Stephen Hopkins
Un mistero secondario della storia del cinema: cosa diavolo è successo a Christopher Markus, sceneggiatore con Stephen McFeely di “Tu chiamami Peter”, a metà film? Si è fatto una pista di coca? Ha avuto una rivelazione di orientamento sessuale? Gli è morto il cane? Perché nella prima parte questo “biopic” su Peter Sellers (realizzato in America per la tv, diretto da Stephen Hopkins), è difettoso, pieno di idee lasciate a metà, ma funziona; poi precipita a capofitto verso la scemenza. Non è colpa del discreto Stephen Hopkins (“Spiriti nelle tenebre”) bensì dello “script”. Triste ma vero: la Hollywood d’oggi ha perso quello che era un caposaldo della sua grandezza, i bravi sceneggiatori.
Fondamentalmente “Tu chiamami Peter” è un film superficiale. Certamente ci dice un mucchio di fatti che ignoravamo, e che possono riassumersi nella proposizione: Peter Sellers era, con licenza parlando, un coglione.
Ma anche questa categoria di persone estremamente diffusa richiede, per essere trasferita sul piano artistico, un lavoro di costruzione del personaggio che qui in ultima analisi manca. Certo, il film ne mette in risalto alcuni tratti psicologici: l’infantilismo egotista, la crudeltà, il mammismo; ma tutto questo non sa articolarsi in una figura carnale, concreta - né possono sostituirla certi tocchi “arty” come la sciocca metafora di Sellers che si guarda allo specchio e non ci si vede. Una sola di queste caratteristiche è ben sviluppata: il rapporto di Sellers (Geoffrey Rush) con la madre-virago (Miriam Margoyles). Dopo il matrimonio con Britt Ekland (incarnata, con pari bellezza, da Charlize Theron), lui dice alla madre che l’ha fatto “perché non posso sposare te”. Uno si immagina il dottor Sigmund in una cabina telefonica che si apre la camicia sopra il costume esclamando “Questo è un lavoro per Superfreud!”
Ogni film di ricostruzione storica assomiglia necessariamente a un museo delle cere (non è un male: ciò gli dà sempre un bizzarro fascino). Qui poi abbiamo un film di ricostruzione storica di altri film: un museo delle cere di secondo grado. Ma la cosa più interessante di “Tu chiamami Peter” è il suo modo “metacinematografico” di serpeggiare dentro e fuori della messa in scena: ogni tanto un personaggio esce dal racconto filmico e si rivolge direttamente a noi spettatori, esprimendo il suo giudizio su Sellers, in una dimensione ch’è a un tempo esterna al racconto (vediamo il set) e ancora interna, poiché è sempre il personaggio che parla. A volte poi è lo stesso camaleonte Sellers che, truccato, prende il posto del personaggio per interpellare gli spettatori a suo nome, come nella scena della madre morente. Entra in taglio qui un riconoscimento dovuto: per quante riserve si possano avere sul film, si tratta di una meravigliosa prova attoriale di Geoffrey Rush.
Rientrano in quest’atteggiamento metacinematografico varie interessanti scelte: per esempio quando Stanley Kubrick (Stanley Tucci) si avvicina a Sellers in un corridoio è inquadrato kubrickianamente alla “Shining”. O, mentre Sellers gira “Oltre il giardino”, vediamo la famosa scena di lui che cammina sulle acque e pensiamo che sia la scena finale del film che stanno girando, e invece appartiene al “racconto primo”. Oppure - questa è ancor più carina, perché nascosta - a un certo punto Sellers nella sua suite si alza da terra dove ha dormito ubriaco, e l’inquadratura è una citazione da “Lolita” (film mai menzionato nel film).
Tuttavia, alla fine di questa sontuosa ricostruzione speziata con tocchi “culti” metacinematografici, usciamo dal cinema con l’impressione di non aver realmente capito chi era Sellers (e non è affatto l’alta ambiguità di un Orson Welles, di “Quarto potere”, perché quella era un’ambiguità del troppo, questa del troppo poco). E dunque, se volete conoscere Peter Sellers, invece di guardare “Tu chiamami Peter” andate in videoteca e affittatevi un episodio qualunque della “Pantera Rosa”. Perché è importante il miele e non l’ape.
(Il Nuovo FVG)
martedì 8 gennaio 2008
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