venerdì 4 gennaio 2008

Transformers

Michael Bay

Le vie del Signore sono infinite, ma anche quelle del cinema non scherzano. Ci sono film nati da una raccolta di figurine (“Mars Attacks”) o da un’attrazione di un parco divertimenti (“La maledizione della prima luna”). Ha una genealogia complicata anche “Transformers”, con le sue auto che si trasformano in robottoni, e sarebbero gli esuli del pianeta Cybertron, divisi tra i buoni, Autobots, e i cattivi, Decepticons (sarebbe sleale chiedersi come mai su un lontano pianeta un milione di anni fa i nomi avessero radici greche e latine: è antica tradizione fumettistica - pensate al pianeta Krypton di Superman). In origine erano una serie di giocattoli; questa diede origine a un popolare cartoon tv degli anni ’80, da cui derivò anche un film a cartoni animati. Ora, contando sulle promesse della computer graphics, Steven Spielberg come produttore e Michael Bay come regista ci hanno dato un “Transformers” con attori e luoghi reali.
Il solo momento realmente spiritoso è quando un tizio, osservando gasatissimo la distruzione dovuta a una pioggia di (apparenti) meteore, esclama: “Questo è almeno 1000 volte più figo di ‘Armageddon’, giuro su Dio!” - ove lo humour sta nel fatto che “Armageddon” è un film (il migliore) dello stesso Michael Bay. Ahimè, con quell’unica eccezione, Bay ci ha dato alcuni dei “turkeys” (o bidoni) più devastanti del cinema americano recente (“The Rock”, “Pearl Harbor”, “The Island”). Anche “Transformers” è un film di colossale stupidità, che però non arriva mai a quel livello di bruttezza geniale che gli americani chiamano “so bad it’s good”.
Il motivo è la sua incertezza su tutti i piani. Il film non sa mai che direzione prendere. Un po’ è avventura eroica in senso stretto, come nella sequenza nel deserto con lo scorpione meccanico o nella conclusione super-fracassona in città. Un po’ è commedia giovanilistica, col protagonista Sam (Shia LaBeouf) che si becca la ragazza prima sprezzante - e in questo contesto la Camaro-Autobot che viaggia senza guidatore ha connotazioni più vicine a Herbie il Maggiolino Matto che a Stephen King (vedi la scena in cui si offende perché la ragazza l’ha chiamata rottame, li fa scendere e se ne va via da sola). Un po’ mira alla narrazione “tongue in check” (tutta la parte con i genitori di Sam, o il divertente ruolo di John Turturro come agente segreto fanatico), un po’ scivola nell’autoparodia tentando di cartoonizzare umoristicamente i giganteschi robot: uno di loro fa l’hip hop, un altro è la parodia dei duri alla Eastwood/Schwarzenegger. Quest’umanizzazione assai forzata arriva a trucchetti commoventi tipo Lassie quando il film esibisce gli occhi tristi di un ammasso di ferraglia ferito. Ma nonostante lo sforzo, gli Autobots non brillano per simpatia individuale.
Beninteso, qualsiasi scelta narrativa, qualsiasi ipotesi di tono è lecita. Fatto sta che il film le sceglie tutte, affastellandole senza criterio, oscillando e sbandando. L’argomento base evidentemente sentito come insufficiente alimenta una tendenza dispersiva che scappa da tutte le parti (che poi ci siano difetti di sceneggiatura, lo dimostra anche l’incertezza nel calibrare il ruolo dei personaggi). Così l’impressione che dà la visione di questo film non è quella di sentirsi raccontare una storia ma di passeggiare in una specie di supermercato narrativo dove tutti i pezzi e le emozioni sono ammucchiate sugli scaffali. Una specie di fa-da-te della visione.
Dice: ma almeno ci sono scontri e catastrofi. Il problema è che le scene d’azione soffrono dell’incrocio fra un montaggio troppo veloce (che rende l’azione alquanto nebulosa) e una computer graphics che realizza figure elaborate ma non è in grado di renderne perfettamente la corposità. Se ci pensate, questi Autobots lasciano all’occhio dello spettatore un’impressione come di immateriale, che deriva da una sorta di piattezza dell’immagine quando è piazzata contro sfondi reali.
Infantilismo per infantilismo, chi scrive preferisce di gran lunga le Tartarughe Ninja.

(Il Nuovo FVG)

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