Joe Wright
Il rito sociale del ballo, il rito individuale del fraseggio aggraziato. Questi due momenti, che si unificano sotto il segno della regola formale, scandiscono il notevole “Orgoglio e pregiudizio” di Joe Wright. Sceneggiato da Deborah Moggath (ma ci ha messo mano anche Emma Thompson), il film britannico restituisce con felicità di messa in scena e di interpretazioni la storia dell’amore-guerra tra l’indipendente Elizabeth Bennet e il ricco Darcy del delizioso romanzo di Jane Austen, dove l’elemento romantico s’intreccia con l’attenta considerazione dei vantaggi economici del matrimonio in termini di rendita annuale.
“Orgoglio e pregiudizio” fu portato sullo schermo nel 1940, con Greer Garson e Laurence Olivier, per la regia di Robert Z. Leonard, in uno degli esempli classici dello stile fastoso della Metro Goldwyn Mayer, caratterizzati da una forte stilizzazione - a partire dalla tecnica, usuale all’epoca, delle riprese realizzate per lo più in studio, con largo impiego di trasparenti (back projection). Basta vedere la riscrittura sottilmente delirante dei costumi storici femminili, realizzata dal sommo costumista Adrian.
Il film attuale presenta invece una messa in scena sostanzialmente realistica (non certo naturalistica), che viene orientata in senso romantico dalla fotografia. Questa mostra una dichiarata volontà pittorica: squarci paesaggistici, posture come pose, quadretti d’atmosfera campagnola, gran presenza degli animali. Appartiene al piano del realismo l’accentuazione rispetto al romanzo della scarsezza di mezzi della famiglia Bennet, che qui si traduce in una sorta di dignitosa povertà, in una casa a metà strada fra una “gentry mansion” malmessa e una fattoria (dove l’ospite d’onore visuale è un gigantesco verro).
L’impressione di lietezza, e come di danza, che lascia questo film deriva dal rispecchiamento fra l’affascinante rimpallo psicologico e verbale dei personaggi austeniani e l’eleganza della regia che lo serve e pare duplicarlo. Dalla macchina da presa vivace e avvolgente al montaggio elegante e rapido, il film di Wright è una lezione di regia, costellato di dettagli eleganti - non dico inediti o in sé folgoranti, ma pertinenti a una coerente piacevolezza. Menzionerò solo la disposizione inversa dei corpi che vivacizza il campo/controcampo nella conversazione a letto fra le due sorelle e la bella scena serale in cui la mdp si sposta, curiosa, da una finestra all’altra per spiare i personaggi. In particolare si nota l’uso davvero eccellente del formato scope, che non solo trae il massimo dal paesaggio e dagli edifici ma definisce il rapporto tra corpi dei personaggi e spazio architettonico in brillanti immagini bilanciate.
E’ importante osservare che - seguendo una tendenza non ignota al cinema d’oggi, ma raramente così ben esplicata - si tratta di una regia marcatamente neo-classica: nel senso di un gettarsi interamente nella narrazione trascinandosi dietro lo spettatore, quasi a voler ricreare la “trasparenza” del classicismo hollywoodiano. Rientrano in questa concezione stilistica alcune belle ellissi, che vanno in opposizione alla bulimia del “vedere tutto” che ha caratterizzato il cinema di fine secolo: qui c’è un “restraint”, un certo amabile contenimento.
In questo senso si trova nel film un passaggio che non esito a definire geniale, quando Elizabeth con gli zii visita la gipsoteca di Darcy (ignara della sua presenza nella villa). Lo sguardo della macchina da presa scivola in una corsa sensuale lungo le “fesses” e la schiena nuda di una statua femminile nel suo abbagliante candore di marmo. Poi presenta a contrasto un severo busto di Darcy stesso. Così per via indiretta, con uno splendido rimando simbolico, si recupera per lo spettatore moderno quello che è il grande non detto della narrazione di Jane Austen: il desiderio, l’eros, la sessualità - senza imporre all’autrice una modernizzazione brutale quale sarebbe stato lo scaraventarlo direttamente sui personaggi.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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