martedì 21 luglio 2020

Watanabe Forever! La scoperta del Watanabeverse



La grande scoperta che il 22° FEFF ha offerto ai suoi spettatori, con quattro film, è il geniale Watanabe Hirobumi. Nato a Otawara (prefettura di Tochigi) nel 1982, ha fondato col fratello Yuji, compositore di musica per film, la casa di produzione Foolish Piggies Films nel 2013. Va detto subito che Yuji oltre che co-produttore è autore della colonna sonora di questi film: dire delle musiche sarebbe giusto ma riduttivo, poiché tutti i film dei fratelli Watanabe hanno un accuratissimo montaggio del suono.
Nella cittadina agricola di Otawara sono sempre ambientati i film di Watanabe, e questo senso filmico del genius loci è il primo elemento che contribuisce a creare – potremmo – il Watanabeverse. Da film a film ritornano i luoghi (cito solo una strada di campagna, teatro nei suoi film di interminabili camminate); le inquadrature filmate; e naturalmente i volti. Watanabe ama usare lo stesso gruppo di non professionisti, suoi amici e collaboratori, a volte col loro nome autentico, a volte no. Fra di essi, la nonna centenaria Hirayama Misao (scomparsa di recente a 102 anni) e la bambina Hisatsugu Riko, che assurge a protagonista dell'ultimo film, I'm Really Good (2020). E naturalmente c'è il regista, che interpreta i propri film come una sorta di se stesso visto in uno specchio un po' deformante.

Per dare un’idea a chi non ha visto questi film: pensate a Jim Jarmusch incrociato col David Lynch di Una storia vera – ma il regista dichiara anche altri numi tutelari, da Wenders ad Allen a Kaurismäki. In una parola, Watanabe Hirobumi è un poeta del quotidiano.
Parlando in generale, un film ha di solito uno sviluppo drammatico, ossia contempla un avvenimento “diverso” (comico o tragico che sia) che irrompe nella vita quotidiana e lo spinge lungo un nuovo percorso che desta la nostra meraviglia: peripezia.
Watanabe invece trova la meraviglia nella vita di ogni giorno. C'è qualcosa di arcano nel modo in cui i suoi film riescono a rendere appassionante la quotidianità più immediata e uneventful. I suoi piccoli avvenimenti ordinari (guardati attraverso la lente di una splendida fotografia in bianco e nero, firmata da Bang Woo-hyun) assumono un senso nuovo, una quieta emozione, una pregnanza: il calmo fluire della realtà si trasforma in cosa mirabile. Nella grande divisione del cinema fra una linea Lumière e una linea Méliès, i fratelli Watanabe (fratelli come i Lumière) si situano nella prima. Non fotografano semplicemente la realtà – non sono documentaristi – ma trovano nello svolgersi della realtà, non nella peripezia che la rompe, la meraviglia e la poesia.
I film di Watanabe si fondano quindi su un'estetica della ripetizione; dentro il film, ma anche da film a film. Perché la ripetizione è la base della nostra vita – ma il cinema è nato per eliderla; e invece Watanabe la porta in primo piano. Si direbbe che lui sì riesca a concretizzare il vacuo programma del rumoroso Zavattini. Certo, c'è dietro un accorto lavoro di preparazione: i film di Watanabe sono piccoli gioielli accuratamente sfaccettati. Dove l'attenzione al mondo naturale (per esempio le ricorrenti inquadrature delle nuvole) non offusca il fatto che il grande elemento di esplorazione alla base di tutto il suo cinema è l'uomo.
La voce over della radio accompagna vari film come una colonna sonora laterale. In Poolside Man (2016) attenta alla sanità mentale del protagonista con le notizie ossessive di un mondo sconvolto da guerre e terrorismo. In Party 'Round the Globe (2018) mantiene questo aspetto inquietante ma incrociandolo con l'evento felice della visita di Paul McCartney in Giappone. In I'm Really Good consente – come vedremo – una specie di allusione politica.
La cosa più importante: sono, questi film, attraversati da un bizzarro senso dell'umorismo, che raggiunge il suo vertice nelle folli tirate polemiche di Watanabe (la vita, la politica, il rock, gli anime, il cinema) in auto, seduto vicino a uno stoico guidatore che ascolta impassibile e perpetuamente muto (Poolside Man, Party 'Round the Globe, Life Finds a Way [2018]). Ciò non impedisce che in Poolside Man, dopo uno dei suoi monologhi, il personaggio di Watanabe lo elogi dicendo che è uno con cui si può discutere.

Andiamo ora a vedere brevemente i quattro film di Watanabe presentati dal FEFF. Il bellissimo Party 'Round the Globe (dove il globe è un mappamondo che compare più volte e il party è quello per i cento anni della nonna che conclude il film) si potrebbe definire: vita quotidiana di due bizzarri fan dei Beatles. Si apre con i disegni a colori di un libro per bambini (per inciso, l'autore è il padre del protagonista Imamura Gaku). Come in Poolside Man, e con lo stesso protagonista, Imamura, il film racconta la routine quotidiana di un personaggio tampinato da un collega irruento (Watanabe). In questo caso, il collega è un appassionato dei Beatles e i due finiscono al concerto di Paul McCartney a Tokyo.
Fra l'altro il film trova modo di rispondere a una domanda che ci siamo sempre posti: sognano i cani? Qui il cane del protagonista Honda (Imamura), che appropriatamente si chiama Ringo, sogna in flashback una passeggiata in campagna con lui, e una donna e una bambina (che sono la piccola Riko, regular watanabiana, e sua madre). Ma qual è il rapporto fra Honda e le due? Sembra davvero una famiglia – ma lui nel film vive una vita solitaria col cane. Cos'è successo? Non lo sapremo mai – e questo introduce una sottile drammaticità.

Life Finds a Way invece è l'Otto e mezzo di Watanabe. Lui, pienamente nel ruolo di se stesso, sta preparando un film ma è in crisi creativa – e così non risponde alle telefonate, dorme, guarda i Mondiali, pesca gamberi con la piccola Riko, si fa ammonire invano dalla dottoressa che vorrebbe metterlo a dieta, fa una spudorata scena di paura dalla dentista, si fa cazziare in biblioteca perché è rumoroso, e naturalmente fa polemici e lamentosi monologhi in auto con lo stoico aiutante Kurosaki, altra “spalla” impassibile e divertentissima.
Il film è superbo nel suo sense of humour. La lettera di una non-ammiratrice (quale progressio ad infinitum in questo attaccone!); l'incontro del regista col sindaco di Otawara, cui chiede un finanziamento di due milioni di yen; la preghiera al Dio della Montagna al tempio, con la richiesta di non dare idee ai suoi rivali – sono pagine assolutamente esilaranti.
A un certo punto, verso la fine del film, Watanabe si avvicina a Godard (nella sezione intitolata Interview), e forse la seconda metà di questa sezione (Interview Part II) mostra un'ombra di eccessiva consapevolezza – ma temperata dalla simpatia personale e dall'umorismo del regista.

Cry si distacca alquanto dagli ultimi film della Foolish Piggies, riprendendo come concetto il vecchio 7 Days: là si trattava di un allevamento di mucche, qui di maiali. Girato in uno stupendo b/n contrastato, è un film privo di dialoghi, ma con un grande lavoro sul suono. Cry è scandito da cartelli che annunciano i giorni della settimana ed è una tranche de vie – che nel ripetersi delle azioni ritorna continuamente su se stessa – di un personaggio anonimo (chiamiamolo X) cui dà volto Watanabe.
X dunque lavora in un allevamento di maiali. In una ossessiva ripetizione di immagini vediamo i maiali che si accalcano nei recinti, X che li nutre e dà loro da bere oppure pulisce i corridoi tra i recinti, X che cammina inquadrato di schiena lungo una strada o un viottolo erboso. Tutto questo è intervallato da scene in cui X mangia in silenzio, in un triste panorama con sul fondo una fila di tralicci, col rumore dei teli di plastica sbattuti dal vento; e la sera cena con la nonna, ripresi in un'inquadratura sempre identica “all'altezza del tatami” alla Ozu; poi lava i piatti e la dentiera della nonna, poi aspetta di addormentarsi.
Le azioni si svolgono in brani di tempo reale – e, come sappiamo, è una caratteristica del cinema che il tempo reale si trasformi automaticamente in un tempo sospeso e dilatato. In questa quotidianità malinconica, sempre uguale a se stessa, X ci appare prigioniero quanto i maiali nei loro recinti. Anzi, si potrebbe osservare che questi maiali luridi nei recinti sovrappopolati portano nel film un elemento di individualità e di movimento (le loro azioni, il loro nervosismo, la stessa differenza di età, dagli adulti ai lattonzoli) che è assente nella ripetizione congelata delle azioni di X. A un certo punto la loro cacofonia di grugniti sembra elevarsi a un canto suino.
E' vero che in una delle giornate vediamo X cambiare luogo e andare al cinema. Ma il film cui assiste nella sala vuota è – grande tocco di umorismo – uno di quelli di Watanabe (per la precisione I'm Really Good), e nel contesto sembra contenere lo stesso senso di astrazione della vita quotidiana di Cry. Ad ogni buon conto, X si addormenta. Il giorno seguente riprende il moto perpetuo sempre uguale.
Cry non è documentaristico. Il documentario cerca di presentare un “qui ed ora” e sottintende una sorta di spiegazione. Qui abbiamo una ripetizione di atti identici che implica di per sé una sorta di cupa astrazione – e sembra postulare una coazione a ripetere che fa pensare a una rassegnazione davanti alla grande macchina della vita.

I'm Really Good è il più recente film di Watanabe, che ha voluto presentarlo al FEFF in prima mondiale. E' dedicato alla bambina Riko. Sempre girato in uno splendido b/n (ma il regista stesso ha sostituito Bang Woo-hyun alla mdp), si apre con un prologo a colori girato con lo smartphone, su di lei – una forza della natura – che buffoneggia (“Come state tutti? Io sto benissimo!”).
Poi I'm Really Good racconta in un'ora di durata una semplice giornata della bambina. E' piccola vita quotidiana: Riko dorme, si sveglia, si lava, va a scuola con la sua migliore amica Nanaka e il fratello Keita; i tre giocano a un gioco di parole (è la scena che il protagonista guardava al cinema in Cry); vediamo la scuola, i giochi in cortile, i compiti a casa, vicino al fratello e a un memorabile gatto bianco. Siccome per sbaglio ha il quaderno di Nanaka, Riko fa la lunga camminata fino a casa sua, non la trova, torna indietro (in inquadrature identiche); a casa sente che Nanaka è passata, così ritorna da lei; gioca con lei in casa e fuori; poi a cena in casa con la madre, mentre il padre poliziotto è al lavoro, Riko ride delle buffonerie di Keita, cerca di convincere la madre a non farle finire il piatto, si lava i denti, va a dormire. L'unico evento non quotidiano del film è la visita in entrambe le case di un venditore ambulante di libri scolastici piuttosto losco (interpretato da Watanabe) che trovandole da sole cerca di spennarle, ma se la fila quando sente che Riko è figlia di un poliziotto, e idem quando se la ritrova in casa di Nanaka.
Nel corso del film sentiamo da una radio o tv fuori campo un polemico dibattito con il primo ministro giapponese Abe Shinzo sulle pensioni; e ciò volutamente non può non farci a pensare a quale sarà il lontano futuro di questi bambini. Questo modo pacato e indiretto di introdurre il tema politico è ammirevole.
Mi sono dilungato sulla trama per dare un'idea della mancanza assoluta di sviluppo drammatico – i bambini sono impersonati da loro stessi, al pari della madre – che potrebbe dare l'idea di un film vuoto; mentre invece è vivace, intenso, pervaso di un calmo fluire della realtà che crea – tocca ripeterrsi – un autentico effetto di quieta emozione. Anche queste lunghe camminate sono belle e significative quanto le inquadrature vuote di Ozu. Si può dire che questo film illustra al massimo grado il concetto giapponese di wabi (sobrietà).

venerdì 17 luglio 2020

Far East Film 2020


Fra i tanti danni (per non parlare dei dolori umani) di quest'anno innominabile va annoverato il disastro caduto sui festival cinematografici. Anche il FEFF ha passato la sua “ora più buia”. Ma se n'è tirato fuori brillantemente, non solo riuscendo a realizzare il festival online (in collaborazione con Mymovies.it) ma presentando una lineup di tutto rispetto.

Partendo col Giappone, la miglior cinematografia asiatica assieme alla Corea, molti sono i film notevoli che hanno impreziosito il FEFF. Schede a parte per A Beloved Wife, My Sweet Grappa Remedies, Romance Doll e il magnifico Labyrinth of Cinema di Obayashi. Eccoci sul terreno del musical con il piacevole Dance with Me di Yaguchi Shinobu, dove una donna ipnotizzata non può resistere all'impulso di lanciarsi in numeri alla Gene Kelly ogni volta che sente la musica, con risultati disastrosi per l'ambiente circostante. Nota bene: la protagonista Miyoshi Ayaka è molto brava, ma quella che fa innamorare a prima vista è Yashiro Yu nei panni della compagna di viaggio entusiasta, grassa, non bellissima. Una presenza schermica degna della leggendaria Eugene Domingo!
Restiamo nel campo del musical col gustoso Wotakoi: Love Is Hard for Otaku di Fukuda Yuichi, trionfo della cultura otaku (anche sul piano del linguaggio cinematografico), versione live-action di un anime televisivo tratto da un manga di Fujita Kazuhiro, con due otaku di tribù diverse che sul lavoro nascondono di esserle e si innamorano. Ancor più che le canzoni e coreografie (la migliore è quella al bar John Doe, un luogo reale, ma quella che si fa notare di più è il balletto a Shibuya), il suo punto di forza sono le interpretazioni. La protagonista Takahata Mitsuki (Narumi) è eccezionale: è cute ed espressiva come Audrey Tatou, ma più spiritosa. Se il suo co-protagonista Yamazaki Kento (Hirotaka) appare un po' legato (ma è il suo personaggio), si resta colpiti dalla comicità di Kaku Kento (Sakamoto, il collega di Hirotaka) e da quell'eccezionale figura di barista del John Doe incarnata da Muro Tsuyoshi, che comparirà per cinque minuti in tutto, ma cinque minuti che mandano alle stelle il film.
Più trascurabile il film sportivo-adolescenziale #HandballStrive di Matsui Daigo (l'autore di Afro Tanaka); mentre mi spiace di aver perso Minori, on the Brink di Ninomiya Ryutaro e One Night di Shiraishi Kazuya, autore dell'eccezionale The Blood of Wolves d'un paio di anni fa.

Passiamo in Corea. Schede a parte per Ashfall, Beasts Clawing at Straws e The Closet. Se Ashfall (di Lee Hae-jun e Kim Byung-seo) è un disaster movie vivace e intelligente, Exit dell'esordiente Lee Sang-geun si colloca un gradino sotto, specie per un mix piuttosto incerto di comedy e drammaticità (ma non tutti possono essere il Bong Joon-ho di The Host!). Si lascia guardare, comunque, e gli interpreti sono simpatici (in particolare, è molto spiritosa l'attrice e cantante Im Yoon-ah).
Il commovente The House of Us di Yoon Ga-eun è un “film per famiglie”, come si diceva una volta, che all'inizio sembra un po' prevedibile ma “cresce” molto durante la visione. Anche perché, c'è poco da fare, i bambini al cinema avvincono sempre, e qui le tre protagoniste – una ragazzina, una bambina e una bambina piccola – sono eccezionali. Hana, la ragazzina, vive una vita difficile: i suoi genitori litigano sempre e sono decisi a divorziare; il fratello maggiore, da buon adolescente, non serve a nulla se non a mugugnare. Hana fa amicizia con le sorelle Yoo-mi e Yoo-jin, che hanno anche loro i loro guai: i genitori sono partiti per lavoro lasciandole sole e pare che vogliano vendere la casa (le due bambine hanno alle spalle una lunga serie di trasferimenti). E' un film caldo, triste nel contenuto ma leggero nello svolgimento. Potremmo pensare a Nobody Knows di Kore-eda Hirokazu a un livello meno drammatico, e naturalmente non allo stesso livello artistico.
Lucky Chan-sil di Kim Cho-hee potrebbe essere il film migliore della selezione coreana. Tranche de vie di una produttrice, Lee Chan-sil, di film d'essai che si ritrova disoccupata dopo che il suo regista è morto improvvisamente, conquista fin dai titoli di testa in stile Ozu. La descrizione del mondo del cinema coreano serve da quadro per i problemi personali di Chan-sil, una donna che ha rinunciato a tutto per il cinema e ora se ne ritrova fuori. Con la complicazione di una cotta per un gentile insegnante di francese più giovane – che la vede come una sorella maggiore. C'è un urgente percorso di introspezione da fare; e in questo fa da stimolo un'umanissima figura di padrona di casa – l'anziana attrice Youn Yuh-jung – e soprattutto c'è un Virgilio nei panni (ridotti: canottiera e calzoncini anche se è inverno) del fantasma di Leslie Cheung! Lucky Chan-sil è una riflessione dolce e malinconica sull'importanza di vivere, credere e resistere. Siamo dalle parti di Hong Sang-soo (il quale, guarda caso, usa anche lui titoli alla Ozu), con cui la regista Kim ha collaborato. Ottimamente interpretata da Gang Mal-geum, Chan-sil è una figura che non si dimentica.
Il FEFF ha molto opportunamente unito due film dedicati all'assassinio del presidente-dittatore Park Chun-hee nel 1979 da parte del capo della KCIA (la CIA coreana): The Man Standing Next di Woo Min-ho, che è di quest'anno e The President's Last Bang di Im Sang-soo, che è del 2005 ed è già un piccolo classico (restaurato nel 2019).
Al di là della forza della narrazione, The President's Last Bang si fa notare per l'eleganza estrema dei movimenti di macchina, fra i più belli di tutto il cinema coreano del nuovo millennio (superba la carrellata multipla interno-esterno nel rifugio presidenziale!). Ma anche per l'umorismo nero che attraversa il racconto; cito solo la scena alla Il dottor Stranamore in cui il Capo di Stato Maggiore dell'esercito non viene riconosciuti dai giovani soldati di sentinella, che lo mandano a remengo.
Il bellissimo The Man Standing Next, che arriva all'uccisione dai 40 giorni precedenti, assume una scelta stilistica tanto inusuale da risultare quasi rivoluzionaria nel panorama del cinema d'oggi e ancor più in quello del cinema coreano. Rinuncia del tutto a giochi d'inquadratura, montaggio frenetico ed enfasi recitativa; ricorda in qualche maniera i vecchi film di spionaggio non-James Bond, come quelli tratti da Le Carrè. Anche sul piano della recitazione, come accennato, l'espressione delle emozioni è per lo più trattenuta e come in ghiaccio. Ciò finisce per produrre un'impressione come di astrazione, una sorta di concentrazione emotiva, che si rovescia in un'impressione di realismo paradossalmente maggiore di quella che avremmo se assistessimo alla stessa storia raccontata nel modo isterico che va di moda oggi.
Ovviamente, per gli stessi motivi, questa scelta stilistica esalta i momenti di violenza (molto bella la fuga dell'uomo rapito dai sicari) e quelli di “picco emotivo”: la scena in cui, spiato dal suo futuro assassino Kim (Lee Byung-hun), il presidente Park (Lee Sung-min) è rimasto per un attimo da solo nella stanza e canta a mezza voce una canzone enka di spirito buddhista sulla futilità della vita (la stessa canzone torna tre volte nel film, venendo anche cantata da due intrattenitrici al banchetto subito prima dell'uccisione)... ebbene, questa scena è un momento quasi tanto bello quanto la canzone del signore feudale che apprende la morte del suo nemico in Kagemusha di Kurosawa. Magnifica l'interpretazione di Lee Byung-hun (visto in un ruolo diversissimo anche in Ashfall) nel ruolo del capo della KCIA. Nel suo viso gelato si legge la disperazione dell'abbandono ma restano da interpretarsi per lo spettatore le motivazioni. The Man Standing Next è dichiaratamente shakespeariano: perché i personaggi di Shakespeare hanno una loro ambiguità (in senso poetico) che li rende irriducibili a una sola spiegazione del loro agire.

Hong Kong purtroppo ha attirato la nostra attenzione quest'anno per ben altro che per il cinema, con la sua eroica resistenza contro la Cina. Scheda a parte per la coproduzione hongkonghese-cinese Chasing Dream di Johnnie To. Mi spiace di avere perso My Prince Edward di Norris Wong e Suk Suk di Ray Yeung.
Ip Man 4: The Finale di Wilson Yip porta a conclusione la saga di Ip Man, ben interpretato da Donnie Yen, stavolta negli USA su invito di Bruce Lee (che però poi praticamente scompare dal film) e alle prese con i razzisti americani. A dispetto di una sceneggiatura piuttosto goffa, il film trasmette adeguatamente l'umanità di Ip Man e la sua indefettibile onorabilità.
Line Walker 2: Invisible Spy di Jazz Boon rientra nella miglior avventura classica hongkonghese e consegna pienamente quello che promette: adeguata suspense, ottimi attori, grande azione e soddisfacente morte dei villains ghignanti. Se la storia in alcuni momenti impone una particolare attenzione per seguirla, muovendosi fra “racconto primo” e flashback, anche chi si perdesse, in primo luogo verrà poi recuperato dalla narrazione, in secondo luogo non si annoierà, guardando l'azione martellante del film (l'action director è Chin Ka Lok). E la conclusione, con la trovata – di evidente derivazione bondiana – di ambientare il climax nella “corsa dei tori” a Pamplona non offre semplicemente al film la possibilità di un'angolatura inedita ma anche quella di sbizzarrirsi in alcune delle scene più folli che non si siano viste sul grande schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine (rimpianto...).
Un gradino più sotto è The White Storn 2: Drug Lords di Herman Yau, che però, oltre al consueto bel gioco di attori (anche qui c'è Louis Koo!), contiene almeno una sequenza memorabile, quella finale nella metropolitana.

Taiwan ci ha dato quello che a parere di chi scrive (ma ripeto di non averli visti tutti) è il miglior film dell'intera competizione, I WeirDO di Liao Ming-yi (scheda a parte). C'è poi Detention, di John Hsu: in parte un horror (ragazzi in fuga, inseguiti da mostri, in una scuola infestata), in parte un film politico-metaforico che usa gli stilemi dell'horror. Si parla del “Terrore bianco” a Taiwan negli anni '50, con la feroce persecuzione di chi leggeva libri “sovversivi” (un concetto che comprendeva anche Tagore e perfino Padri e figli di Turgenev). Un gruppo di studenti e insegnanti ha creato un “club del libro” clandestino ma vengono scoperti, torturati e uccisi perché qualcuno ha tradito. A rispondere alla domanda chi abbia tradito serve tutta la parte irreale, appropriatamente intitolata “incubo”. Fra i riferimenti c'è in primo luogo il J-Horror per l'ambientazione nella scuola in rovina, ma si potrebbero nominare anche David Cronenberg (il libro estratto dalla ferita), Pink Floyd: The Wall (il mostro), Fahrenheit 451 (i libri copiati a mano), e naturalmente The Others per la situazione dei morti che non sanno di essere morti.
Sotto questo aspetto di “fusione” Detention è indubbiamente un esperimento interessante, anche se non direi completamente riuscito perché il film avrebbe dovuto essere asciugato un poco: questa serie di vagabondaggi fantasmatici diventa un po' ripetitiva. Il film è ispirato a un videogioco e questo si vede. In effetti la parte realistica è più apprezzabile dell'altra.
Ho perso We Are Champions di Chang Jung-chi. Ma appartiene a Taiwan anche un nuovo restauro offerto dal FEFF, Cheerful Wind (1982), il secondo film di Hou Hsiao-hsien. So che è banale tirar fuori la Nouvelle Vague. Ma c'è una freschezza, in questo film dichiaratamente commerciale, un gusto delle cose, dei sapori, degli odori, dell'immediatezza della vita, dell'innocenza orecchiabile delle canzoni, che non consente di passar oltre quell'ovvio riferimento.

Per le Filippine, vedi scheda a parte su Sunod di Carlo Ledesma (ho perso Edward di Thop Nazareno); e per la Malaysia, vedi scheda a parte su Soul di Emir Ezwan, mentre ho perso Victim(s) di Layla Ji.
L'Indonesia aveva la peculiarità di essere presente al festival con due film dello stesso regista, Joko Anwar (di cui ricordiamo l'horror Satan's Slaves). Anche Impetigore è un notevole horror, che s'impone fin dalla bella apertura sul casello autostradale, dove i colori verdi e rossi che bagnano le due cabine anticipa l'uso, nel corso del film, di una luce rossa innaturale in cui si immergono i personaggi (noi italiani non possiamo non pensare a Mario Bava). Spostandosi dall'ambiente urbano a un villaggio nella foresta, Impetigore è un film molto atmosferico. Il mercato coperto vuoto nella notte, popolato di manichini in chador; la corriera notturna durante il viaggio, tra sonno, stanchezza e fantasmi; e naturalmente il villaggio maledetto col suo carico di segreti e la distesa opprimente della giungla... Ha una particolare importanza nel film il wayang kulit, il teatro d'ombre giavanese con burattini – non solo per ragioni diegetiche: è vero che questo teatro di animazione dietro uno schermo ha un ruolo centrale nel racconto, ma Joko Anwar lo riprende anche come allusione: come un'uccisione che vediamo attraverso lo schermo come in una macabra copia umana del wayang, oppure nell'episodio delle bambine spettrali che quando vengono “liberate” svaniscono ma lasciano per un attimo ancora, come quelle sullo schermo, la loro ombra.
Due degli interpreti principali del film, Tara Basro e Ario Bayu, compaiono anche in Gundala, versione live-action del fumetto indonesiano di supereroi creato da Hasni. Un film di supereroi che comincia con una manifestazione politica non si vede tutti i giorni; e questo film racconta le origini del supereroe eponimo a partire da una situazione di estrema povertà e ingiustizia sociale. La stessa da cui emerge come forza del male il villain Pengkor; e questo elemento politico si mantiene lungo tutto il film, con riferimenti alla struttura di classe e alla corruzione nel Paese. Il film si pone come primo capitolo di una serie in prospettiva (nel finale appare solennemente un'altra supereroina dell'universo di Hasni) – anche se va detto che, a sorpresa, Impetigore lo ha battuto sul piano degli incassi in patria.

In chiusura, ecco la Cina continentale. Scheda a parte per Changfeng Town, il film migliore della selezione cinese. Bisogna poi menzionare il notevole An Insignificant Affair di Ning Yuanyuan, figlia d'arte che più non si potrebbe (suo padre è il grande regista Zhang Yuan, sua madre la sceneggiatrice Ning Dai). Orbene, c'è un film cecoslovacco di Jaromil Jireš che s'intitola Lo scherzo, in cui al tempo dello stalinismo un piccolo scherzo su una cartolina rovina tutta la vita di un giovane; ed è una delle più impressionanti descrizioni del totalitarismo che si possano vedere, proprio per la materia piccola da cui nasce lo svolgimento. In qualche modo questo film di Ning Yuanyuan lo può ricordare. In una scuola superiore cinese un ragazzo e una ragazza che si piacciono sono sorpresi dalla preside – una fanatica – a tenersi le mani, e da questa piccolezza nasce un caso che coinvolge tutta la scuola e cambia le loro vite (in questo film, lo svolgimento è malinconico, non tragico). Il film ruota intorno (non senza umorismo) alla lettera di autocritica che i due dovrebbero scrivere e che continuamente viene riscritta. Ma non finisce qui con la Cecoslovacchia: perché tutto il film ricorda molto la nova vlna ceca. In particolare (ma non solo) nella caratterizzazione del protagonista Xiaoshi, con quella sua ironia e quel senso ribelle. L'interprete, Dong Bowen, ha una faccia da impunito che incanta! Xiaoyu, la ragazza, è interpretata dalla stessa regista Ning Yuanyuan: che stupisce, oltre che per la bravura, perché sembra veramente una sedicenne. La sua interpretazione è tutta trattenuta, fatta di nuances, e si lega molto bene a quella più estroversa del partner.
Anche Better Days, il film vincitore del premio del pubblico, è diretto da un figlio d'arte, Derek Tsang, figlio del grande attore hongkonghese Eric Tsang (premio alla carriera al FEFF alcuni anni fa). Derek Tsang ha stoffa e per esempio rende molto bene all'inizio l'atmosfera di minaccia, ancora indefinita, che la protagonista sente fra i compagni di studio. Better Days ci porta nella piaga del bullismo scolastico. La protagonista sta vivendo il periodo che prelude ai severissimi esami di ammissione all'università; assiste al suicidio di una compagna bullizzata e finisce anche lei vittima di bullismo femminile istigato da una ragazza ricca. Non trova aiuto nelle istituzioni ma lo trova in una specie di teppista di buon cuore che la protegge – e questo legame fra i due “soli contro il mondo” può ben ricordare An Insignificant Affair.
Tutto questo non è fatto per far piacere alla censura di regime. Lo stress psicologico degli esami, il bullismo e l'incertezza delle istituzioni in merito, lo sguardo positivo su un giovane fuorilegge (in Cina queste figure possono apparire al cinema solo se muoiono o vengono punite alla fine)... Il film doveva partecipare al festival di Berlino quando è stato improvvisamente ritirato e poi è uscito in una versione pesantemente rieditata – con avvisi nei titoli di coda circa l'impegno del governo contro il bullismo e con la figura positiva di un giovane poliziotto.
Il filmone “ufficiale” patriottico-nazionalista è The Captain, un film ben riuscito che possiamo definire la risposta cinese a Sully di Clint Eastwood. Anche qui, un incidente di volo realmente avvenuto: durante un volo da Chongqing a Lhasa, sopra le montagne, una turbolenza fa volare via un finestrino della cabina di pilotaggio (minacciando di trascinarsi dietro il co-pilota, che finisce mezzo fuori dall'abitacolo). Anche qui, l'intelligenza e la determinazione del capitano Liu Changjang e dell'equipaggio salvano aereo e passeggeri. Diretto dall'hongkonghese Andrew Lau, il film è emozionante. Gli spettatori del FEFF ben conoscono lo stile di Andrew Lau e qui il suo estremismo, ovvero la sua retorica della visione, è al suo meglio (non succede così in tutti i suoi film). I voli della mdp intorno all'aereo in avaria, o l'apparizione “esplosiva” dell'aereo che salta fuori in volo da dietro un crinale innevato, sono spettacolari.
E' particolarmente interessante la diversità non semplicemente di approccio ma, a livello più profondo, di cultura che si può ritrovare fra i due film, quello di Eastwood e questo. Dei due capitani, Sully è il maverick, l'individualista, che produce il salvataggio seguendo il proprio intuito e la propria abilità, anche sfidando le autorità esterne. Liu è – potremmo dire – il dirigente, che coordina, dando l'esempio in prima persona, un equipaggio perfettamente disciplinato che agisce come un sol uomo. “Seguire le procedure!”, dice nel dramma.
Individualismo americano e organicismo orientale (non solo cinese) a specchio.

I WeirDO

Liao Ming-yi


L'eccezionale I WeirDO, da Taiwan, diretto da Liao Ming-yi (che firma regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio) è una dramedy, o commedia drammatica, sull'amore di un ragazzo e una ragazza afflitti da disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Imbacuccati quando escono all'aperto con impermeabile, cappuccio alzato, mascherina e guanti, imprigionati in una rete di comportamenti compulsivi, il giovane Po-ching (Austin Lin) e la giovane Ching (Nikki Hsieh) si incontrano e si corteggiano (l'iniziativa parte da lei, la più determinata) in una spiritosa descrizione che incrocia il disturbo psichico e il mix di timidezza e audacia giovanile in tema d'amore. La descrizione di questo rapporto inserita nel contesto del DOC potrebbe far pensare – per trovare riferimenti nel cinema occidentale – a Woody Allen e Noah Baumbach; ma è il secondo nome a emergere con forza nella seconda parte, commovente e quietamente tragica (perché l'amore è tragico, non c'è scampo). La guarigione di un membro della coppia, rifiutata dall'altro, si trasforma in una replica inversa di quel “melodramma di malattia” che è quasi un genere nel cinema orientale. Una “guarigione” destinata a far saltare in aria l'amore, col che però il film consciamente sfida i nostri presupposti e le nostre convinzioni: cos'è la salute? cosa significa normalità? e soprattutto: come funziona l'amore? Una fra le molte cose memorabili del film lo shifting di focalizzazione che avviene a metà, dichiarato dal passaggio dalla voce over maschile a quella femminile; e questa lucidissima voce narrante femminile filosofeggia dolorosamente sull'amore come stato instabile e contraddittorio dell'anima. Come si sarà già compreso, tutto il film è strutturato in modo geometrico sui principi del rispecchiamento e della duplicazione. E infatti c'è anche di più: una parte finale sorprendente torna indietro nel film e ne inverte lo svolgimento, riproducendolo identico a ruoli invertiti. Nota che questo raddoppiamento non è meccanico: la voce narrante di lei comporta una consapevolezza del futuro che a lui mancava – e che si collega all'esperienza dello spettatore perché questi ha “già visto”, a ruoli invertiti, lo sviluppo. Del resto Ching è sempre stata nel film la più intelligente dei due.
Questo film girato con l'iPhone XS mostra fin dall'apertura una particolare precisione – “giustezza” – sul piano fotografico: nel formato “quadrato” che ricorda il vecchio 1,33:1, Liao lo sfrutta magnificamente in apertura con una “fuga” di due scaffali del supermercato che dirigono lo sguardo verso il fondo. Poi in questo fondo scena passa Po-ching tutto imbacuccato e un breve carrello laterale lo segue a distanza fino allo stacco in primo piano. Quando, aprendo la seconda parte del film, il formato si allarga a rettangolare (implicando, come ha scritto Ross Chen, un superamento della conduzione “ristretta” di chiusura in se stessi dei protagonisti, ma un allargamento che non viene senza conseguenze), il passaggio da un formato all'altro è reso fluido connettendolo all'apertura di una finestra. Bisogna poi menzionare l'uso, vivace, “almodovariano” ma senza allegria spagnola, del colore. Ma soprattutto una cosa resta da aggiungere: sul piano interpretativo, se Austin Lin è bravissimo, Nikki Hsieh è eccezionale.

mercoledì 15 luglio 2020

Soul

Emir Ezwan


Il bellissimo horror astratto e misticheggiante Soul (titolo originale: Roh) di Emir Ezwan è un film di notevole semplicità: solo sei personaggi in un solo ambiente, ossia la giungla e una capanna nel mezzo della giungla. Qui vive una donna priva del marito coi suoi due figli, maschio e femmina. Lo sviluppo allusivo e quasi onirico si inserisce in un quadro realistico: l'estrema povertà della famiglia protagonista. Arriva da loro una misteriosa bambina abbandonata e loro ne prendono cura – solo che il prologo ha avvertito noi spettatori che c'è, per così dire, puzza di zolfo. Per inciso, in un horror tutt'altro che frenetico, dal ritmo quieto ed evocativo, ci sono due scene di agghiacciante fisicità che arrivano come una doccia fredda, anche perché sono totalmente a sorpresa. E' un film atmosferico, con bei tocchi intelligenti, come quando inserisce simbolicamente nel racconto horror un riferimento alle prime mestruazioni. Nella parte iniziale, quando i due figli trovano un animale morto appeso a un albero, la prima inquadratura della scena è un'evidente citazione di I Walked with a Zombie di Tourneur. Va aggiunto che c'è nel film un uso addirittura sadico del montaggio parallelo, che frustra la volontà dello spettatore di “vedere” nel senso di “impadronirsi” del racconto. Questa soluzione è anche opportunista, innegabilmente, perché offre un modo facile per dilatare il racconto; ma nel presente film senz'altro funziona.
E' possibile che gli spettatori si trovino un po' sbalestrati sentendo nel finale (piccolo spoiler!) un diavolo impartire una lezione di teologia morale. Ma, va detto sempre, per fare un buon film sul diavolo bisogna che lo faccia uno che ci crede (esempio, William Friedkin con L'esorcista); ed è il caso di questo film, che si apre con una citazione del Corano. Conviene ricordare che nella tradizione religiosa islamica il concetto alla base della ribellione del diavolo – a differenza del puro orgoglio della tradizione cristiana – è l'invidia per la predilezione che il Creatore mostra verso l'uomo, creato di argilla – ed è, quest'ultimo, un motivo figurativo che non manca di ritornare nel film.

Beasts Clawing at Straws

Kim Yong-hoon


Diretto e sceneggiato dall'esordiente Kim Yong-hoon, Beasts Clawing at Straws si apre con una borsa Louis Vouitton (che, vedremo presto, è piena di banconote) e la mdp la segue in dettaglio: non chi porta la borsa, ma la borsa. Questa è una strategia narrativa, indirizza l'attenzione dello spettatore, ma ha anche un valore simbolico: introduce una centralità dell'oggetto rispetto agli esseri umani; e infatti qui la borsa col denaro è al centro e gli esseri umani sono figure di un grottesco balletto attorno ad essa, in un mosaico di storie che a un certo punto si rivelano essere (anche sbalestrando lo spettatore alla prima visione: perché questo è un film ch'è bene vedersi due volte) una narrazione anacronica, che torna indietro a spirale, anziché lineare come pareva (ombra di Stanley Kubrick...). Torna in mente la battuta di un vecchio western di Budd Boetticher: “E' una vergogna quello che il denaro può far fare agli uomini”.
Anche se è tratto da un romanzo giallo giapponese di Sone Keisuike, Beasts Clawing at Straws è un film molto coeniano, anche per quanto riguarda l'assurda facilità del morire – che può anche avvenire fuori campo, ed essere servita sul piatto con un effetto di ghignante sorpresa. Ed anche ricorda i fratelli Coen (più ancora che Tarantino, per quel gusto del throwaway che c'è dietro) la recitazione volutamente eccessiva di alcuni comprimari in caratterizzazioni divertentissime. Cito solo un gangster e loan shark molto estroverso nell'assoluta malvagità e un poliziotto coreano che sembra una versione folle del tenente Colombo.
Fra gli interpreti non protagonisti è grande, nel ruolo della terribile madre affetta da demenza senile, la veterana attrice Youn Yuh-jung che abbiamo visto quest'anno al festival anche nel ruolo umanissimo della padrona di casa in Lucky Chan-sil di Kim Cho-hee. Ma se parliamo degli interpreti almeno un nome non si può assolutamente trascurare, la star Jeon Do-yeon (premio alla carriera a Udine l'anno scorso), che si mangia il film in un ruolo memorabile di dark lady.

Romance Doll

Tanada Yuki


Le chiamavano sex dolls ma ora le chiamano love dolls”. E' questo che si sente dire il protagonista Tetsuo nell'originale e sottile film giapponese Romance Doll (“Bambola per una storia d'amore”), quando si presenta – solo per sbarcare il lunario – come lavorante al laboratorio che fabbrica queste bambole: non le repellenti bambole gonfiabili ma vere bambole di forma femminile a grandezza naturale, destinate agli amanti di questa bizzarra forma di sessualità.
La gente che lavora al laboratorio, per non parlare del boss, è una ben bizzarra compagnia – e tutta la prima parte del film di Tanada Yuki ha quella forma di commedia deadpan, a viso impassibile, che abbiamo già visto al Festival l'anno scorso nell'ottimo Melancholic di Tanaka Seiji. Il film sembra toccare la commedia scollacciata quando Tetsuo e il suo collega, per ottenere un calco realistico del seno, hanno bisogno di una modella umana e si rivolgono a una ragazza che è convinta che la sua forma servirà per protesi mediche – e poi non osano dirglielo, cosa tanto più complicata in quanto Tetsuo la sposa. Ma in seguito il film compie con scioltezza uno spostamento dalla commedia deadpan a quella serietà che arriva col passaggio in un quasi-genere del cinema orientale che è il melodramma sulla malattia fatale.
E' una storia di amore e morte, certo; ma è soprattutto una riflessione poetica sul rapporto fra la bambola e il corpo: fra la donna reale e la bambola fatta a sua somiglianza. E qui noi occidentali non possiamo non pensare al mito di Pigmalione (ma si riconosce una traccia anche de Il ritratto ovale di Edgar Allan Poe). Dove si vede che anche una sex doll può diventare monumento a un essere umano molto amato.
Questo discorso impegnativo il film (che la regista Tanada Yuki ha sceneggiato da un proprio romanzo) lo concretizza in modo delicato e sentito, fino a concludersi in un commovente monologo con sguardo sul mare un po' alla Kitano. Anche avvalorandosi di una coppia di ottimi interpreti, Takahashi Issey che è Tetsuo e Aoi Yu che è sua moglie Sonoko. E qui bisogna annotare che, per quanto sia espressivo Takahashi, ad Aoi Yu basta un'espressione muta o un semplice breve movimento per rispondergli con un'intensità che stringe il cuore.

Ashfall

Lee Hae-jun & Kim Byeong-seo


L’intelligente Ashfall di Lee Hae-jun e Kim Byeong-seo comincia come quintessenza del cinema catastrofico, con il il co-protagonista Jo In-chang (Ha Jung-woo) in fuga mentre i grattacieli di Seoul crollano come castelli di carte. Mentre sui teleschermi trionfa la conclusione di un accordo di denuclearizzazione della Corea del Nord, che consegnerà i suoi missili balistici agli americani, un gigantesco terremoto mette in ginocchio la Corea del Sud e distrugge quella del Nord. Ma c’è di peggio: il Monte Baekdu, al confine tra Corea e Cina, sta per eruttare nuovamente, scatenando un super-sisma che distruggerà mezza penisola.
Il professor Kang Bong-rae (Ma Dong-seok) – la Cassandra diventata deus ex machina tipica di questo genere di film – propone un piano audace: ridurre la pressione della camera magmatica del vulcano con un’esplosione atomica. Per far questo bisogna impadronirsi delle testate atomiche di sei missili nordcoreani prima che li prendano gli americani. E come prima cosa bisogna liberare, perché faccia da guida al sito dei missili, un nordcoreano che passava informazioni al Sud, Ri Jun-pyeong (Lee Byung-hun, presente al FEFF anche in The Man Standing Next), che è stato incarcerato in Corea del Nord dopo essere stato scoperto.
Parte una task force cui partecipa Jo come capo degli artificieri – e per un incidente lui si ritrova come capo missione nella Corea del Nord devastata. Dove il film non si nega un tocco di sorridente Schadenfreude mostrandoci statue e ritratti della famiglia Kim a terra, abbattute dal disastro (ma è discretamente feroce anche verso l’ingombrante alleato americano). Ri viene recuperato, ma, come possiamo aspettarci, ha un piano tutto suo, mirato a ritrovare sua figlia (interpretata dall'undicenne Kim Shi-a, che vedremo a Udine anche in The House of Us e The Closet). Per non dire che i nostri eroi non sono le sole parti in gioco… Nel frattempo Ji-young (Bae Suzy), la moglie incinta di Jo, cerca di raggiungere il punto di evacuazione dove dovrebbe incontrare il marito – il quale non ha osato dirle della missione.
Decisamente spettacolare, Ashfall attrae con un costante ritmo vivace, nonostante certi sviluppi narrativi appaiano un po' contorti. Sulla base del disaster movie si innestano l'action a sfondo bellico, il melodramma paterno, un po’ di comedy con Jo e il suo team di artificieri non addestrati militarmente (il sarcasmo di Ri in proposito è feroce), più, soprattutto, il classico buddy movie di amici-nemici impegnati nella stessa missione, con grandi litigi e brutti tiri prima dell'inevitabile riconoscimento. In questo campo il cinema coreano ha qualcosa da aggiungere alla solita panoplia di bianchi/neri, machos/donne, veterani/reclute, sfruttando il rapporto cane-gatto tra Corea del Sud e del Nord (come in Confidential Assignement di Kim Sung-boon, visto al FEFF 2017). Ottimamente interpretati da Ha Jung-woo e Lee Byung-hun, i due protagonisti compongono un gustoso “autoritratto coreano” (visto da Sud), con il sudista deciso, sensibile e un po’ buffo, il nordista cupo, doloroso e determinato.
Accanto alla coppia, la cantante e attrice Bae Suzy dà una solida personalità al personaggio di Ji-young – non la solita damsel in distress. Jeon Hye-jin è piacevole come Ms. Jeon, coriacea Senior Secretary del Presidente sudcoreano, pronta anche a comportarsi da spia nell’ambasciata americana. Ma Dong-seok, che dopo ruoli di supporto ha raggiunto lo status di star con l'umanissimo personaggio di Train to Busan, ha confermato la propria popolarità con parti da duro di buon cuore, somministratore di memorabili sganassoni (The Outlaws, FEFF 2018, Unstoppable, FEFF 2019); e il rischio era di finire oggetto di typecasting. Ashfall lo propone in un ruolo diverso, sempre con un tocco di humour, come professor Kang, che vuole andare negli States, è appena diventato cittadino americano e si fa chiamare Robert (nota che Ma Dong-seok, a.k.a. Don Lee, ha la cittadinanza americana), e arriva a fingere con Ji-young di non parlare il coreano. Questo buon cast complessivo è centrale nel concretizzare l’impegno del film di tenere insieme, con successo, il gioco di rapporti umani e l'“immagine del disastro” affidata agli effetti speciali.

Catalogo FEFF 2020