Bernardo Bertolucci
Non si dice niente di nuovo osservando che all'affascinante film di Bernardo Bertolucci presiede Jean Renoir: il senso della natura, la coralità, la capacità di cogliere la realtà profonda (l'occhio/mdp di Bertolucci scopre gesti e lacrime: è la semplicità del cinema). E' un film saggio, “riconciliato”. Negli incantevoli carrelli che accompagnano i personaggi si esprime una classicità piena e serena, ravvivata dal montaggio gentilmente mosso, dalla forza dei primissimi piani negli splendidi campi/controcampi, dalla felice soluzione espressiva delle poesie scritte da Lucy/Liv Tyler che appaiono aeree in sovrimpressione. Contrasto fra età adulta e giovinezza, “Io ballo da sola” riprende tutti i temi bertolucciani: il viaggio, la ricerca del padre, la transizione, il fluire del tempo che modella gli individui. La ricerca di Lucy (del proprio padre e del mondo) è anche la ricerca di Bertolucci. “Nessuno ti ha mai detto che il vero artista rappresenta sempre e soltanto se stesso?”, le ricorda (e a noi) lo scultore Ian.
Un aspetto di “Io ballo da sola” subito evidente è la scarsità di soggettive: a una struttura narrativa che è soggettiva, “di scoperta”, si oppone il fatto che le soggettive in senso proprio sono assai rare. Lucy, catalizzatore degli sguardi nel film, quando guarda è presente nell'inquadratura; la mdp di Bertolucci e del direttore della fotografia Darius Khondji non l'abbandona mai. Del resto il prologo con la misteriosa registrazione di Lucy in video8 è una “mise en abyme” del film che incantato risucchia l'immagine della giovane, sospeso fra la capacità di appropriarsi di lei e quel “quid” che resta irraggiungibile. Bertolucci, da sempre influenzato dalla cultura orientale, fa pensare qui a un concetto esplorato fra l'altro in un racconto di Kawabata (da cui un film di Kozaburo Yoshimura): il valore vivificante per un uomo anziano del giacere accanto a una giovane vergine dormiente. Il morente Alex/Jeremy Irons dice a Lucy che è stata per lui una medicina rinforzante ("mi è piaciuto tanto guardarti”): ma ciò vale per il film stesso e quindi per noi: il film s'identifica nella forza vitale che sugge nella tattilità della visione.
C'è molto voyeurismo nel film, ricondotto al suo senso originario di golosa curiosità del vedere/del sapere. Tutti non fanno che guardare, e poi commentano. Bertolucci delinea con amabile ironia il gruppo di intellettuali cosmopoliti rifugiatisi nella loro Shangri-la toscana (la volgarità esterna occhieggia dagli squarci del paesaggio: ripetitori tv, prostitute straniere): dolci, bricconi, pieni di vezzi tipici, e tanto pettegoli. Un'ironia non minore, forse anche più acre, disegna il mondo contrapposto dei giovani (vedi i due fratelli, la doppiezza dell'uno, il moralismo avido di verginello impaurito dell'altro). Il film si chiude suggerendo lo scioglimento della “bella brigata”. Tutto ha una fine. Mentre “Novecento” o ”L'ultimo imperatore” mettevano in scena lo scorrere del tempo sviluppando il racconto sul piano diacronico, com'è ovvio e facile, “Io ballo da sola” sa farci cogliere la potenza del tempo modificatore restando sull'asse sincronico.
L'elemento drammatico che non cessa di farsi avvertire in potenza (c'è una carica di tensione implicita non minore di qualunque Hitchcock) non è esplicitato, non emerge che a livello fabulatorio e rievocativo, ma non è negato. Nemmeno il particolare straziante dell'uscita di scena di Alex moribondo viene sentito come un climax catartico: ciò che invece è la perdita della verginità di Lucy, vista però come evento non drammatico (e la mdp di Bertolucci sfugge alle regole d'inquadratura che ci attenderemmo, per duplicare la frenetica goffaggine dei due vergini). Semplicemente è il “dramma quieto”, stemperato dell'esistere che il film ri/produce. Nel suo fluire profondo, il film ci introduce con quieta leggerezza nel magma autentico della vita. Anche per questo regalo di conoscenza “Io ballo da sola” va considerato il film più bello di un'annata cinematografica pure assai ricca. Un film che si vorrebbe continuare a vedere per sempre, solo perché si vorrebbe vivere per sempre.)
Il Friuli
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