Eric Rohmer
C’è una scena simbolica in “Triple agent - Agente speciale” di Eric Rohmer, quando i tre emigrati zaristi beffati (il loro compagno sospettato di essere un agente bolscevico è fuggito e sulle scale è andata via la luce) scendono le scale brancolando nel buio alla tenue luce dei loro accendisigari. Vale come metafora: non solo i tre russi, anche noi spettatori brancoliamo nel buio, mentre durante lo svolgimento tentiamo di decodificare l’impegnativo e bellissimo film di Rohmer - probabilmente il miglior film sulla psicologia dello spionaggio dai tempi di “Operazione ‘Cicero’” di Mankiewicz, cioè dal 1952.
Il film si svolge in un’epoca storica molto ben delineata, gli anni del governo del Fronte Popolare in Francia e della purga staliniana dei generali (un vero “personaggio in absentia” del film è il maresciallo Tuchacevskij). Rohmer concretizza il quadro storico interlineando la narrazione con cinegiornali Pathé: un’operazione che ha evidenti somiglianze col suo uso della pittura d’epoca per inserirvi in computer graphics l’azione ne “La nobildonna e il duca”. L’ex generale bianco Fjodor Voronin (Serge Renko) è fra i capi dell’organizzazione degli emigrati russi anticomunisti - ma è davvero fedele? O è in realtà un simpatizzante comunista? O un agente di Stalin?
Il suo lavoro segreto per l’organizzazione è il controspionaggio: conoscere, influenzare, depistare (“Devi far credere agli uni e agli altri che tu sia dalla loro parte”). Fjodor moltiplica all’estremo la nebbia di ambiguità in cui si muove (“A volte è molto più intelligente dire la verità che mentire, perché nessuno ti crederà”) anche nei confronti di sua moglie, la pittrice Arsinoé (Katerina Didaskalou). Nel dialogo fra i due Rohmer inserisce un grande momento di gioco sul verbo “sapere”: “Potrebbe essere pericoloso anche per te se tu sapessi troppe cose” - “E chi saprebbe che le so?” - “Si verrebbe a sapere comunque”. Paranoia, certo: perché la paranoia è la condizione naturale dello spionaggio (vedi il vecchio capolavoro di Clouzot “Le spie”). Non stupisce ritrovare il tema nel cinema di Rohmer, che è tutto centrato sulla dialettica fra il progetto e il caso, fra la strategia e il destino - di qui il suo interesse per l’astrologia.
Dall’idea di comprendere perfettamente la situazione politica Fjodor passa a quella di poterla influenzare nascostamente lasciando cadere una parola o meno, di essere decisivo nel gioco d’ombre della politica internazionale; con espressione da matto, si vanta con Arsinoé del suo immenso potere segreto. Megalomania? Ma poi i sospetti sulla sua qualità di “agente triplo” si materializzano drammaticamente col rapimento del capo dell’organizzazione (memorabile, nella discussione in albergo quella notte, l’orgia di “spiegazioni” sempre più romanzesche); dov’è la maschera e dove la realtà? E più tardi la più pazzesca delle sue previsioni - un’alleanza fra Hitler e Stalin - si fa vera...
Fjodor parla di decodificare e influenzare un mondo oscuro; al contrario, Arsinoé riproduce il mondo com’è nei suoi quadri realisti. Rohmer si diverte a mettere in risalto il chiasmo per cui questa cerchia di anticomunisti apprezza di Stalin solo il rifiuto dell’arte astratta, mentre per i vicini di casa comunisti è il contrario. Geniale allegoria rohmeriana, le loro discussioni su realismo e astrattismo sembrano riflettere il discorso centrale del film sulla leggibilità del mondo.
Arsinoé soffre perché il marito non le dice tutto, soffre per non conoscere il marito veramente. Ma conosciamo veramente le persone con cui viviamo? “Triple agent” - ed è solo un’altra fra le suggestioni di questo film assai ricco - ha il valore di portare alla ribalta una sorta di “spionaggio quotidiano”, quello con cui decodifichiamo l’ambiguità dei rapporti personali, oppure lottiamo per mantenerla (argomento adatto al cinema iper-significante di Rohmer, dove tutto è allusivamente rivelatore di significati secondi). E’ facile dunque vedere in “Triple agent” un grande affresco sull’incertezza esistenziale.
(Il Nuovo FVG)
martedì 8 gennaio 2008
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