David Mackenzie
Ombra di Lady Chatterley! Perché in fondo è tutto qua (l’applicazione di corna proletarie al marito come cura per la frustrazione di signore “upper class”) il senso del brutto film di David Mackenzie “Follia” (“Asylum”). 1959: il dottor Max arriva con la moglie Stella (Natasha Richardson) e il figlioletto al manicomio di cui è stato nominato vicedirettore. Come il film c’informa subito nei modi “telegrafati” che gli sono propri, Max è un imbecille ambizioso. Stella, che si annoia in quell’ambiente, incontra il bel matto Edgar (Marton Csokas), uno scultore uxoricida per gelosia ossessiva, e diventa la sua amante, sotto l’occhio dell’ambiguo psichiatra anziano Peter (una meravigliosa interpretazione di Ian McKellen), che capisce subito tutto - non che ci volesse molto.
La cosa ha una sua logica, nel romanzo originale di Patrick McGrath. Però il film, incapace di costruire uno svolgimento graduale sul piano psicologico e narrativo, la scodella velocemente come in una pochade. Poi il pazzo evade; Stella lo segue; vivono nascosti in una stamberga; lui ricomincia a dar di matto; la polizia ritrova Stella prima che faccia una brutta fine; il marito (a cui ha spezzato la carriera) se la riprende a muso lungo; ma lei è ancora innamorata del matto… Suona stupidotto? Quel che segue è peggio.
Naturalmente si può costruire un grande film anche a partire da personaggi e situazioni stereotipate. Come sempre, il problema non è la storia ma il discorso, ossia il modo in cui il testo la concretizza. “Follia” è un film piatto, banalmente illustrativo, meccanico, dove le psicologie dei personaggi non sono determinate dalle vicende che vivono bensì dalle esigenze del “plot” (quella di Natasha Richardson è una vera lotta contro una partaccia irredimibile, ma se lo meritava: è anche produttrice). La regia non mostra guizzi d’ingegno. Nonostante cerchi di sembrare moderno con bruschi stacchi di montaggio, il film rientra in quello stile inglese scipito e un po’ teatrale, fatto di messe in scena corrette e senz’anima, che ritroviamo nel peggior Ivory o nel peggior Lean. Certo, esiste nel cinema inglese anche la tendenza opposta, un’anima nera, selvaggia e perversa; e si potrebbe pensare che una storia di adulterio, follia e morte sarebbe assai adatta per questa vena notturna - ma ci voleva qualcuno più in gamba di David Mackenzie e del suo sciagurato sceneggiatore Patrick Marber.
Le scene di sesso aspiranti “hot” sono alquanto ridicole, sia per la messa in scena, con i due amanti clandestini che scopano freneticamente in un capanno in mezzo al giardino affollato, sicché chiunque può sorprenderli da un momento all’altro (ecco uno dei casi in cui l’ejaculatio praecox può diventare una virtù!), sia per la loro evidente natura “midcult” (come accennavo prima, è un “Lady Chatterley” dei poveri). Come che sia, stante l’inconsistenza psicologica della trama, se non altro l’elemento sessuale può dare un senso, spiegarci cosa ci trova Stella in Edgar. A questo punto però avrebbe avuto molto più senso girare il film come un porno - diciamo, con Ron Jeremy nel ruolo di Max, Rocco Siffredi in quello di Edgar ed Eva Angelina (che con gli occhiali ha un’aria da intellettuale) come Stella.
Finiscono del tutto sprecati alcuni simbolismi intelligenti, come quella galleria con una curva a gomito che realizza una via luminosa e una buia, dove si avventura Stella all’inizio, e rappresenta il passaggio da un mondo all’altro; o la lettura, che Max fa al figlio dopo la fuga di Stella, della pagina di Mark Twain su Tom Sawyer che diventa pirata e il suo desiderio segreto di tornare a casa (ed è la fuga di Stella). Corretti, benché ovvii, sono i tocchi espressionisti alla fine, nella marcia di Stella verso la morte. Peccato che appartengano alla parte più infelice del film: poiché la conclusione - a causa di frettolosità e limiti di scrittura che elidono anche quel minimo di psicologia che c’era prima - scivola a velocità supersonica sul piano inclinato di una confusa stupidità.
(Il Nuovo FVG)
venerdì 4 gennaio 2008
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