Cristian Mungiu
C’è un riferimento che s’impone alla mente vedendo il finale del film “4 mesi 3 settimane 2 giorni”, con la protagonista Otilia che cammina nella notte: “Germania anno zero” di Rossellini. La stessa desolazione assoluta (potremmo dire, per metafora, post-atomica) dei luoghi e degli spiriti. Però questo importante e angoscioso film romeno, vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes, non ricerca quell’elemento intellettuale che vibra nascostamente nel finale rosselliniano (non trascende il realismo in una sorta di canto di desolazione), ma si iscrive nel segno di un realismo freddo e assoluto.
Il film, scritto e diretto da Cristian Mungiu, appartiene a una serie sul periodo del comunismo, ironicamente intitolata “Ricordi dell’epoca d’oro”. All’epoca in Romania l’aborto era assolutamente illegale (i coniugi Ceausescu volevano una popolazione crescente, in accordo coi loro folli piani urbanistici) e si praticava clandestinamente in camere d’albergo. La studentessa Gabina (Laura Vasiliu), una ragazza infantile e ingenuamente egoista, deve abortire, con l’aiuto della sua migliore amica Otilia (Anamaria Marina), che le fa un po’ da sorella maggiore, e ne pagherà lo scotto. Le due ragazze si affidano per l’intervento a un figuro, il “signor Bebe” (Vlad Ivanov), che quando scopre che non hanno tutto il denaro pattuito, e che Gabina è incinta di quattro mesi e non due (ciò rende il reato più grave), costringe entrambi a un rapporto sessuale in pagamento. Poi inserisce a Gabina una sonda che le farà espellere il feto entro un giorno e se ne va, lasciando le ragazze a vedersela col resto.
Il realismo del film (né abortista né antiabortista; lo confermerebbero le dichiarazioni del regista, se già non fosse evidente dalla visione) è tanto più agghiacciante in quanto non è urlato. Di qui deriva la sua fisicità: l’introduzione della sonda nel corpo di Gabita non ha niente di “tremendismo” visivo, ma ha un terribile impatto proprio perché non si vede - proprio per la gelida oggettività, che sfocia - con la necessità artistica della naturalezza assoluta - nel dettaglio del feto espulso che Otilia vede sul pavimento del bagno.
“4 mesi 3 settimane 2 giorni” si apre su un acquario con una foto di ambiente urbano incollata sulla parete di fondo; il solo rumore è il tic tac di una sveglia. L’inizio pone l’atmosfera del film: tutti i personaggi, tutti gli eventi, accadono come in una bolla di desolazione, che Mungiu dipinge prediligendo l’inquadratura fissa o la macchina a mano. Ma la cosa che noti di più è la luce: diciamo con un ossimoro, una luce buia. Seguiamo Otilia (su cui è interamente focalizzato il film) attraverso un’aria tenebrosa, spenta, “l’aere perso” di Dante. Nella già citata camminata notturna per la città - recando con sé il feto abortito di cui liberarsi gettandolo nella spazzatura - lei è letteralmente inghiottita da un buio d’inchiostro, da cui emerge solo la macchia dei suoi capelli biondi. Su tutto regna la nuda evidenza dei suoni: ticchettio di passi, cigolio di porte, e poi, nel buio della notte, ululare di cani e rumore di bottiglie rotte. In tutto il film v’è un magnifico uso del sonoro (la montatrice, Dana Burescu, nasce come tecnico del suono).
La desolazione che vediamo non è solo quella immediatamente visibile (la tetraggine della città, la paura della polizia, l’arte di arrangiarsi, il mercato nero, la piccola corruzione) ma è prima di tutto una specie di morte dell’anima. Evidentemente il peggio del peggio del totalitarismo (il nazismo l’altro ieri, il comunismo ieri, e ora arriva il fascismo islamico), prima ancora che le guerre e la miseria e le prigioni straboccanti è questo avvelenamento della vita, quest’atmosfera buia e mefitica che diffonde come un gas velenoso.
Alla fine Otilia dice all’amica: “Lo sai che cosa faremo? Non parleremo mai più di questo”. Non è solo il suggello finale a un’avventura, né a un rapporto che forse continuerà forse no - è il commento a tutto un orrore universale: il silenzio dell’indicibile.
(Il Nuovo FVG)
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