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sabato 11 luglio 2020

Chasing Dream


Johnnie To

In Chasing Dream, coproduzione fra Cina e Hong Kong, il grande Johnnie To riprende due dei generi cinematografici che ama di più: il cinema sportivo e il musical. Strana accoppiata! Ed è la storiadi una coppia, due figure di lottatori in un racconto a specchio: per il campione Tiger (Jacky Heung) il terreno della lotta è il ring di Mixed Martial Arts, per la cantante Cuckoo (Keru Wang) è un talent show musicale.
Gli scontri sul ring sono memorabili (l'action coreographer è Wong Wai Leung); Johnnie To vi introduce dei ralenti alla Scorsese che sottolineano la componente masochistica e sacrificale del cinema di combattimento asiatico. Jacky Heung è eccellente (e porta anche un tocco di comedy al personaggio); però Keru Wang arriva a superarlo coi suoi numeri musicali. Una grande pagina in cui per scherzo Cuckoo imita gestualmente, in successione, Madonna, Lady Gaga, Rihanna, i Sex Pistols e il duo Phoenix Legend viene replicata verso la fine da un'altra in cui, nel talent show, lei canta e balla passando velocemente da uno stile all'altro: tip tap, balletto, salsa, hip-hop, Locking, robot, striptease.
A un certo punto una scena interna al film (Cuckoo che canta su un tetto ripresa dalla telecamera dello show) si trasforma in modo immaginario (ma non soggettivo) con uno stupefacente passaggio al videoclip, mettendo in scena un balletto in cui appaiono tutti i personaggi del film; una cosa che non sarebbe originale se comparisse nel finale, ma che – fuori da un musical stricto sensu – pochi registi avrebbero l'audacia di inserire a metà dello svolgimento, come qui fa To.
Pur utilizzando tutte le risorse del cinema moderno (ben servito dal montaggio netto, veloce, clear-cut di David Richardson), Johnnie To appartiene al cinema classico. Uno degli indici della classicità di To è il suo uso disinvolto di figure archetipiche. “Lui” è il tradizionale cuor d'oro venuto dalla strada, campione rozzo e gentile allo stesso tempo; “lei” è la tradizionale brava ragazza in difficoltà, ingannata in passato da un mascalzone, dal talento nascosto. E To, come i grandi classici americani, non dimentica l'aspetto umoristico anche all'interno del quadro drammatico. Un esempio piccolissimo, un dettaglio: quando Cuckoo ritorna dalla nonna che ha abbandonato per seguire un mascalzone, vediamo per la prima volta la vecchietta, che gestisce un misero noodle restaurant in campagna: la nonna sta pulendo una ciotola con lo straccio, si accorge evidentemente che un cucchiaio è ancora sporco e per ripulirlo gli dà una leccata. Questo Ford, Hawks, Walsh o Dwan lo avrebbero fatto senz'altro; ma se pensiamo a Coppola o Scorsese, già ci riesce impossibile immaginarlo.
Chasing Dream è un film che andrebbe fatto vedere a tutti i giovani registi a scopo di insegnamento.

Messaggero Veneto

domenica 20 giugno 2010

Vendicami

Johnnie To

E' pur vero che il bellissimo “Vengeance” (“Vendicami” - ma conviene vederlo nella versione originale multilingue) non raggiunge il livello dei capolavori assoluti di Johnnie To, come i recenti “Election” o “Exiled”, ma non c'è da preoccuparsi: anche un film di To che non sia fra i suoi capolavori assoluti è comunque tre spanne sopra la media.
Il cinema di To è il cinema della scelta. I piani falliscono, il destino gioca le sue carte per scompigliare i progetti umani (o ironicamente per soccorrere: “PTU”); di fronte ai crudeli meccanismi del caso gli uomini hanno la sola scelta se restare fedeli o no alla proprie obbligazioni, prima fra tutte la solidarietà di gruppo (“The Mission”). L'onore in Johnnie To è importante come in John Woo, sebbene declinato in forme meno mistiche, molto più matter-of-fact.
Scritto dal fido collaboratore Wai Ka-fai, “Vengeance” (che si svolge tra Hong Kong e Macao) è l'omaggio di To a Jean-Pierre Melville. Una famiglia cinese viene massacrata da un gruppo di sicari; morti il marito e i due bambini, sopravvive gravemente ferita la moglie, che è francese. Suo padre, un ex gangster divenuto ristoratore, arriva da Parigi per vendicarla. Il suo nome è Frank Costello, e infatti in origine il film doveva essere interpretato da Alain Delon. Non è che Johnny Hallyday (chiuso nell'impermeabile, il volto scarno dagli occhi azzurri brucianti, il cappello abbassato) non realizzi una figura iconica; ma Delon avrebbe fornito la continuità visiva e mitologica - e possiamo solo immaginare quanto sarebbe stato grande nella parte, col suo volto gelato e i suoi occhi di tempesta. Delon (racconta To) dopo un primo parere favorevole si è tirato indietro. Peggio per lui: avrebbe aggiunto una perla alla sua collana di grandi film.
Straniero in terra straniera, Costello per di più sta per perdere completamente la memoria a causa di una vecchia pallottola nel cervello (“Che senso ha la vendetta quando hai dimenticato tutto?”, sentiamo chiedere nel film). Incappato per caso in un gruppo di gangster (come sempre Anthony Wong è magistrale, come sempre Lam Suet è adorabile, col suo consueto tocco umoristico) mentre svolgono un lavoretto come killer per un boss mafioso, li assume offrendo loro in cambio la proprietà del suo ristorante a Parigi.
Con uno di quegli scherzi del destino che tanto piacciono a Johnnie To, poeta della coincidenza, solo a vendetta iniziata gli uomini di Costello scoprono che il mandante della strage di quella famiglia era il loro stesso boss, Mr. Fung. Ma ormai sono legati a Costello; nota che il nome del ristorante di Costello a Parigi, svelato solo tardi nel film allo scopo di solennizzarlo, è Les Frères. E tutto esploderà in una potente sequenza di sparatoria al riparo di dietro enormi balle di carta straccia, punteggiata dallo svolazzare di pezzi di carta nel grande spiazzo ventoso – seguita da un folle prolungamento personale della vendetta, quasi fantastico e onirico.
Ritroviamo in “Vengeance” una sfilata di temi e motivi classici di Johnnie To. Dopo la cupa scena della ricostruzione dei fatti nella casa devastata, c'è una splendida sequenza in cui Costello, il gangster divenuto chef, prepara la pastasciutta e tutti mangiano insieme; una di quelle tipiche scene di To (se ne trova un esempio mirabile in “Exiled”) di sospensione festiva su cui però si proietta l'ombra della morte.
Come nel capitale “Expect the Unexpected” (che è un film di Patrick Yau, ma To l'ha prodotto e racconta di avervi molto messo mano), c'è una silenziosa pietà per quasi tutti: è il caso, più che un astratto male interiore, a muovere gli uomini come pedine; la malvagità cosciente e compiaciuta esiste (qui la incarna Mr. Fung, un demoniaco Simon Yam) ma è più rara che non si creda. Non che questo abbia importanza, al fondo delle cose: anche se c' un'umanità sepolta, bisogna comunque uccidere e morire. In una pagina sorprendente, il gruppetto dei vendicatori va a uccidere gli assassini – e li trova occupati a fare un picnic al parco insieme a mogli e figli, che ignorano l'occupazione dei mariti e padri. Allora i vendicatori si fermano e aspettano (“Non davanti a loro”, dice Anthony Wong) e i killer, che hanno capito, mandano una bambina a offrire da mangiare al gruppo... John Ford non avrebbe fatto di meglio.
Come sempre in To, questo momenti di reciproca comprensione non annulleranno il destino. Andati via mogli e figli, c'è l'inevitabile showdown, alla luce della luna che va e viene per la nuvolaglia: un alternarsi di momenti di gelo e di frenesia, il buio dove si trattiene il respiro spezzato dai lampi di luce delle pistole - e la nebbia di sangue che sprizza dai corpi colpiti, un'immagine frequente nell'ultimo To.
E ancora: una bicicletta che corre da sola sospinta dai proiettili, in una scena a Macao, si prolunga a Hong Kong in un frisbee che pare dotato di vita propria. Vien voglia di concludere che ormai nel cinema di To gli oggetti si muovono da soli; questo non deriva solo dalla balistica (pensiamo alla lattina di Red Bull in “Exiled”) ma è anche il perfezionamento di quel senso di sospensione e astrazione, da lui continuamente ricercato, di cui era incarnazione il misterioso bambino in bicicletta di “PTU”.
Al di là della sua caratteristica di device narrativo, l'amnesia incombente di Costello ci ricorda un tema assai importante nel cinema di To, esplorato ad esempio in “Running Out of Time” e nello splendido e sottovalutato “Yesterday Once More”: la malattia in fase terminale (ovvero qui la perdita dell'auto-identità, che è come una quieta morte) rende invulnerabili: poiché recide i legami della vita. E quindi lascia l'uomo libero e nudo di fronte alla sua mission, disegnata dai giochi del caso e dai sentimenti nobili dell'onore, dell'amicizia, della vendetta. E infine come qui, libero, dopo che la vendetta si è compiuta, di abbracciare - senza più memoria né dolore: innocente fra gli innocenti - una nuova famiglia di bambini.

martedì 25 agosto 2009

Exiled

Johnnie To

Il dettaglio di una mano che bussa alla porta apre “Exiled” di Johnnie To: è il destino che bussa. Ma questo è il grande tema di tutta l’opera del maestro hongkonghese: il destino come inevitabile determinazione dell’esistenza, da cui consegue per i suoi eroi la necessità di viverlo dignitosamente (così nel dramma gangsteristico come nel mélo: Andy Lau alla fine di “Yesterday Once More”). Due volte degli uomini dal viso duro vengono a cercare Wo (Nick Cheung), che ha lasciato la gang e si è rifugiato a Macao con moglie e figlio neonato per sfuggire al suo ex boss che lo vuole morto; due volte la moglie (Josie Ho) dice tremando che non c’è.
In tutto il suo cinema Johnnie To ama molto i giochi della simmetria e del raddoppiamento. In “Exiled” la situazione di partenza è pura geometria: due parti in causa alla ricerca di Wo, una per ucciderlo e una per proteggerlo, con due capi (Anthony Wong e Francis Ng) e due sidekicks (Lam Suet e Roy Cheung). La riflette anche la disposizione fisica delle figure. Sul piano simbolico, il film altresì intesse sottilmente un rapporto speculare fra le due figure di donna che vi compaiono, la moglie-madre Josie Ho e la prostituta Ellen Chan. La tenda verde che durante una sparatoria oscilla davanti alla moglie di Wo che prega (disegnando il fragile spazio del sentimento in mezzo alla fatalità balistica) viene rispecchiata dalla tenda verde dietro cui la prostituta si riveste nella clinica clandestina; ed è evidente il parallelismo nella conclusione, quando le due donne sono gli unici personaggi ad allontanarsi, salve, con l’oro.
Quando all’inizio Josie Ho gli chiede di risparmiare il marito, Anthony Wong risponde duramente che non ha scelta. Questo vale per tutti i personaggi: nessuno ha scelta, tutti sono costretti da una serie di obbligazioni - un destino. E’ magnifico come il film esprima questo concetto attraverso l’organizzazione dello spazio: in “Exiled” la costruzione spaziale riflette il racconto, come in Hitchcock o in Welles o in Ophuls. Il surcadrage ossessivo rompe l’inquadratura in partizioni che la frazionano: quindi i personaggi sono visivamente imprigionati in un pattern opprimente di linee, una serie di gabbie visuali - che siano materiali, come la porta in cui compare Josie Ho, o virtuali, come le linee angolate della casa di fronte, contro cui si stagliano i visitatori.
Questo spazio oppressivo si allarga “chirurgicamente” durante le sparatorie: vedi lo scontro a fuoco nella clinica clandestina, quando i teli di plastica che dividono la scena cadono giù volteggiando fra gli spari. La precisione balistica di queste sparatorie, dove le esplosioni nebulose di sangue sono come lampi di luce, il loro connettersi logicamente con la scenografia (la porta che rotea forata dai proiettili in casa di Wo!) richiama i momenti più alti di Anthony Mann. Johnnie To mostra in “Exiled” una vera passione per l’inquadratura dall’alto a piombo (legandola nel finale alla più stupefacente invenzione balistica del film, la lattina che vola verso l’alto – verso la mdp – durante la sparatoria nell’albergo). La plongée a novanta gradi trasmette un senso di oggettività, distanziando la mdp dai personaggi e privandola di empatia: non per cinismo, ma perché la dimensione epica emerge asciuttamente dai puri fatti.
L’ambientazione a Macao alla vigilia del passaggio alla Cina è anche l’occasione per un accenno politico/satirico (pure i gangster hongkonghesi progettano l’handover della malavita di Macao) che ricorda il micidiale coraggio satirico di “Election 2”. Johnnie To - insieme a Fruit Chan naturalmente - è il regista hongkonghese che ha trattato le implicazioni dell’handover nel modo più convincente e radicale. Ma fondamentalmente “Exiled” è un’alta riflessione sui temi dell’onore e dell’amicizia. Perché i cinque personaggi sono amici d’infanzia, ex compagni di banda e di combattimento (grande il timido saluto di Lam Suet alla parte avversa). Così - in un magico cambio di atmosfera - dal primo scontro a fuoco passano ad aiutare il trasloco, mangiano insieme, stabiliscono una tregua di un giorno impegnandosi ad aiutare Wo in un colpo che possa provvedere dei soldi per la sua famiglia. In una pagina straziante lui dà un bicchiere di whisky alla moglie e lei ne beve molto di più con muta desolazione. Poi porta delle coperte ai quattro e loro si addormentano in salotto (Johnnie To è grande nella fotografia del buio come solo Eastwood), non senza lasciare dei turni di guardia per la sorveglianza reciproca.
E’ quella concezione di onore nella fraternità che i cinesi chiamano yi - e che inevitabilmente li espone alla stessa condanna che pesa sull’amico. Il centro morale del film è dunque quello basilare del dramma gangsteristico hongkonghese e giapponese: il contrasto fra gli obblighi dei sentimenti e la fedeltà alla propria missione e al proprio capo. Epico nella geometria degli scontri, elegiaco nell’evocazione del passato affidata a pochi accenni indiretti e una foto ingiallita, “Exiled” riprende e porta al calor bianco di purezza le figure e le tematiche del cinema di To, segnatamente il sentimento elegiaco-eroico di “A Hero Never Dies” e il concetto di amicizia virile di “The Mission”. Anche per questo non c’entra col film - neppure sul piano stilistico - Sergio Leone, che pure è stato evocato. Piuttosto un riferimento occidentale può essere Sam Peckinpah. Il suono malinconico dell’armonica di Richie Jen quando i quattro partono dal molo (suono che passa da diegetico ad extradiegetico accompagnandoli all’albergo della resa dei conti) ha la stessa risonanza romantica e fatale del tranquillo “Let’s go” de “Il Mucchio Selvaggio”.
Sorretto da un complesso di magnifiche interpretazioni, il film trasmette ai personaggi un’abbagliante realtà umana. Non dimenticheremo mai la disperazione muta di Josie Ho, la gelida rabbia trattenuta di Anthony Wong, il delizioso accenno di buffoneria di Lam Suet (sublime la sua lunga tirata da fool shakespeariano: “Quanto è una tonnellata di sogni?”). Nei film di Johnnie To si ride molto, perché come nella vita il dramma ama interlinearsi con elementi di commedia - vedi ad esempio l’opportunismo del poliziotto che si tiene fuori dai guai aspettando mezzanotte, quando andrà in pensione (l’eccellente caratterista comico Hui Siu Hung).
Epopea di incroci e incontri inaspettati, “Exiled” è intessuto di elementi ritornanti (il bussare alla porta, la necessità di spingere l’auto in panne, la monetina, la domanda di Francis Ng “Verso dove?”, le foto ricordo) e tutti rimandano alla storia passata e all’ineluttabilità del presente. Più volte nel film i personaggi tirano la monetina, ed essa non fa che dirigerli secondo la strada prefissata dal gioco beffardo del destino - ovvero l’inevitabile sviluppo del plot. Non si sfugge al destino; quando Anthony Wong butta la moneta in acqua è il segno finale di accettazione. Di lì in poi è un’andata verso la morte - che loro celebrano bevendo: poiché è ricorrente nel cinema di To la considerazione dell’assoluta libertà di chi sa che deve morire, ed essa si esprime qui nell’allegria scombinata e infantile dei quattro subito prima dello showdown.
Alla fine la loro ultima fotografia si lega in montaggio con la prima, quella ingiallita di quando erano ragazzi. Tutti loro, non solo Wo, erano exiled, perché percorrendo i labirinti della vita tutti ci esiliamo dal passato, dalle amicizie e dagli amori, dalla felicità giovanile. Nella conclusione sanguinosa - la pace dopo il massacro - tutte le lontananze vengono sanate.

sabato 12 gennaio 2008

Yesterday Once More

Johnnie To

Eravamo tutti ansiosi di vedere, al Far East Film Festival, il film “udinese” di Johnnie To, contenente 10 minuti girati nella nostra città (più il cimitero Sant’Eufemia a Tarcento e Sella Sant’Agnese presso Gemona). Ma questo era specialmente per l’interesse della location, giacché quando il film era stato presentato in prima italiana al Torino Film Festival ne erano rimbalzati alcuni commenti piuttosto freddi (a confermare i più acidi luoghi comuni sulla miopia dei critici). Invece ora che abbiamo visto “Yesterday Once More” possiamo segnalare una bella sorpresa: abbiamo assistito a un capolavoro. Questa storia di due ladri ex moglie e marito, Andy Lau e Sammi Cheng, ancora innamorati e pieni di ripicca, che si rincorrono in una girandola amorosa di brutti tiri e d’inganni è la miglior commedia di Johnnie To in assoluto; arrivo tranquillamente a dire che ricorda Blake Edwards.
Nelle commedie di Johnnie To, da solo o in coppia con Wai Ka-fai, si trova di solito un elemento (molto cinese) assai libero e “sfasciato”, un che di grottesco, destinato a sboccare nel sentimentale (un esempio è il bellissimo “Love on a Diet”). Qui troviamo invece una struttura di “sophisticated comedy” estremamente controllata. Non ci sono le consuete fughe nel grottesco - non contraddice quest’asserzione il tocco pur grottesco dei due investigatori mangioni, che è puro gioco di “sidekick” in senso classico, onde rientra nei canoni.
Johnnie To nel suo cinema ha sempre amato molto il tema del raddoppiamento (spinto fino a livelli parossistici nella recente commedia “Turn Left, Turn Right”). Nel gioco di inganni reciproci fra i protagonisti in “Yesterday Once More”, atti, progetti, movimenti si sdoppiano, si duplicano geometricamente, con l’effetto “etologico” di una complicata danza di corteggiamento, fatta di movimenti paralleli e minimi scarti.
Il gioco del vero e del falso struttura una commedia sofisticata brillante, veloce, decisa: bei tempi comici, vivace montaggio spietatamente ellittico, romanticismo scintillante (la scena iniziale della spartizione dei diamanti è degna della Hollywood anni ’40 - mentre il tono generale del film mantiene una raffinata e ironica aria anni ’60, con passaggi da post-Bond intellettuale). La sequenza del furto della collana è un bell’incrocio di movimenti opposti e contrapposti, in un caos “depalmiano” della visione.
Accanto al romanticismo e alla sensualità (che trova un’interessante materializzazione simbolica nel vino rosso), il concetto ritornante in tutto il film è quello di “game”: sport, giuochi da tavolo, scommesse; cui risponde alla fine Sammi Cheng, quando alla fine grida: “No more games!”, sono stanca di giochi, ma è tardi: come accade sempre in Johnnie To, sulle logiche del doppio e dello scambio si sovrappongono impietosamente i giochi sadici del destino, e sui suoi giochi con Andy Lau si stende l’ombra della morte.
Resta da dire della location friulana. Si sa, qualsiasi film crea attraverso il montaggio uno spazio immaginario. Johnnie To trasforma la città di Udine ridisegnandola secondo una geografia magica, che la rende più piccola e più poetica. Quanto a Sella Sant’Agnese, è bellissimo l’uso del paesaggio friulano: prima utilizzato come location straniera a fini esotico/estetici e poi - penso alla passeggiata di Andy Lau, malato terminale, davanti alla montagna - in senso drammatico.
Se Andy Lau è eccellente, in una parte alla Clark Gable, Sammi Cheng è sublime. Ma soprattutto possiamo essere grati a Johnnie To, non per un film “su Udine” ma per un film grande.

(Il Nuovo FVG)