mercoledì 25 dicembre 2019

Star Wars - Episodio IX: L'ascesa di Skywalker

J.J. Abrams

(warning: contiene gravi spoiler)

I morti parlano”. Questa è la prima frase della tradizionale scritta “a sciame di astronavi” che apre ogni episodio di Star Wars: frase che va al di là della contingenza di quanto direttamente enuncia, ossia il ritorno dell'imperatore Palpatine. Infatti in Star Wars – Episodio IX: L'ascesa di Skywalker di J.J. Abrams i grandi caduti della trilogia, Han Solo, Luke Skywalker, Leia Organa, ricompaiono sullo schermo: i cavalieri Jedi morti intervengono per consigliare e guidare. Malgrado il suo svolgimento mosso, spesso frenetico, L'ascesa di Skywalker è un film maestoso. Sarà l'episodio definitivo? Certo ha un senso solenne di finale. Dopo l'episodio malinconico e quasi disperato di Rian Johnson, Gli ultimi Jedi, gli sceneggiatori J.J. Abrams e Chris Terrio si sono fortemente impegnati per wrap up, riordinare e concludere, non solo la trilogia ma tutta la saga.

Parlo di saga e non di serie perché a Star Wars meglio si confà il primo termine. Una serie chiunque può farla: è un'aggiunta lineare di episodi; una saga è una costruzione organica ove tutti gli episodi si fondono come in un enorme mega-film. Con qualche inevitabile sbavatura, ciò è quanto i film di Star Wars sono riusciti a fare (sebbene George Lucas non sia rimasto soddisfatto degli sviluppi della sua creazione): una notevole realizzazione narrativa e artistica, che non era affatto garantita, stante il cambiamento avvenuto non solo al timone della saga ma nella stessa Hollywood che l'ha prodotto. A questo punto poco importa la differenza evidente fra la regia concitata di J.J. Abrams nell'ultimo episodio e quella classicheggiante di George Lucas nel primo; il substrato mitico, dal quale deriva l'integrità artistica della saga, è riuscito a mantenersi. In questo, L'ascesa di Skywalker è un apporto decisivo.
La scena in cui Rey si sta esercitando riporta sullo schermo un “remoto” come quello con cui si esercitava Luke sotto la guida di Obi-wan Kenobi in Guerre stellari. Il nono episodio riprende oggetti, luoghi, topoi di tutta la serie e si riconnette in particolare alla trilogia originaria. Non è un caso che riappaia il relitto della Morte Nera come sfondo per una scena cruciale. Nello stesso contesto rientra la ricomparsa dell'imperatore Palpatine – e questo morto vivente con gli occhi bianchi dei film horror, agganciato a un meccanismo che lo sostiene a un metro dal suolo, è un'immagine che ricorda il secondo episodio di Hellraiser (una saga anche questa, detto per inciso, ma che al contrario di Star Wars ha sofferto di una degenerazione progressiva, pur mantenendo la sua pregnanza visuale).

Anche nel presente film, come in precedenza, si fa notare l'influsso della cultura cinematografica orientale. Che è dichiarata visivamente all'inizio: dopo che Kylo Ren si è battuto da solo con la spada laser contro degli avversari, l'inquadratura di fine scena ce lo mostra in primo piano con alle spalle in fuga prospettica una serie smisurata di nemici morti fra gli alberi che bruciano: un'inquadratura che è puro wuxiapian di Hong Kong. Allo stesso modo, sapevamo che i Jedi e i Sith possono volare, ma il combattimento fra Rey e Kylo Ren sul relitto della Morte Nera circondato da un oceano tempestoso, con quei folli balzi in alto o anche all'indietro, ricorda molto King Hu.
Filtrato attraverso la cultura popolare americana della space opera, alla base di Star Wars dal punto di vista mitico c'è Richard Wagner – una presenza dichiarata ma non esaurita nell'uso apertamente wagneriano dei Leitmotive nel commento musicale di John Williams. Come ennealogia wagneriana la saga trova i suoi temi nei miti del sangue e dell'eredità, dell'ombra dell'incesto, della seduzione del potere, della caduta e della redenzione (accanto all'Anello del Nibelungo viene in mente il Parsifal).
Alla fine del lungo percorso possiamo vedere che il tema principale che attraversa la storia è quello della tentazione. Proprio com'era accaduto a Luke Skywalker (“Luke... Luke... Io sono tuo padre”), e prima di lui ad Anakin Skywalker, così capita a Rey, e prima di lei a Kylo Ren. La storia di redenzione di Ben/Kylo Ren riecheggia quella di Anakin/Darth Vader alla fine de Il ritorno dello Jedi. Una simmetria ammirevole (e non importa che sia evidentemente costruita di episodio in episodio).

Quanti ce ne hanno portati via. Ora portiamo a loro la guerra” (sono le parole dei membri della Resistenza prima di scatenare l'attacco). Ecco un punto in cui Star Wars si differenzia (fin dal titolo, potremmo aggiungere) dall'altra grande saga di fantascienza spaziale del nostro tempo, ovvero Star Trek. Non parlo qui dello sciagurato reboot di quest'ultima. Voglio dire che al vago pacifismo di Star Trek, che è figlia dell'epoca kennediana, Star Wars oppone una visione più drammatica e realistica, per cui la guerra è una realtà ineluttabile, e possibilmente eterna. Nel finale de L'ascesa di Skywalker, le grandi astronavi nemiche – i Destroyer della flotta dei Sith – esplodono in fiamme e precipitano dal cielo come maligne stelle cadenti.
I riferimenti al nazismo, già presenti nel primissimo Guerre stellari, sono ripresi nell'ultimo episodio (vedi la perquisizione delle case sul pianeta occupato) a ricordarci che qualsiasi prospettiva di pace va difesa con le armi e la ribellione armata può sempre presentarsi come una cruda necessità. Qui viene pronunciato il classico discorso sul numero e sull'unione dei ribelli (“Non siamo soli”). Un po' retorico nella sua enunciazione verbale? Certo – ma togliete la retorica a qualsiasi discorso ispirato, e cosa resta? Eppoi questa retorica è necessaria a preparare la grande scena della comparsa in extremis di un nugolo di astronavi ribelli (ed è la stessa retorica che presiede alla scena analoga, purtroppo non così ben realizzata, di Dunkirk di Christopher Nolan).

Tutto finisce su Tatooine, dove tutto era cominciato. Giunta alla fine del suo cammino di scoperta di se stessa – occorre ricordare che la forma ricorrente dei film di Star Wars è il viaggio iniziatico? – Rey seppellisce le spade laser di Luke e Leia nel terreno (ma attenzione, ciò che è sepolto può sempre ricomparire). Preannunciato dal titolo dell'episodio, il finale in cui Rey rinuncia con un atto di puro volontarismo (ratificato dai due Jedi morti che assistono) alla sua eredità del sangue e assume il nome di Skywalker è il sigillo morale e narrativo dell'intera saga: taglia di un colpo il nodo gordiano che l'ha sostenuta (l'eredità e il tradimento del sangue) per attestare uno stato di purezza finalmente conquistata. La saga di Star Wars si è venuta strutturando come un'amara ripetizione del ciclo dell'eterno ritorno. Il finale pone un momento di pausa in questo “eterno dolore”.

mercoledì 4 dicembre 2019

Un giorno di pioggia a New York

Woody Allen


Il film che i fascisti del politically correct non volevano che vedessimo l'abbiamo visto, ed è bellissimo. A Rainy Day in New York di Woody Allen è ispirato; in piccolo, s'intende, ma fa pensare a Mozart per la leggerezza e l'eleganza dei movimenti. Restando nel campo di Allen, può ricordare Una commedia sexy in una notte di mezza estate (si potrebbero fondere i titoli: A Sex Comedy in a Rainy Day in New York), non solo per l'atmosfera sognante ma per l'incantevole levità. A Rainy Day è un film impalpabile, come un balletto.
Su un canovaccio semplicissimo (due studenti fidanzati progettano di passare insieme un weekend a New York ma il caso si mette di mezzo) Woody Allen con sottigliezza divertita i suoi classici temi, e in particolare la domanda che tutti si fanno (e che in tarda età diventa, retrospettivamente, ancora più urgente): chi sono? cosa voglio?
Qui la forma della commedia è quella dell'intoppo che si sviluppa a cascata. Gatsby e Ashleigh, che studiano in una piccola università, non mancano di soldi (loaded, pieno, è una parola ricorrente), non solo perché sono entrambi di famiglia ricca ma perché il ribelle Gatsby è un grande giocatore di poker. Ora Ashleigh – che aspira a diventare giornalista – ha l'opportunità di intervistare a New York un famoso regista per il giornale del campus; Gatsby – che aspira solo a restare se stesso – è ben lieto di ritornare nella sua città (basta che sua madre non lo sappia: c'è un party da evitare).
Un elemento centrale del cinema di Woody Allen, lo sappiamo, è il concetto di destino. Ci scherzava sopra evocando buffonescamente la tragedia greca all'inizio de La dea dell'amore. Il destino (attraverso un avvenimento imprevisto, una scoperta, una visita, una magia) mette in crisi l'equilibro di una o più esistenze e le spinge a frustate verso una maggiore autenticità – una parola che ha molta importanza nel cinema alleniano.
Quello che per Ashleigh doveva essere l'impegno di un'ora si complica sempre più, e la ragazza si lascia travolgere non troppo malvolentieri dalle ansie e dalle tentazioni di Hollywood – un mondo che ormai ha sede a New York. In un passaggio esilarante, incontrando un super-divo Ashleigh dimentica anche il proprio nome.
Intanto il suo ragazzo gira per la città continuando a rovistare nel proprio disincanto esistenziale. Nomina omina: si chiama Gatsby (la ricchezza, l'eleganza, l'inquietudine) e come se non bastasse di cognome fa Welles. C'è un senso di libertà in questo giovane ribelle (Timothée Chalamet, appena visto in The King) che se fosse sfrenato avrebbe qualcosa da rimbaudiano; ma nel fondo di Gatsby non c'è Rimbaud, e neanche la beat generation, bensì un senso di curiosità, misura e bellezza che serpeggia nel cuore di New York, e che Allen è capace di farci scoprire, in un viaggio cinematografico che si situa – complici i magnifici ambienti fotografati da Vittorio Storaro – a metà strada fra la realtà e la favola.
Così, seguendo lo schema frequente in Allen del raddoppiamento, il film si biforca in una doppia giornata (di pioggia) parallela e in due anime differenti. Gatsby, lo abbiamo già detto, è newyorchese fino al midollo. Ashleigh viene da Tucson, Arizona (il che offre alla newyorkese Shannon/Selena Gomez, che fa da terzo incomodo, l'occasione di una serie di frecciate di superba acidità); è stata reginetta di bellezza, viene da una famiglia di ricchi supporters di George Bush, e – nella deliziosa interpretazione di Elle Fanning – è solare fino alla punta dei capelli color del grano.
Ah, ma possono un Gatsby iper-newyorkese (“Mi serve il monossido di carbonio per sopravvivere”) e una solare ex reginetta di Tucson stare insieme? A questa domanda, come capita spesso in Allen, rispondono non gli uomini ma il destino. Però qui, se galeotto è il mondo del cinema, il destino si identifica con New York stessa. “The city has its own agenda”, dice a un certo punto la voce narrante.
A Rainy Day in New York è un film sulla gioventù vista con occhio attento, amabile ma attento, da un vecchio. Allen rivive se stesso in Gatsby, come ha fatto in tanti semi-sosia più giovani nel corso della sua carriera: le ossessioni di Gatsby (il senso della verità e l'incertezza su come raggiungerla, le scelte prevalentemente in negativo e l'amore per l'arte e per New York come punto fermo) sono le ossessioni di Woody Allen – ma qui senza nevrosi e senza angosce. Punteggiato dai soliti gustosi allenismi (“La vita reale va bene solo per chi non sa fare di meglio”), è un film curiosamente soffuso di un senso di quiete.
E' un film dov'è molto presente il tempo: preso in giro nei tanti appuntamenti mancati, ricordato negli orologi – con un appuntamento di fronte a un famoso orologio di New York finisce il film – ma anche cupamente evocato nelle battute (che nascondono una paura) di Gatsby sul fumare che accorcia la vita. Allen non ha mai dimenticato in tutta la sua carriera che la morte è un appuntamento irrevocabile. E tuttavia bisogna vivere. La grande pagina delle confidenze della madre (Cherry Jones) a Gatsby è una lezione di vita: la verità che le persone non sono quelle che sembrano, la vita non è facile, e tanto meno lineare come sembra quando si è giovani: ecco tutto; e (come sempre in Woody Allen) la bellezza è l'unica cosa sicura.
Allen scrive e filma con la saggezza dei vecchi. C'è del dubbio esistenziale in questi andirivieni – ma non c'è angoscia (peraltro Woody non dimentica di annotare che i soldi possono essere utili per angosciarci di meno). Per tutta la vita Woody ci ha fatti ridere sul suo eterno rapporto con lo psicoanalista (ricordate? “Gli concedo ancora un anno e poi vado a Lourdes”). Adesso, a 84 anni compiuti il primo dicembre, la nostra impressione è che Woody abbia potuto permettersi finalmente di mandare il suo psicoanalista in pensione.