Pratchya Pinkaew
In realtà, quando andiamo a vedere nelle sale italiane il film thailandese di arti marziali “The Protector”, quel che vediamo è solo il residuo tagliuzzato uscito dalla sala di montaggio dei distributori americani della Weinstein, che hanno tagliato via quasi 30 minuti - macellando la storia e la continuità allo scopo di avvicinare il più possibile il film a una pura collezione di scontri di arti marziali, sorretta da un esile filo narrativo.
Ma come facciamo a sapere di avere perso qualcosa? Semplice: perché “The Protector” è il nuovo film del team che ci aveva dato il bellissimo “Ong-Bak” (anche quello, invero, “edited” per il mercato occidentale, a cura di Luc Besson, ma in forma più accettabile): Pratchya Pinkaew (regista), Tony Jaa (interprete), Panna Rittikrai (coordinatore arti marziali insieme a Jaa), e ritorna anche il comico Petchtai Wongkamlao nel ruolo di spalla del protagonista. “Ong-Bak” aveva un buon impianto narrativo, nemmeno da paragonarsi con il presente film; benché, pure da questa versione mutila, sia facile capire che “The Protector” è comunque minore.
A grandi linee lo svolgimento è chiaro. Kham (Tony Jaa) discende da una famiglia di protettori dei sacri elefanti da guerra dei re del Siam; quando dei banditi rubano il suo elefante e il cucciolo, li segue fino a Sydney in Australia per fare vendetta e recuperare gli animali (o meglio l’elefantino, perché l’altro fa una brutta fine in un ristorante illegale di cibi ultra-esotici), a colpi di Muay Thai, che è il violentissimo equivalente thailandese del kung fu. Ma con i tagli l’intreccio resta ridotto all’osso (come l’elefante di Tony Jaa!), si perde quel tanto di definizione dei personaggi che il film possedeva e saltano i dettagli di un intricato sub-plot.
Morale, “The Protector” è un film da evitare? Tutt’altro: perché gli scontri sono di una bellezza tale da ripagare abbondantemente del prezzo del biglietto (e della leggera irritazione per questa narrazione sbilenca).
Il modello di Tony Jaa è chiaramente Jackie Chan (come dichiara la scena all’aeroporto: lui incontra un sosia di Chan e si scambiano uno sguardo che è come un passaggio di consegne). Ora, va detto che Jackie Chan è un attore completo, gustosissimo “comedian” oltre che perfetto atleta, mentre le capacità interpretative di Jaa sono evidentemente limitate; e gli manca anche quella dose di puro carisma schermico con cui sopperirvi, alla Bruce Lee. Nondimeno, in combattimento Tony Jaa è strabiliante. Merito di un’agilità e una preparazione atletica quasi inconcepibili, è una pura molla umana, un corpo scattante da leggenda. Jaa si vanta di non usare “wirework” o trucchi al computer, e la netta impressione è che non ne abbia bisogno.
E’ quest’incrocio di oltranzismo atletico e di leggerezza atletica, non le doti interpretative, a rendere Jaa un degno erede di Chan. Lo mostra bene una delle sequenze più stupefacenti del film, il combattimento nel deposito dei tram in disuso, che è puro Jackie Chan applicato: ovvero un movimento e uno stile che mettono al centro dell’azione la considerazione del vuoto, l’uso geniale degli interstizi (e per sapere che non è un caso isolato, basta ricordare la scena dell’inseguimento nel mercato di “Ong-bak”).
Altri momenti memorabili del film sono il lungo, bellissimo piano sequenza in cui Tony Jaa sale uno scalone circolare spezzando le ossa a tutti quelli che incontra; il combattimento nel tempio, gesti di limpida eleganza tra fuoco ed acqua; e quel macello finale che è puro “Kill Bill”. L’estetica del sacrificio propria del cinema di arti marziali raggiunge qui livelli parossistici. Se manca a “The Protector” lo humour di Jackie Chan, o di Sammo Hung, in compenso, il piacevole carattere entusiasta e “naïf” ch’è proprio del cinema thailandese si traduce in un’affascinante crudeltà dei colpi (per ciascuno dei quali il montaggio del sonoro inserisce il sinistro scricchiolio dell’osso rotto). Grande Tony Jaa! E’ stato capace di sopravvivere anche alla Weinstein Co.
(Il Nuovo FVG)
venerdì 4 gennaio 2008
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