venerdì 4 gennaio 2008

Fearless

Ronny Yu

L’hongkonghese Ronny Yu si era fatto un nome in patria come regista di genere, stilisticamente raffinato, con sfumature estenuate e quasi decadenti in film quali “The Phantom Lover” o il bellissimo wuxiapian (film di arti marziali) “The Bride with White Hair”. Nella successiva trasferta hollywoodiana, Yu non si può dire abbia ottenuto gli stessi risultati, ma i suoi film sono piacevoli; l’intelligente “Bride of Chucky” è il migliore della serie della “Bambola Assassina” e “Freddy vs. Jason”, pur senza essere la parodia scatenata che avrebbe potuto, è comunque divertente (c’era anche una reminiscenza del wuxiapian nei colpi di machete sferrati dal serial killer zombie Jason).
Si poteva ben sperare dunque dal ritorno di Ronny Yu in Oriente con “Fearless”. Il titolo cinese originale è “Huo Yuan Jia”, che è il nome del protagonista, interpretato da Jet Li: Huo Yuan Jia (1867-1910) è una figura storica, un campione di arti marziali (specialità “wushu”), fondatore dell’Associazione Atletica Jingwoo. Il film dà della sua vita una versione assai romanzata, ma non più dei vecchi “biopic” hollywoodiani; per esempio, è esistito il suo amico Nong Jin Sun; è autentico l’aneddoto del campione bianco che chiamava i cinesi “malati dell’Asia” (ma era russo e non americano, e non era la stessa persona di Hercules O’Brien, che era inglese); è vero che alla morte di Huo Yuan Jia si sospettò un avvelenamento.
Pure storicamente fondato, e un tratto interessante del film, è l’inserimento di Huo nel contesto del nazionalismo cinese d’inizio secolo, nel quale rientrano anche altri eroi coevi realmente esistiti del cinema d’arti marziali, in primis il Wong Fei Hung della famosa serie “Once Upon a Time in China”: lo interpretava ancora Jet Li, specializzato dunque in questi ritratti di campioni patriottici, e in “Fearless” più ieratico che mai.
Il problema di “Fearless” è una sceneggiatura piuttosto piatta. Le tappe classiche del cinema di arti marziali sono replicate in modo pedissequo: il pentimento per aver ucciso l’avversario, il vagabondaggio e la rinascita morale in terra straniera, e via fino al sacrificio finale - dove va segnalata una convincente interpretazione di Nakamira Shido (visto in “Letters fron Iwo Jima”) nel ruolo del campione giapponese dalla dignità di antico samurai. Anche l’avvelenamento finale, per quanto abbia una base storica, è un “topos” del wuxia, con l’eroe ubriaco o drogato o avvelenato che deve battersi in condizioni d’inferiorità, con tanto di soggettive del suo stato di alterazione. La regia di Ronny Yu, sebbene corretta, non ha nulla che redima l’ovvietà della storia: Yu fa un lavoro più illustrativo che altro; non emergono né il romanticismo né l’abilità stilistica di un tempo.
Sarebbe eccessivo - ed estraneo alle intenzioni del film - dire che le parti drammatiche servono a riempire gli interstizi fra i combattimenti; però bisogna ammettere che la parte di gran lunga più riuscita di “Fearless” sono gli scontri sostenuti da Huo Yuan Jia, dove peraltro accanto a Yu c’è lo zampino di Yuen Woo-ping, aiuto regista e il più grande “martial arts director” vivente. I combattimenti sono riscritti nell’ottica eccessiva e irrealistica fornita dalla computer graphics (qui non sempre perfetta, purtroppo). Niente di male in questo: è la tradizione per il cinema wuxia e di kung fu, che infatti prima della computer graphics usava un sistema di fili (“wirework”).
Qui in effetti lo spettacolo prende vita - vedi per esempio lo scontro all’arma bianca nel ristorante - però intendiamoci: anche gli scontri, pur piacevoli da vedere, non è che aprano una nuova stagione nel cinema di arti marziali. Gli spettatori occidentali apprezzeranno alcune belle soluzioni di scenografia, come per esempio quel palco altissimo; ma anche qui, chi si ricordi gli strabilianti giochi di equilibrio inventati da Tsui Hark nella citata serie “Once Upon a Time in China” e in tutto il suo cinema, non resterà particolarmente impressionato.

(Il Nuovo FVG)

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