István Szabó
In effetti “Being Julia” di István Szabó è del 2004. Tuttavia l’unico indizio che non è stato girato nel 1954 è (a parte qualche parolaccia e un breve nudo maschile) il fatto che la solita burineria dei distributori ha mantenuto il titolo inglese e relegato a sottotitolo lo spiritoso “La diva Julia” ch’è il titolo italiano del romanzo di W.S. Maugham “Theatre”, da cui è tratto il film: cosa che sarebbe stata impensabile nel 1954 (diavolo, di leggi in Italia ce n’abbiamo già troppe, ma contro questa sciatteria dei titoli sempre in inglese ce ne vorrebbe davvero una).
Unico modo per distinguerlo, dicevo, da un film girato cinquant’anni fa. Oh, lo so che comincia bene, con una falsa interpellazione al pubblico da parte del fantasma/ricordo che in realtà si rivolge alla protagonista Annette Bening, e un falso controcampo della Bening che in realtà sta recitando in teatro più tardi. Assai appropriato per un film fondato sui diversi livelli della recitazione e quindi della realtà. Però questa finezza iniziale è la sola che si permette la regia, altrimenti uniformemente piatta e accademica, di Szabó.
“Being Julia - La diva Julia” forma una specie di dittico con un altro suo film in inglese dedicato al teatro, “Le tentazioni di Venere” (1990), il quale però, senza essere un capolavoro, era più spiritoso e vivace. Sgombriamo subito il campo da una considerazione ovvia: “Being Julia” è ottimamente interpretato. Questa coproduzione inglese-ungherese-canadese è il classico film di attori. Annette Bening è bravissima; Jeremy Irons è insolitamente spiritoso; i ruoli secondari sono una collezione di volti eccellenti, perfettamente “british”. Merita una menzione particolare Juliet Stevenson (Evie, l’assistente di scena) che avrebbe meritato una nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista (ma non l’ha avuta). E’ eccezionale, e basta vedere la scena in cui fa il verso in secondo piano ad Annette Bening (il fatto che qui a un certo punto Szabó passi a un inutile primo piano per sottolineare dimostra solo la mediocrità della sua regia).
Però il difetto sul quale crolla “Being Julia” non è la direzione banale di Szabó, bensì l’incapacità del film di elaborare quel dialogo scintillante e crudele che tutta la sua impostazione richiederebbe. Julia è un’attrice non più giovane, che trova un amante giovanissimo e se ne innamora (in realtà lui è un profittatore), e vede l’ascesa dell’ambiziosa debuttante Avice, segretamente fidanzata al giovanotto - ma poi si vendica trionfalmente sul palcoscenico. Anche se il romanzo di Maugham è del 1947, chiaramente il modello ideale di riferimento del film è l’immortale “Eva contro Eva” di Mankiewicz; però lo sceneggiatore Ronald Harwood (più bravo ne “Il pianista”) non riesce a raggiungerne il mix di cattiveria e nitore. Tranne rari momenti (ne ho contati tre), i testi non sono mai brillanti e spiritosi al punto giusto. Perfino il climax conclusivo, accuratamente preparato, con Julia che la sera della prima manda in crisi Avice e le ruba la scena cambiando le battute, lascia soddisfatti per quanto riguarda il nostro senso di giustizia ma perplessi sulla credibilità del risultato: poiché la commedia che vedono gli spettatori in teatro - quale risulta dallo stravolgimento operato da Julia - non appare in realtà così divertente come sembrerebbe dalle loro risate.
Così rimangono come sospesi in aria (o, più brutalmente, sprecati) il gioco sui livelli di realtà, le belle interpretazioni, l’accurata ricostruzione d’epoca (siamo nel 1938) e alcuni passaggi azzeccati, come la parodia del teatro post-espressionista quando Julia va a vedere per la prima volta Avice. Per tutta la durata del film si rimane sotto l’impressione che manchi qualcosa, con la sensazione di star vedendo un’imitazione - il che è la pura verità. L’incontro fra una regia tradizionale fino alla piattezza e una sceneggiatura impari alle sue ambizioni risulta nello spreco di tecnici capaci e di valorosi attori.
(Il Nuovo FVG)
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento