Robert Rodriguez
“Puta madre!”, impreca Salma Hayek spenzolandosi dal quinto piano dell’edificio, incatenata ad Antonio Banderas, sotto il fuoco di un plotone di nemici (“C’era una volta in Messico” di Robert Rodriguez, terzo film della trilogia del mariachi-pistolero dopo “El mariachi” e “Desperado”). L’esclamazione incredulo/rabbiosa dell’eroina non vale solo per sé; è come se volesse dare voce allo spettatore, al suo stupore di fronte alla girandola adrenalinica dello spettacolo: “Puta madre!”, esclama lo spettatore preso sull’ottovolante visivo di Rodriguez, la messa in scena dell’esagerazione narrativa in termini di puro delirio visuale, inverosimile e cartoonistico (come in “Road Runner” - ricordiamo di Rodriguez l’antico amore per il cartoon - tutto è risolto nel piacere visuale dell’azione impossibile).
Azione, pura azione. Azione virtuale e fumettistica: tant’è vero che spesso il montaggio iperveloce e quasi subliminale - guardate il combattimento di Salma Hayek all’inizio - prende il posto del movimento, non serve a definire l’azione fisica ma a sostituirla.
E quindi, pura visione. Rodriguez si inserisce in quella tendenza del cinema contemporaneo che enfatizza (talvolta ai limiti dell’ipertrofia) l’aspetto visivo, grafico, l’inquadratura che si estende sullo schermo come un disegno: cinema-fumetto. La bellezza dell’uccisione del nemico è la moralità del cinema, ma Rodriguez risolve tutte le sue sparatorie in puro fascino visuale (anche il suo romanticismo, ma in primo luogo gli scontri a fuoco). Nel suo estremismo furibondo l’azione si trasforma in pura immagine. La gente letteralmente vola colpita dalle pallottole. Le traiettorie dei proiettili sono esaltazioni dello sguardo. Rodriguez ama i barocchismi della balistica.
La figura più delirante e memorabile del film (ancora, parliamo di immagine, fumetto, grafica) non è il mariachi Banderas ma l’agente della CIA Johnny Depp, l’elemento più grottesco di un film grottesco: Johnny Depp che ha tre braccia (uno è finto), e che se mangia il miglior arrosto di maiale del mondo va a sparare al cuoco per “ristabilire l’equilibrio”. E che, accecato dai nemici, con la maschera di sangue sotto gli occhiali neri, si veste solennemente di nero (ma sbaglia guanto perché non ci vede) e li affronta in un duello cieco ch’è una folle pagina di cinema estremo.
Tutto ci rimanda al western italiano, rimando già enunciato dal titolo/omaggio a Sergio Leone. Le armi assurde (vediamo una chitarra-lanciafiamme e una chitarra-bomba semovente radiocomandata), dunque il rovesciamento di destinazione degli oggetti. Il masochismo estremizzato della figura dell’eroe sofferente. Il romanticismo sadico. E viene dritto dritto dai film di Leone il dialogo, con le sue grandi sentenziosità (“Un uomo che non vuole niente è invincibile, cabròn”) e gli scambi ringhiosi, ironicamente superduri (Banderas a Danny Trejo: “Sei uno con le palle o te le sei giocate?” - risposta con sguardo omicida: “E mi girano anche”).
Non solo nel presente film: sono componenti ritornanti in tutto il cinema di Rodriguez, calate - naturalmente - nei colori e nei costumi di quel “Mexico” di cui l’autore è il delirante rapsodo (anche la figura del nemico col viso mostruoso coperto dalle bende, che vediamo qui, è puro horror messicano, potrebbe uscire da un film di Mendez, Urueta, Corona Blake o Curiel).
Beninteso, Robert Rodriguez non raggiunge la grandezza di un Quentin Tarantino o di un John Woo - le nuove frontiere del cinema d’azione eroica. Rodriguez ha eleganza, non profondità. Né si potrebbe negare - benché suoni spiacevolmente pignolo - che il regista messicano sia andato a calare rispetto al sistema espressivo fresco ed estremo del suo esordio “El mariachi”.
E tuttavia un regista capace di darci lo splendido “Dal tramonto all’alba”, e anche “The Faculty”, e la saga demenziale di “Spy Kids”, e soprattutto di affascinarci con le folli pazzesche esaltate sparatorie di tutto il suo cinema, un regista così - “Puta madre!” - bisogna segnarlo fra i buoni.
(Il Nuovo FVG)
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sabato 12 gennaio 2008
martedì 8 gennaio 2008
Sin City
Frank Miller e Robert Rodriguez
Di recente ci è capitato di parlare abbastanza spesso di un cinema/grafica: un cinema che riporta sullo schermo il disegno, nel quale l’immagine guarda a un effetto grafico, mantiene volutamente nella propria tessitura qualcosa del disegno stesso.
Un risultato artistico rilevante in questa nuova simbiosi di fotografia e disegno è il sanguinario e bellissimo “Frank Miller’s Sin City”, diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez (autore di riprese e montaggio). Come tutti sanno, gli attori hanno recitato sullo sfondo di uno schermo verde sul quale la computer graphics ha aggiunto il resto. La fedeltà al fumetto d’origine - testi, inquadrature, anche uso di “prosthetics” alla “Dick Tracy” per il personaggio di Mickey Rourke - si spinge fino a usare un fascinoso b/n ravvivato qua e là da precisi tocchi di colore (non si può non ricordare qui che il geniale Francis Ford Coppola anticipò questa soluzione nel 1983 in “Rusty il selvaggio”). In questo film a vari racconti collegati, il sangue - quando non è una macchia rossa nel b/n - è bianco, ma ha la stessa evidenza (o è giallo per il mostro umano del racconto finale). Sequenze horror come l’esecuzione sulla sedia elettrica mantengono un’aura perfettamente grafica. Fumettistici sono i voli quando un personaggio è investito da un’auto. Vediamo persino i classici cerotti incrociati dei fumetti addosso a Mickey Rourke. Ma questo film non è un cartoon. La grana dei visi, l’evidenza della pelle fotografata, si oppone alla superficie “bianca” del disegno di Frank Miller: la concretezza del fotografico non si lascia ridurre all’astrazione del grafico (come questi esperimenti avrebbero interessato André Bazin!). Astrazione grafica che rispunta quando le figure si trasformano per brevi attimi in silhouettes bianche...
“Sin City” è affascinato dal corpo delle donne, dai loro costumi “fetish”, dalla sensualità armata. Questo film a focalizzazione narrativa fortemente maschile (Bruce Willis, Mickey Rourke, Clive Owen) trova una figura del desiderio nella “deadly female”, la femmina mortale. Forse il momento più bello di tutto il film è la meravigliosa carrellata che esalta le puttane seminude bellissime e feroci, stagliate contro un cielo rosso tempestoso, che dall’alto mitragliano e massacrano la gang dei criminali.
Ciò basta a dirci che “Sin City” non consiste solo nell’artificio del b/n con tocchi di colore. E’ una magnifica “pulp fiction” nella linea estremistica degli amici inseparabili Rodriguez e Tarantino (che firma come ospite una scena). Dei due, si sa, Quentin Tarantino è il più bravo; ma “Sin City” è il miglior film di Rodriguez sinora. Ha una crudeltà visionaria che trasforma le sparatorie, i corpi smembrati, gli arti mozzati in lampi di delirante bellezza. Lo attraversano grandi momenti di umorismo nero: non è puro genio la pagina del cadavere trasportato in auto (ha una canna di pistola piantata nel cervello) che discorre, beffeggia, si fuma una sigaretta, grida spaventato “Occhio!” al guidatore? E gli rimane questa vitalità anche quand’è una testa tagliata... Idem per il gangster trapassato da una freccia, che chiacchiera tranquillamente, stupito e divertito, nello stesso segmento, che è il migliore del film.
Impostato su un uso audace del tempo e dello spazio (eleganti incroci temporali, splendidi falsi movimenti di macchina che si traducono in ellissi), il racconto frenetico di “Sin City” estremizza la narrativa “hard-boiled” (ma Raymond Chandler resterebbe terrorizzato!). Donde l’importanza “fondante” della voce narrante, profonda, confidenziale, gnomica, da cui il testo letteralmente si crea. Di conseguenza la morale di “Sin City” è la spinta al parossismo della morale “hard-boiled” del lupo solitario col suo senso della giustizia contro la città come immenso organismo corrotto. La giustizia della vendetta, dell’uccidere il malvagio, la gioia selvaggia di vedere il suo sangue: così “Sin City” esprime nel suo romanticismo disperato un’alta moralità.
(Il Nuovo FVG)
Di recente ci è capitato di parlare abbastanza spesso di un cinema/grafica: un cinema che riporta sullo schermo il disegno, nel quale l’immagine guarda a un effetto grafico, mantiene volutamente nella propria tessitura qualcosa del disegno stesso.
Un risultato artistico rilevante in questa nuova simbiosi di fotografia e disegno è il sanguinario e bellissimo “Frank Miller’s Sin City”, diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez (autore di riprese e montaggio). Come tutti sanno, gli attori hanno recitato sullo sfondo di uno schermo verde sul quale la computer graphics ha aggiunto il resto. La fedeltà al fumetto d’origine - testi, inquadrature, anche uso di “prosthetics” alla “Dick Tracy” per il personaggio di Mickey Rourke - si spinge fino a usare un fascinoso b/n ravvivato qua e là da precisi tocchi di colore (non si può non ricordare qui che il geniale Francis Ford Coppola anticipò questa soluzione nel 1983 in “Rusty il selvaggio”). In questo film a vari racconti collegati, il sangue - quando non è una macchia rossa nel b/n - è bianco, ma ha la stessa evidenza (o è giallo per il mostro umano del racconto finale). Sequenze horror come l’esecuzione sulla sedia elettrica mantengono un’aura perfettamente grafica. Fumettistici sono i voli quando un personaggio è investito da un’auto. Vediamo persino i classici cerotti incrociati dei fumetti addosso a Mickey Rourke. Ma questo film non è un cartoon. La grana dei visi, l’evidenza della pelle fotografata, si oppone alla superficie “bianca” del disegno di Frank Miller: la concretezza del fotografico non si lascia ridurre all’astrazione del grafico (come questi esperimenti avrebbero interessato André Bazin!). Astrazione grafica che rispunta quando le figure si trasformano per brevi attimi in silhouettes bianche...
“Sin City” è affascinato dal corpo delle donne, dai loro costumi “fetish”, dalla sensualità armata. Questo film a focalizzazione narrativa fortemente maschile (Bruce Willis, Mickey Rourke, Clive Owen) trova una figura del desiderio nella “deadly female”, la femmina mortale. Forse il momento più bello di tutto il film è la meravigliosa carrellata che esalta le puttane seminude bellissime e feroci, stagliate contro un cielo rosso tempestoso, che dall’alto mitragliano e massacrano la gang dei criminali.
Ciò basta a dirci che “Sin City” non consiste solo nell’artificio del b/n con tocchi di colore. E’ una magnifica “pulp fiction” nella linea estremistica degli amici inseparabili Rodriguez e Tarantino (che firma come ospite una scena). Dei due, si sa, Quentin Tarantino è il più bravo; ma “Sin City” è il miglior film di Rodriguez sinora. Ha una crudeltà visionaria che trasforma le sparatorie, i corpi smembrati, gli arti mozzati in lampi di delirante bellezza. Lo attraversano grandi momenti di umorismo nero: non è puro genio la pagina del cadavere trasportato in auto (ha una canna di pistola piantata nel cervello) che discorre, beffeggia, si fuma una sigaretta, grida spaventato “Occhio!” al guidatore? E gli rimane questa vitalità anche quand’è una testa tagliata... Idem per il gangster trapassato da una freccia, che chiacchiera tranquillamente, stupito e divertito, nello stesso segmento, che è il migliore del film.
Impostato su un uso audace del tempo e dello spazio (eleganti incroci temporali, splendidi falsi movimenti di macchina che si traducono in ellissi), il racconto frenetico di “Sin City” estremizza la narrativa “hard-boiled” (ma Raymond Chandler resterebbe terrorizzato!). Donde l’importanza “fondante” della voce narrante, profonda, confidenziale, gnomica, da cui il testo letteralmente si crea. Di conseguenza la morale di “Sin City” è la spinta al parossismo della morale “hard-boiled” del lupo solitario col suo senso della giustizia contro la città come immenso organismo corrotto. La giustizia della vendetta, dell’uccidere il malvagio, la gioia selvaggia di vedere il suo sangue: così “Sin City” esprime nel suo romanticismo disperato un’alta moralità.
(Il Nuovo FVG)
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