Frank Oz
Il problema di discutere un pasticciaccio come “La donna perfetta” di Frank Oz è che non sai precisamente a chi dare la colpa. Al regista? Ma in questo caso Frank Oz (il quale, senza essere Scorsese o Coppola, ci ha abituati a lavori migliori) è stato travolto dall’inconsistenza della sceneggiatura di Paul Rudnick, dai litigi con le star Nicole Kidman e Christopher Walken, dallo sforamento dei tempi di lavorazione, e infine dal fatto che la Paramount - per fabbricare un (oltremodo stupido) happy end - ha finito di affondare il film imponendo scene aggiuntive che sono in contrasto col concetto base del film stesso.
Infatti “The Stepford Wives” (“La donna perfetta”) è tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin del 1972 - già portato sullo schermo con la regia di Bryan Forbes nel 1975, titolo italiano “La fabbrica delle mogli” - in cui i maschi di Stepford, Connecticut, segretamente rimpiazzano le loro mogli con dei sosia robot: casalinghe obbedienti, ultrafemminili e frufrù nel senso zuccheroso degli anni ’50 (ai quali giustamente si rifanno i bei titoli di testa del film di Oz). “La donna perfetta” si attiene a quest’idea per la maggior parte della durata, con donne-robot che sprizzano scintille se si guastano, aumentano di misura di seno grazie a un telecomando e, nella scena più bizzarra, possono funzionare come un Bancomat; poi, alla fine - senza minimamente preoccuparsi della patente contraddizione! - ci rivela che le mogli di Stepford non sono state uccise e sostituite ma sono ancora loro, con dei comuni microchip nel cervello per modificare il comportamento.
Con questo non voglio dire che bisogna sperare in un “director’s cut”. Il film di Frank Oz era mediocre anche prima che gli executives della Paramount lo affossassero. L’indecisione della sceneggiatura e della regia producono un’opera pencolante e confusa, un film slegato, incerto, senza nerbo. Questa parodia della casalinghitudine sorridente come sogno segreto del maschio sfigato americano (una parodia che, devo dire, per i bersagli facili che si pone sarebbe stata più graffiante nel 1959 che nel 2004) non sa mai che strada prendere. Annaspa fra dramma fantascientifico, commedia di costumi, commedia grottesca, senza saperle equilibrare, né del resto ottenendo risultati in alcuno dei campi. Come commedia è fondamentalmente goffa e impacciata; anche la gustosa modernizzazione che introduce una “Stepford Wive” gay nella figura di Roger - il quale, robotizzato, diventa un omosessuale repubblicano come il suo partner - naufraga in una resa di mediocrità abissale. Non per caso, la parte più convincente sul piano satirico è quella iniziale che mostra Nicole Kidman ancora a New York, in veste di produttrice di orridi reality show. Fra gli attori non c’è alchimia; Nicole Kidman, pur con tutta la sua professionalità, sembra chiedersi “Che ci faccio qui”; idem Christopher Walken; Bette Midler è sprecata. L’unica degna di restare nella memoria è Glenn Close, leader delle mogli di Stepford, che sembra una Raffaella Carrà demente.
Ma cosa poteva fare il povero Frank Oz? Nelle presenti condizioni era meglio che rinunciasse, o che firmasse quest’aborto con lo pseudonimo che a Hollywood si usa appunto in casi simili, Alan Smithee. Non è difficile tuttavia vedere cosa avrebbe potuto fare se avesse avuto le mani libere e uno sceneggiatore migliore. Avrebbe dovuto sviluppare la vena grottesca del film facendone un musical delirante, con canzoni e balletti che ironicamente assumessero in proprio il carattere ultra-kitsch delle “Stepford Wives”, nello spirito del suo delizioso “La piccola bottega degli orrori”. Dai titoli di testa in poi, ne “La donna perfetta” si sente di continuo una tensione continua verso il musical (anche per l’intelligente gioco “camp” del commento musicale di David Arnold), una spinta a fuggire in questa direzione, continuamente frustrata. Il principio del coitus interruptus applicato al musical: ecco una definizione accettabile per questo film.
(Il Nuovo FVG)
martedì 8 gennaio 2008
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