carriera del FEFF 2019, con la coreana Jeon Do-yeon e la cinese Yao Chen.
Tutto cantonese è A Home with a View di Herman Yau (vedi scheda sotto). Idem per Hotel Soul Good di Yan Pak-wing, uno dei due autori di Vampire Cleanup Department, visto due anni fa. Proprio a proposito di quel film scrivevo che a Hong Kong anche la nostalgia è un atto politico; vale anche per il piccolo e grazioso Hotel Soul Good, commedia di fantasmi piena di volti familiari del cinema hongkonghese come Richard Ng, pervasa di una nostalgia che gli fa rievocare ogni cosa della vecchia Hong Kong di un tempo, compresi gli aerei che atterravano nel mezzo della città quando c'era il vecchio aeroporto.
Idem per il nuovo film dell'enfant terrible Pang Ho-cheung, Missbehavior. Un film disuguale, ma quello che lo salva è – oltre che il risultato complessivo come commedia di riappacificazione, che al finale lascia effettivamente soddisfatti – il coraggio dell'eccesso e della volgarità: che non è certo una novità per l'autore. Pang Ho-cheung si potrebbe veramente definire un Nando Cicero patinato (devo spiegare che questo lo intendo in senso assolutamente positivo). Tutto il film s'incentra sulla ricerca di una bottiglia di breast milk (latte umano): la terribile boss la conservava nel frigo dell'ufficio per allattare il suo bambino e una giovane impiegata l'ha usato per sbaglio per un cappuccino. Per salvarla, si mobilita il suo gruppo di amiche, che una serie di litigi ed equivoci avevano spaccato. La ricerca frenetica dà luogo a una serie di gag esilaranti e anche molto fisiche, che non risparmiano nulla (la scena del gabinetto dell'asilo, anche Nando Cicero avrebbe esitato a girarla!).
Un caso a parte, infine, è Three Husbands, del grande Fruit Chan, già menzionato come produttore di Still Human. C'è un bellissimo film fra thriller e fiabesco di Curtis Harrington, Night Tide, in cui un marinaio incontra una donna che (forse) è una sirena che uccide i suoi amanti. Lo può ricordare il complesso e affascinante Three Husbands, la cui protagonista Mui – una stupefacente interpretazione di Chloe Maayan – è una prostituta ninfomane che lavora su un barcone, ha tre mariti, fra cui suo padre, ed è (probabilmente) una lussuriosa sirena del mare, della stirpe delle misteriose creature marine Lu Ting. E' una fiaba contorta ed erotica nella linea del cinema d'avanguardia ironico e delirante di Fruit Chan (più vicino quindi a Public Toilet che a Made in Hong Kong). Non potrebbe la stessa Mui, che tutti vogliono e che da tutti si lascia possedere, essere una metafora - o più precisamente un'allegoria - della città di Hong Kong? E', questo, un film profondamente satirico rispetto alle politiche di integrazione/appropriazione della Cina continentale verso l'ex colonia dopo la sciagura dell'Handover.

Da Taiwan menziono solo – va da sé, lo dico qui e vale per tutte le nazioni, non sono riuscito a vedere tutti i film del vastissimo programma! – un buon horror di David Chuang, The Devil Fish. E' il terzo episodio della serie Tag-Along ma (a differenza del secondo) regge bene da solo, anche perché come storia non è un seguito degli altri due; solo alla fine un paio di scene inserite nei titoli di coda realizzano un collegamento con il primo. Niente spirito mosien stavolta ma un “arcidemone” che si è liberato; è una storia di possessioni ben realizzata. L'inevitabile côté familiare e commovente non è invasivo e si lega con intelligenza alla storia principale. Va detto che è abbastanza evidente il ricordo di Stranger Things nella pericolosa idea di un paio di ragazzini di prendere un pesce di provenienza demoniaca e allevarlo – tuttavia il film non va oltre, e resta saldamente fondato nella cultura magica cinese.

E siamo alla Cina continentale, che ha rappresentato uno dei punti forti del festival con due film eccellenti. Il “coeniano” A Cool Fish di Rao Xiaozhi è una commedia nera, dove vediamo due storie interlineate (due balordi, Big Head e Bra, fanno una rapina e si rifugiano presso una giovane donna paralizzata; un ex poliziotto, Ma Xianyong, finisce nei guai nei suoi tentativi di rientrare nelle forze ausiliarie) e poi i fili narrativi cominciano a unirsi; man mano che il film va avanti vediamo delinearsi tutta una serie di connessioni fra i vari personaggi, come una ragnatela, finché ci accorgiamo che stiamo vedendo un'unica grande storia che praticamente è il mondo.
La prima parte è follemente buffa, si ride appunto come in una commedia dei fratelli Coen; ampliandosi, il film dipinge – senza perdere in levità – il quadro del dramma personale della donna paralizzata (che si scopre essere la sorella di Ma) e, ancor più in generale, del dolore della vita: tutti i personaggi mostrano sotto la loro buffoneria la loro essenza umana. La bellezza delle interpretazioni (in particolare Ren Suxi, la donna paralizzata) è tale che da sola varrebbe il film.
Non meno importante è Lost, Found di Lü Yue. Feng Xiaogang è produttore esecutivo, e si vede. Formalmente è un thriller su un caso di kidnapping, ma questa è solo la forma narrativa attraverso la quale viene messo in scena un dramma su due donne di classi sociali opposte: la madre della bambina, una ricca avvocatessa, e la bambinaia, una donna povera con una storia di sciagure, che è la rapitrice. Com'è ovvio questo getta anche una luce sulla condizione della donna in Cina. Un racconto teso, con una doppia interpretazione eccellente (Yao Chen è la ricca, Ma Yili è la povera) e una fotografia elegantemente impositiva di Cheng Mazhiyuan. Man mano che emerge la triste vita della bambinaia, il film – senza perdere il suo elemento di suspense – aggiunge un elemento commovente di totale disperazione: la corsa a piedi verso l'ospedale sotto la pioggia con un'altra bambina morente è una pagina di melodramma dickensiano, perfino troppo dolorosa per lo spettatore.
A un livello un po' inferiore a questi due splendidi film, When Love Blossoms di Ye Tian è una storia, forse un po' esile ma assai graziosa, di timido amore (il finale resta aperto, ma probabilmente è amaro) fra un delivery boy e una aspirante donna in carriera – dove, cosa interessante, il perdente nel feroce sistema di classe cinese è lei. L'aspetto maggiormente degno di nota è però il rapporto fra il testo e il teatro: nel film, la storia (la diegesi) ruota intorno alla messa in scena di un dramma (autentico, opera di di Zou Jingzhi) a teatro, dalle prove fino alla sera della prima. Il film e il dramma hanno lo stesso titolo, e si crea per il protagonista maschile una sorta di rispecchiamento fra la storia messa in scena e la propria. Ottimo l'interprete Liu Di, un viso particolarissimo che ricorda il giovane Sam Lee.
E' coinvolgente e ben narrato The Rib di Zhang Wei, in cui un giovane vuole operarsi per diventare donna. Suo padre dà di matto ma alla fine comprenderà. La vicenda è inserita in un ambiente religioso: è una famiglia di cristiani. The Rib (naturalmente è la costola di Adamo) è un film apertamente educational, per intenderci di quelli che si proiettano nelle scuole (non credo in Cina, però, anche se si conclude con una didascalia che vanta la politica liberale del governo cinese rispetto al cambio di sesso). Ma il buon livello della realizzazione riesce a far superare l'impressione di didatticismo. Il film è girato in b/n – bella la fotografia di Lutz Reitmeier – con un'unica macchia di colore, rosso, il vestito da donna che simboleggia il desiderio del protagonista (come aveva fatto Spielberg in Schindler's List).
Da menzionare infine Dying to Survive di Wen Muye, molto piaciuto al pubblico, che trova una forte nota di verità nella descrizione delle sofferenze dei malati di cancro che non possono permettersi una costosissima medicina – per cui il protagonista importa clandestinamente un medicinale analogo dall'India.

Uno sguardo particolare va sempre riservato al magnifico cinema del Giappone. Un film di altissimo livello, forse il migliore di tutto il festival, è Lying to Mom di Nojiri Katsumi. E' proprio della commedia il concetto di un inganno sfacciato che viene continuamente sfidato dalla realtà e così deve diventare sempre più grande... pensate a Good Bye, Lenin! Questo succede in Lying to Mom a livello familiare. Un hikikomori (recluso volontario) si suicida e la madre trovandolo batte la testa ed entra in coma. Al risveglio dopo 49 giorni ha dimenticato tutto. Così i familiari la ingannano facendole credere che nel frattempo il figlio è uscito dalla sua stanza ed è andato in Argentina. La madre è felice ma la finzione (con cartoline e regali) è difficile da mantenere; soprattutto gli altri familiari devono compiere di nascosto l'elaborazione del lutto – il grande tema del film. Splendidamente interpretato, è un film intenso, pieno di dolore, anche se la conclusione procede in modo fluido verso la leggerezza. Con un ossimoro lo si potrebbe definire una commedia dove si piange invece di ridere. Ricorda Kore-eda (e che il regista e sceneggiatore tenga presente Kore-eda si vede bene dall'apparizione del pipistrello alla fine). Nojiri ha una mano sicura e un perfetto senso narrativo; c'è qualcosa di inesorabile nel suo procedere; la conclusione, però, rappresenta un superamento. C'è una moralità senza moralismo e un'adesione al vero – intendo il vero profondo della vita – che trovo ammirevoli.
Un altro film di eccellenza è un debutto, e ha vinto il premio della giuria per le opere prime: Melancholic di Tanaka Seiji (che sul palco del FEFF ha gridato “Voglio vivere a Udine!”).
Sono Pazzi Questi Giapponesi, direbbe Obelix e avranno detto gli spettatori di quest'intelligente, acuta commedia nera dell'assurdo, una sorta di coming of age nel sangue. Al cuore Melancholic ha qualcosa di profondamente nipponico, nella sua freddezza dell'espressione dei sentimenti, che sono da non esprimersi, salvo inevitabili scoppi emotivi. I suoi due inservienti di un bagno pubblico di giorno e killer e/o smaltitori di cadaveri di notte, i magnifici attori Minagawa Yoji e Isozaki Yoshitomo, sono una coppia di figure lunari che sarebbero piaciute ad Angelo Maria Ripellino. In particolare, Minagawa Yoji offre un'interpretazione magistrale nel ruolo dello sfigato: vedi come parla con la ragazza che gli piace, tutto orientato da un lato, sfuggente, con un lavoro attoriale sul corpo ammirevole nella sua naturalezza. L'umorismo freddo e balzano del film diventa vorticoso man mano che va avanti, mantenendo tuttavia un sottile, e quasi perverso legame con la realtà.
Oltre all'adorabile Fly Me to the Saitama di Takeuchi Hideki (vedi scheda sotto), molto apprezzato HARD-CORE di Yamashita Nobuhiro. Yamashita è sempre stato un regista di personaggi: di piccole figure bizzarre che si muovono nel mondo come stupefatte, trasognate e quasi (per fare un complimento troppo grosso) beckettiane; e ne dà conto con un cinema della lentezza pieno di sospensioni, come stupefatto anch'esso. Va detto che quel suo tempo sospeso nasconde spesso dei limiti narrativi; ma HARD-CORE è certamente fra i suoi film migliori. E' tratto da un manga e i personaggi sono la quintessenza della bizzarria: non solo i protagonisti, due ultra-sfigati e il loro compagno robot che sembra costruito in cucina con la cassetta degli attrezzi di casa, ma anche le deliranti figure di contorno: il vecchio leader dell'organizzazione di estrema destra, il suo vice che sembra un Kitano perverso, e la figlia ninfomane di quest'ultimo. Per il piacere delle signore (che resterebbe amaramente frustrato se dovesse contentarsi dei due protagonisti) c'è anche un noto idol nel ruolo del fratello opportunista.
Mi spiace di aver perduto, causa un impegno, l'apprezzatissimo Every Day a Good Day di Omori Tatsushi. Se diamo uno sguardo ai film minori (rispetto ai precedenti, intendo, ma tutti rispettabili), ecco Sabu che torna al festival con Jam, un film rappresentativo dei suoi pregi e dei suo difetti. Fulminanti tocchi di originalità e tratti di eccessivo autocompiacimento. Sono tre storie interlineate, di cui quella del cantante enka Hiroshi e della sua “fan numero uno” Masako è di gran lunga la più interessante (vedi l'ottima scena del dibattito all'inizio), solo che risulta un plagio quasi spudorato di Misery non deve morire – sorretto però da due ottime interpretazioni. Quella dell'invincibile picchiatore Tetsuo (il nome è, credo, uno spiritoso tocco ironico) è graziosa per l'esagerazione degli scontri. La terza, quella del “benefattore”, serve solo alla connessione narrativa.
Dare to Stop Us di Shiraishi Kazuya è un'accurata rievocazione dei tempi e dell'ambiente del famoso regista ribelle Wakamatsu Koji. Il suo grave limite è di concentrarsi tutto sull'aspetto politico anziché sull'erotismo rivoluzionario e crudele di Wakamatsu; col che rischia di darne un'immagine un po' falsata. Only the Cat Knows di Kobayasi Syoutarou (a.k.a. Kobayashi Shotaro), autore dell'ottimo Hamon: Yakuza Boogie, tratto da un manga, narra la storia di una crisi coniugale fra due anziani coniugi. Il ritmo è lento e si può sospettare un certo autocompiacimento in questa lentezza. Kobayashi è dotato, ma non è un Hiroki Ryuichi: nella sua descrizione dell'immediatezza del quotidiano c'è grazia, ma non grandezza.

Parlando della Corea, vorrei iniziare con Default di Choi Kook-hee, la storia autentica del fallimento della Corea nel 1997, con i politici che scelgono di affidarsi per un bailout al Fondo Monetario Internazionale, capeggiato da uno spietato Vincent Cassel (l'arrivo dei delegati FMI inquadrati di schiena è puro gangster thriller). Il costo sarà carissimo.
Molto abilmente narrato e sorretto da un ottimo montaggio di Shin Min-gyeong, il film riporta la storia del
default coreano esattamente nelle forme narrative del disaster movie, compreso il frazionamento in storie interlineate; e l'equivalente del classico personaggio della Cassandra ignorata e vilipesa tocca a una dirigente coreana in un'eccellente interpretazione di Kim Hye-soo, attrice molto versatile oltre che molto bella, ben nota al pubblico del FEFF. C'è un discorso agli investitori di un giovane squalo della finanza (col volto familiare di Yoo Ah-in) che è una vera lezione di economia in pillole. Ecco un film che (anche per la sua insistenza sui costi umani) andrebbe non solo visto ma studiato.
Gli zombie partono all'attacco della Corea in due film. La Corea medievale dell'epoca Joseon in Rampant di Kim Sung-hoon (vedi scheda sotto); la Corea contemporanea in The Odd Family: Zombie on Sale di Lee Min-jae, una commedia horror molto divertente e (nella prima parte) originale. Una famiglia di sfigati che gestiscono un distributore in declino s'imbatte in uno zombie fuggito da un centro ricerche. Questo zombie morde il capofamiglia; dopo il classico periodo di incubazione il padre non diventa zombie ma ringiovanisce! Così tutti i vecchietti del paese vogliono farsi mordere, la famiglia lo trasforma in un business tipo catena di montaggio e fanno i soldi. Nel frattempo, la figlia si innamora di questo giovane zombie, stile Warm Bodies, mentre l'ambizioso figlio minore vuole rapirlo e portarlo a Seoul come esemplare da studiare per l'industria del Viagra. Se la prima parte è più commedia coreana di tipi, la seconda svolta in pura commedia horror, con un'invasione di zombie mostruosi come i loro omologhi degli horror “seri”. Gli appassionati di zombismo cinematografico apprezzeranno le citazioni, da La notte dei morti viventi (il distributore) a La terra dei morti viventi (i fuochi artificiali) a Train to Busan (la galleria, nonché l'intelligente uso di un clip all'inizio).
Le atmosfere “storiche” di Rampant si ritrovano (qualche secolo prima) nel fragoroso e appassionante The Great Battle di Kim Kwang-sik. Come potrebbe mancare al FEFF la magia delle epopee in costume? Mixando storia e ricostruzione di fantasia, il coreano The Great Battle è una super-epica spettacolare che dipinge con grande senso del ritmo un assedio (storicamente avvenuto) in cui pochi coreani difesero una fortezza contro centinaia di migliaia di invasori cinesi. Una sarabanda movimentatissima di astuzie ossidionali, contro-astuzie difensive e combattimenti da sgranare gli occhi.
Abbiamo menzionato di passaggio Train to Busan: grazie alla sua parte in quel film, Ma Deong-seok è diventato una star. Lo ritroviamo in Unstoppable di Kim Min-ho. Interpreta un simpatico tontolone, ex gangster redento, noto in passato per la potenza dei suoi pugni come Toro Scatenato, che è il titolo coreano del film. Quando sua moglie viene rapita da una gang che ruba donne per la prostituzione (un tratto bizzarro è che risarcisce i parenti: e sentiamo che di solito padri e mariti accettano i soldi!), il protagonista – assieme al suo socio e a un comico investigatore privato – rintraccia la banda e fa giustizia. E' una specie di violento thriller avventuroso, molto piacevole, con Ma Deong-seok che mena botte da far impallidire Bud Spencer e con più di un tocco di originalità (assai divertente quando s'introducono sotto mentite spoglie nella stazione di polizia).
Ancor più divertente è Extreme Job di Lee Byoung-heon (strepitoso successo in patria), in cui un gruppo di poliziotti pasticcioni affitta un negozio di pollo fritto fallito per sorvegliare il covo di gangster dirimpetto. Tanto non ha mai clienti... Ma, come in Criminali da strapazzo di Woody Allen, la copertura culinaria salta perché inaspettatamente si rivelano troppo bravi. Di qui un'epopea di sfiga e di botte, molto gustosa, anche se la seconda parte è un'orgia di action che va bene in sé ma non quaglia molto col resto del film.
Menziono di passaggio un paio di thriller riusciti (Believer di Lee Hae-young) o meno (Doorlock di Lee Kwon); meno interessante il drammatico Birthday di Lee Jong-un (anche se è impossibile non commuoversi con un film che è un fiume di lacrime su una tragedia reale); la commedia Intimate Strangers di Lee Jae-gyu, uno dei mille remake di Perfetti sconosciuti che spuntano nel mondo: la recitazione è corretta e il cibo coreano a cena porta una nota attraente.

Quello però che ha inevitabilmente messo in ombra la selezione coreana, e non solo, è la stupenda retrospettiva intitolata “I Choose Evil” – Lawbreakers Under the Military Dictatorship, curata da Darcy Paquet (al quale deve andare un grande ringraziamento). Si tratta di otto film incentrati su personaggi che violano la legge in varie forme, girati durante i trent'anni di dittatura militare in Corea (1961-1993): otto film veramente eccezionali, opera di registi già noti al pubblico del FEFF (Lee Man-hee, Im Kwon-taek, Kim Ki-young) o no (Jo Keung-ha, Lee Doo-yong, Jang Sun-woo), ma tutti affascinanti, da non dimenticare per le future esplorazioni. La rassegna è accompagnata da un bel volume a cura di Darcy Paquet.

Dalle Filippine arriva la deliziosa commedia sentimentale di Dan Villegas Heaven's Waiting. Non è casuale la connessione del titolo con Heaven Can Wait di Lubitsch. Mette in scena un aldilà burocratico, che ha l'aspetto di un albergo decaduto gestito da premurosi “guardiani”, dove i morti aspettano di andare in paradiso – come nel magnifico After Life di Kore-eda Horozaku. Qui si rincontrano gli anziani Manolo e Lisang (Eddie Garcia e Gina Pareño). Erano stati amanti in gioventù, poi si erano lasciati, sposando altri – ma senza ammetterlo sono ancora innamorati tra loro. Il film mette a nudo le verità della loro storia passata e descrive il loro riavvicinamento; così, l'invenzione divertentissima di questo aldilà con tutte le sue regole si rivela essere lo sfondo per una descrizione elegiaca dell'amore da vecchi. Dal tono di comedy iniziale si passa, in modo ben calibrato, a una commedia drammatica sentimentale – con una conclusione commovente quanto Ghost. I due interpreti sono fenomenali. Eddie Garcia è Eddie Garcia, e non si discute; ma forse ancor di più colpisce Gina Pareño: la sua interpretazione, tutta nuances psicologiche rese attraverso la mimica del volto, è indimenticabile.
Mikhail Red con Eerie ci offre un bell'horror di ambientazione cattolica (vedi scheda sotto). Chito S. Roño, un regular del FEFF, ritorna con il notevole Signal Rock, che forse ha all'inizio uno sviluppo un po' indeciso ma in seguito cresce molto. E' la storia di Intoy, un ragazzo servizievole (“amico di tutti e nemico di nessuno”) di famiglia poverissima, in un villaggio. Bisogna fingere che la sorella Vicky, che ha mollato il convivente manesco in Finlandia, sia ricca – altrimenti rischia di perdere l'affidamento della sua bambina. Così Intoy organizza una grande cospirazione coinvolgendo tutto il paese.
Il tema generale del film è la povertà che fa sì che le ragazze vadano via dal villaggio nella speranza di sistemarsi, abbandonando i giovani locali. La sequenza del rincontro di Intoy con Rachel, la sua ex fidanzata che ha dovuto andare a Manila, e il loro triste addio davanti alla corriera, è un pezzo di grande cinema. L'imbroglio avrà successo; ma la conclusione, a differenza di quanto avverrebbe nel cinema americano, è una sorpresa che chiude il film su una nota triste senza essere tragica.
Miss Granny di Joyce Bernal, remake di un grande successo coreano, è più modesto rispetto alle sue esplosive commedie come Mr. Suave e Kimmy Dora – ma là c'era l'elemento demenziale, mentre qui la logica del remake impone quello sentimentale. Brava Sarah Geronimo, attrice e cantante in questo film che è quasi un musical.

La Thailandia era presente con due buoni horror. Krasue: Inhuman Kiss di Sittisiri Mongkolsiri (sceneggiato da Chookiat Sakveerakul, non ignoto al FEFF) mette in scena la krasue – che, come tutti sanno, di giorno è una donna normale, mentre di notte la sua testa e le sue viscere si staccano dal corpo e volano via in cerca di preda. Il film è però anche una storia d'amore; possiamo definiarlo un melodramma horror. Con la storia di Sai (che senza sua colpa è una krasue) e dei suoi due innamorati, è un film di star-crossed lovers, attraversato da un senso di destino spietato e invincibile come The Curse of the Werewolf (L'implacabile condanna) di Terence Fisher. Tanto l'aspetto melodrammatico quanto quello orrorifico sono gestiti con competenza.
In Reside di Wisit Sasanatieng (The Unseeable) torna il classico concetto del gruppo assediato in un luogo claustrofobico: possono essere gli arabi ribelli attorno a Fort Zinderneuf nei vecchi film sulla Legione, l'assassino misterioso sull'isola in Dieci piccoli indiani, gli zombi attorno alla vecchia casa ne La notte dei morti viventi, o gli spiriti pronti a possederti che si aggirano in una villa come nel presente film; in ogni caso, questo assedio, questa costrizione in un luogo chiuso, ha la possibilità di far uscir fuori le psicologie e la backstory. Come in una gigantesca dissolvenza incrociata, sotto l'attacco degli spiriti in cerca di un corpo si delinea la complessa rete di rapporti, di verità nascoste, e anche di colpe, che lega i personaggi. Va da sé che ciò porta in scena un concetto che giace sotto la maggior parte degli horror , cioè che più che i fantasmi fanno paura la malvagità e il dolore umano. Reside è bello; si sente abbastanza chiaramente l'influsso di Sam Raimi ma comunque è mantenuta l'autonomia del racconto.

Passiamo alla Malaysia con tre buoni film. Siamo ancora in zona horror con Two Sisters di James Lee. La Kuman (la casa produttrice) si chiama così in onore di Roger Corman, il che la rende subito simpatica. Two Sisters non corrisponde alla nostra solita idea di film malaysiano ed è piuttosto un film cinese: è parlato in mandarino e interamente interpretato da attori di questa lingua, perfino quando le due sorelle che vivono in una villa di campagna devono chiamare un fabbro per forzare una doppia serratura. Questa potrebbe essere una soluzione per vendere meglio il film nei territori come Hong Kong o Taiwan, ma anche dà l'idea di una comunità molto separata. E' un piccolo, elegante film di fantasmi e paranoia, la cui soluzione (attenzione, spoiler!) lo accomuna a tutta una serie di film come Allucinazione perversa di Adrian Lyne o Shadow di Federico Zampaglione.
In Fly by Night di Zahir Omar, una famiglia compie piccole estorsioni (p.es. riscatti per finti rapimenti) approfittando del loro lavoro di tassisti. Il fratello minore e il suo amico – una delle coppie di scemi nati più sciagurati del cinema (tanto che è un piacere vederli prendere un sacco di botte nel film) – combinano un tale guaio da portare la famiglia al disastro. Si capisce che gli autori si sono guardati bene il cinema di Michael Mann, anche se ovviamente sono lontani dal raggiungerlo. Non è un capolavoro, ma un thriller piacevole, fluido, che non annoia mai. Bei visi, ritmo veloce, la giusta dose di violenza, e perfino un certo interesse per i destini di questa famiglia e anche per l'investigazione del poliziotto Kamal (una spiritosa interpretazione di un bravo attore noto al FEFF, Bront Palarae).
In Motif di Nadiah Hamzah, una donna ispettore di polizia, Dewi, viene mandata dalla città a investigare sulla scomparsa della figlia di un pezzo grosso nella campagna malaysiana, e naturalmente non trova grande appoggio nella polizia locale. Ma essendo una dura va avanti nonostante le intimidazioni.
Diretto da una donna, il film è molto attento al difficile ruolo femminile nella società maschilista islamica. In particolare tocca la barbara usanza che consente ai soli maschi di avere più mogli; e ciò, tanto nella descrizione della vita personale di Dewi, che è in questa situazione (lo sentiamo nelle sue conversazioni telefoniche) quanto – a sorpresa – nella soluzione del mistero.

Ora alcuni “pezzi unici” da paesi che quest'anno hanno partecipato con un solo film. L'Indonesia con 212 Warrior (pronuncia two-one-two): un fantasy storico di arti marziali deliziosamente silly. L'eroe Wiro Sableng (Wiro il Pazzo, protagonista di una serie di romanzi in patria) ha un atteggiamento esilarante, mezzo gay mezzo svitato, e abbondano le citazioni tongue-in-cheek, da Conan il barbaro al quadro del Viandante davanti a un mare di nebbia di David Caspar Friedrich, da una sfera di energia che sembra uscita da Dragon Ball a un uomo-maiale che occhieggia al Viaggio in Occidente (un testo classico cinese che sta alla base di innumerevoli film).
Da Singapore arriva il sottovalutato Konpaku di Remi M Sali. Pur avendo un paio di momenti di paura (e concludendosi con un esorcismo musulmano), non è un horror nel senso più immediato, di genere, dell'espressione. Per fare un paragone con un film di livello ovviamente molto più alto, è come L'esorcista di Friedkin: parte da una base horror per mirare a una riflessione più generale, “filosofica”, sui rapporti umani. Konpaku in giapponese significa anima.
Il trentenne disoccupato Haqim, un musulmano Malay, vive con la madre e passa le giornate con un gruppo di amici (la descrizione di questi autentici vitelloni Malay è simpatica). Corteggia una ragazza giapponese, Midori (la brava attrice Lizzie V), anche intrigato dalla sua franchezza in opposizione alla repressione sessuale del suo ambiente. Il guaio è che Midori non è umana, è una specie di demone succubo, e ne nasce una autentica possessione che si sviluppa – questo è originale – attraverso un rapporto tramite smartphone. Nota in margine: posso benissimo comprendere Haqim, perché questa Midori è, come si dice, una bellezza spaziale.
Infine, dal Vietnam arriva Furie di Le Van Kiet. Nei film di mazzate, è sempre una variazione piacevole quando lo spaccaossa della situazione è una donna. Qui Phuon (Veronica Ngo), ex malavitosa, si è ritirata in campagna per allevare sua figlia. Quando la bambina viene rapita da trafficanti d'organi, li segue a Saigon e scatena il finimondo. Furie è un film molto agile (no pun intended) che nella sua semplicità riesce a tenere in tensione lo spettatore per tutta la sua ora e mezza. Il merito è di un buon montaggio e soprattutto di Veronica Ngo, che non solo trasmette con una buona interpretazione sentimenti ovvii ma veraci ma se la cava molto bene nelle scene di combattimento. Non per niente nel dialogo viene paragonata a una tigre cui sono stati rapiti i cuccioli. Grande lo zoom finale sul suo volto – che incarna quella ferocia senza la quale non esiste giustizia.

Della retrospettiva principale abbiamo parlato. Non sono poi mancati due bei restauri, i documentari, la rassegna Ten Years (il futuro dieci anni a questa parte in tre film a episodi di tre paesi) e una mini-rassegna, che mi spiace d'aver perso, sulle commedie indipendenti coreane. Davvero la Corea ha fatto la parte del leone quest'anno! Ed è giusto, perché festeggia i 100 anni dal suo primo film.
Ma in chiusura vorrei menzionare un'idea eccellente, a cura di Roger Garcia, che spero si replicherà: The Odd Couples, in cui vengono proiettati insieme un film orientale e uno occidentale legati da un rapporto di remake o comunque di ispirazione. Così abbiamo rivisto su grande schermo – con vero godimento – City on Fire di Ringo Lam e Le iene di Quentin Tarantino, nonché Il mondo di Suzie Wong e il rarissimo My Name Ain't Suzie (1985) di Angie Chen che è la “risposta” hongkonghese al film di Richard Quine. My Name Ain't Suzie è è un grande quadro di trent'anni della vita di una prostituta, coraggiosa e volitiva, a partire dal 1958; ed ha, nel suo svolgimento misto di storia e melodramma, somiglianze non indifferenti con le epiche storiche di Francis Ford Coppola. Vederlo è stato un privilegio.
Così, su Hong Kong si è aperto questo lungo articolo e su Hong Kong si chiude.




A Home with a View

Herman Yau


A Home with a View potrebbe essere il film migliore di Herman Yau in assoluto. E' tratto da una pièce teatrale, Family Surprise di Cheung Tat-ming (anche sceneggiatore del film e interprete nel ruolo del nonno); in effetti nella prima scena l'origine teatrale è dichiarata; poi il film si allarga.
L'inizio è puro populismo hongkonghese (siamo in area The House of 72 Tenants)che mette in scena una famiglia di mezzi matti: il padre risparmiatore (Francis Ng); la madre stressata (Anita Yuen) in lite coi vicini, fra cui il macellaio Lam Suet; il figlio e la figlia, due tipi diversi di balordaggine giovanile, più il nonno in sedia a rotelle. La loro unica consolazione è guardare uno spicchio di mare dalla finestra. Ed ecco che il dirimpettaio (Louis Koo, grande interpretazione di quieta malignità) blocca la vista erigendo un enorme tabellone pubblicitario sopra il suo appartamento. Come si vede, questa storia può ricordare molto a occhi italiani un racconto di Italo Calvino della serie Marcovaldo.
Il tabellone non sarebbe legale, ma la famiglia si trova impigliata nella burocrazia. Il loro oppositore è abilissimo – arriva fino a sostenere che si tratta di un'opera d'arte, e l'assemblea pubblica per decidere cosa sia arte e cosa no merita di restare negli annali del cinema comico hongkonghese. Fra i personaggi secondari c'è l'impiegato comunale Anthony Wong, che era innamorato di Anita Yuen prima che Francis Ng gliela portasse via – e la scena del loro rincontro (sono ancora innamorati) è un capolavoro di recitazione da parte di entrambi.
Quando emerge chiaro che non c'è nulla da fare, il film vira alla commedia nera, con la famiglia che comincia a pensare di uccidere l'ingombrante dirimpettaio. Proseguire oltre sarebbe spoilerare troppo. Con questo bellissimo film Yau si riallaccia certamente (in chiave di commedia appunto) ai suoi film neri del passato come The Untold Story, cui del resto accenna la conclusione – ma con un'ampiezza per così dire “sociologica” e satirica del tutto particolare.

Fly Me to the Saitama

Takeuchi Hideki


Takeuchi Hideki ha usato sceneggiatori diversi tra Fly Me to the Saitama e i due Thermae Romae, peraltro tutti tratti da manga. Eppure, ci sono molti tratti di somiglianza fra questi suoi film: non solo un'irrefrenabile energia tutta sua ma anche un senso dell'umorismo paradossale quasi spudorato. E' evidente che Takeuchi si diverte girando; questo “sprizza” letteralmente dalle inquadrature. Sarà merito del manga, che mi spiace di non conoscere, ma Fly Me to the Saitama è geniale allo stesso modo in cui lo era Thermae Romae. E' una cascata d'invenzioni, tutte paradossali appunto, ma tutte logicamente ben collegate.
Saitama è una prefettura che gli abitanti della vicina Tokyo considerano una zona di buzzurri. Nel film, un radiodramma ascoltato da una famiglia saitamese in viaggio ci porta in una realtà alternativa in cui Tokyo tratta gli abitanti delle prefetture vicine, e i saitamesi in particolare, peggio di servi della gleba. Ma la rivolta è in cammino. In questa folle guerra tra prefetture, il film gioca in modo spiritosissimo sulle marche turistico-culturali dei vari territori (come la conchiglia-radio con cui comunicano due ufficiali donna della prefettura di Chiba, che è fiera di avere il mare). Passando dal Giappone all'Italia le allusioni locali si perdono un po', ma restano comprensibili o almeno secondarie rispetto al divertimento – anche se vedendo il film si continua a pensare con invidia a come debbano rotolarsi dalle risate gli spettatori giapponesi. Quel che importa è che il film è un'autentica festa, e ciò si trasmette perfettamente agli spettatori anche in questa parte del mondo.
Che poi... Se c'è un concetto nascosto dietro la comicità sfrenata di Fly Me to the Saitama è l'elogio della quieta normalità. “Non abbiamo niente di speciale ma è un bel posto dove vivere”. Ebbene, in una conclusione gustosamente reminiscente di Star Wars, i due protagonisti, nei loro strepitosi costumi manga-like (li interpretano il cantante Gackt e Nikaido Fumi, totalmente femminile in una parte maschile), ci avvertono che dopo aver “saitamizzato” il Giappone Saitama si prepara a “saitamizzare” il pianeta. Una prospettiva agrodolce, un po' inquietante. Torna in mente Jorge Luis Borges: “Il mondo sarà Tlön”.

Rampant

Kim Sung-hoon


E' una storia in costume, di zombi dilaganti (rampant) nel Palazzo al tempo della dinastia Joseon, e il loro attacco si intreccia con le lotte di potere manovrate da un ministro malvagio. Va subito detto, però, che lo stesso concetto si trova misteriosamente in una serie tv coreana di livello anche superiore, Kingdom, visibile su Netflix. Effetti della concorrenza?
Bisogna ammettere che, con questa immissione di zombismo nel classico film storico, vien da temere una sorta di meccanica sovrapposizione. Invece il merito di Rampant è di pervenire a una fusione assai convincente dei due generi. Basta vedere le scene di battaglia contro l'orda di zombi, che non sono classico horror di massa alla Romero ma appartengono appunto allo stile dei film storici, come The Great Battle.
Si tratta vigoroso cinema commerciale, che mantiene onestamente quello che promette, con una serie di personaggi stereotipati ma simpatici – il principe protagonista è il classico antieroe-che-si-ravvede con una spudoratezza da Hollywood anni Trenta. Attraversa il film una vena di humour che non diverte tanto col personaggio un po' ovvio del compagno comico, l'assistente del principe, quanto col principe stesso (quando trovandosi di fronte agli zombi da affrontare dice lamentosamente “Bloody hell – so many” col classico sibilo coreano, è adorabile). Inutile aggiungere che sul piano visuale sia per quanto riguarda il cinema in costume sia per il cinema di zombi (che qui sono chiamati demoni per non fare anacronismi) le carte sono in regola.
Senza voler “nobilitare” il film sul piano contenutistico, la riflessione sul carattere della regalità che viene espressa nella parte finale serve solo a renderlo più vivace e divertente, e ci riesce; eppoi (attenzione, spoiler!) vedere il re di Joseon che diventa zombi durante una cerimonia ufficiale e si avventa sulle cortigiane danzanti è una gemma!

Eerie

Mikhail Red


Mikhail Red, regista filippino figlio d'arte, aveva già girato un film interessante, Birdshot, in cui la prima parte aveva un'atmosfera (appunto...) eerie, mentre la seconda, diciamo poliziesca, prendeva tutt'altra direzione. Ora si butta nell'horror vero e proprio, e ne realizza uno assai notevole. Come nel capolavoro Seclusion di Erik Matti, l'incrocio di terrore e di ambientazione legata al cattolicesimo produce risultati eccellenti.
La storia si svolge a Santa Lucia, un istituto religioso per ragazze gestito da suore severissime (non fa meraviglia che quando si riuniscono in cappella si canti il Dies Irae). L'unica laica della scuola è la consulente psicologica Miss Pat . L'istituto Santa Lucia è infestato dal fantasma di una educanda, Erika, che si è impiccata in un gabinetto anni prima. Ora, Pat ha qualità paranormali e riesce a vedere e parlare col fantasma di Erika, il quale però è molto ambiguo nelle loro conversazioni. Siccome nell'istituto accadono cose terribili, per Pat è urgente scoprire cos'è veramente successo.
Eerie è intelligente e ricco di suspense. Vero che c'è una certa tendenza ad appoggiarsi molto sugli effetti sonori e anche sulla consueta situazione dell'avvicinarsi a un personaggio di spalle (quando si volta, si sa già che non ti piacerà quello che vedi); però sono difetti minori rispetto alla logica e alla coerenza con cui il film è condotto: mantiene il mistero tanto da realizzare una specie di autentico film giallo dell'orrore, e senza quelle sbavature logiche che caratterizzano certi horror locali. Come in quasi tutti i buoni horror, il vero terrore ancor più che il mostro è il dolore umano.
Il film è interamente attraversato dal tema dello sguardo. Conviene ricordare che Santa Lucia fu martirizzata cavandole gli occhi, e infatti nell'iconografia è rappresentata con in mano un piatto coi suoi occhi sopra – come vediamo nella statua davanti all'istituto. Occhi cavati della statua, occhi che piangono sangue, specchi, fotografie rivelatrici, perfino (particolare intelligente!) le lenti a contatto di Pat, tutto si collega alla visione; e ciò rappresenta una linea rossa che aggiunge compattezza al film.

venerdì 1 marzo 2019

Don Giovanni di Molière

regia teatrale di Valerio Binasco


Appena passato al Teatro Nuovo di Udine, il Don Giovanni di Molière diretto da Valerio Binasco, con Gianluca Gobbi nel ruolo e Sergio Romano come Sganarello, è una messa in scena assai bella che riproduce Molière con fedeltà – i piccoli spiritosi riferimenti contemporanei, come il TSO e gli psicofarmaci quando Don Giovanni si divide freneticamente fra Charlotte e Mathurine cercando di convincere ciascuna che l'altra è pazza, non annacquano l'aderenza al testo ma anzi, come lievi tocchi di humour, la rinforzano. Non è una modernizzazione ma una messa in scena moderna, che è esattamente il contrario.
Dimenticatevi Ruggero Raimondi spettrale in nero nel Don Giovanni di Mozart diretto da Losey. Il concetto di Valerio Binasco, come ha abbondantemente dichiarato, è di proporre una lettura di Don Giovanni diversa dalla “figura vampiresca e tardoromantica” cui siamo abituati. Gianluca Gobbi è anzi felicemente carnale, corpulento e tatuato, ridanciano e chiassoso, e veste come la guardia del corpo di un cravattaro. Il suo Don Giovanni è, come si direbbe a Roma, un impunito.
E' un uomo del qui ed ora, di una golosità egocentrica tutta materiale e immediata. Quel che è toccante è che ha dei brevi momenti d'angoscia, celati all'ingenuo Sganarello ma non agli spettatori; e però li mette da parte come un bambino con uno scuotere di testa e un nuovo pensiero-giocattolo. E ciò non per fermezza d'anima o per un partito preso filosofico “sadiano”. Anzi, se Don Giovanni è il prototipo storico dell'esprit fort, questo Don Giovanni è piuttosto il prototipo dell'esprit faible – l'uomo infantile della nostra epoca. I suoi scherzi crudeli con Sganarello, che porta in fronte e sulla schiena il segno dei colpi del padrone, sono proprio quelli di un bambino prepotente.
La coppia Don Giovanni/Sganarello porta sul palcoscenico una presenza trascinante, un vero balletto dialettico che avrebbe fatto felice Molière, con un delizioso uso del movimento, nel quale il gioco di Sganarello fra sottomissione timorosa e ribellione morale si trasforma a tratti in momenti di esilarante complicità, come davanti alla statua del Commendatore. Più che poli dialettici sono una scintilla continua, un interscambio ininterrotto, due opposte clownerie, una coppia di Vladimiro ed Estragone della morale.
Lo spettacolo, dove le intelligenti scenografie di Guido Fiorato producono la ricchezza visuale tramite un'elegante semplicità, è vivo e trascinante, con numerose belle invenzioni di regia. Anche il fatto che Pierrot parli in napoletano non è un capriccio modernista ma rende il francese contadino usato da Molière nella scena (anche in questo grande precursore). La soluzione di trasformare il falso pentimento di Don Giovanni in una corrispondenza con il padre è un tocco vivace, che rima dal punto di vista spaziale con la scena già citata con Charlotte e Mathurine – anche se così è costretta a rompere quell'unità di tempo che viene riaffermata subito dopo, con effetto un po' spiazzante, dall'apparizione di Don Carlos che reclama il duello. Mentre è da vedere piuttosto come una concessione al femminismo contemporaneo l'esortazione morale di Donna Elvira recitata (con bravura dell'interprete Giordana Faggiano) come un discorsetto imparato a memoria su imposizione dei fratelli.
Anche se la morte di Don Giovanni non ha il consueto carattere di cataclisma, la scena in cui la statua del Commendatore muove la testa dopo l'invito a cena è perfettamente concepita, e con la lentezza e la direzione del movimento restituisce quell'elemento inquietante che noi spettatori di solito non sentiamo, dandolo per scontato come passaggio il più noto del testo. Da notare che subito dopo l'annichilazione di Don Giovanni, lo spettacolo riprende la prima versione molièriana del finale, quello comico con la battuta di Sganarello “La mia paga! La mia paga!”, anziché il breve discorso morale che vi fu sostituito dopo le prime rappresentazioni. E', questo, in linea con un orizzonte tutto terreno dei personaggi – al quale dobbiamo una nuova percezione del burlador de Sevilla rispetto a quella che avevamo.