Woody Allen
Cartello di avviso! (piantato qui all’inizio, sarà abbastanza grosso?). La presente recensione è quello che si dice uno “spoiler”, ossia rivela il contenuto del film. Chi preferisce vedere “La maledizione dello scorpione di giada” con occhi vergini, lasciandosi trascinare dalle sorprese, è avvertito di non leggere.
Sorprese relative, peraltro, perché Woody Allen ha costruito una gustosissima rievocazione/parodia dei gialli di serie B degli anni ’40, popolato di figure che sembrano uscite dai fumetti di Chester Gould (“Dick Tracy”): il losco ipnotizzatore col turbante, la sua silenziosa assistente ossuta, il sordido informatore falso cieco, gli investigatori ciccioni dalla cravatta ridicola che sprizzano stupidità, forza fisica e colesterolo... Siamo nel 1940 e Woody, abile detective delle assicurazioni, investiga su furti di gioielli senza sapere che li ha commessi lui sotto ipnosi. Lo stesso vale per la sua nemica in ditta, Helen Hunt. Di più, i due da svegli si odiano mentre in trance ipnotica sono innamorati. Pure il linguaggio cinematografico è classico, adeguato al periodo: certe ellissi (esempio, quando Woody compie il primo furto) appartengono a un cinema anteriore a quella prevalenza del “mostrare” sul “raccontare” diffusasi dagli anni ’60 specialmente per effetto della Nouvelle Vague.
Non sono dunque gli sviluppi del “plot”, volutamente stereotipati, a incuriosire e deliziare lo spettatore: sono la verve comica, il ritmo felice e frizzante, l’arguzia leggermente spudorata con cui il compito è svolto. Così entra in gioco un’altra sfaccettatura dell’omaggio al cinema del passato: entrano i personaggi “picchiatelli” e il rimpallo dialogico “snappy” della “screwball comedy” (un modello cui Allen aveva appena reso omaggio con “Criminali da strapazzo”).
Dunque, due innocenti che rubano sotto ipnosi. Però alla fine salta fuori il famoso concetto che l’ipnosi non può costringere un individuo a fare qualcosa di contrario alla sua personalità. E allora ci ricordiamo che tutto il film insiste molto su quest’aspetto (“Chi si somiglia si piglia”, applicato alla bravura di Allen nello scovare i criminali) e sottolinea molto il lato “romantico” dell’illegalità. Per non parlare dell’amore! L’avventura di Woody e della sua “odiosamata”, come direbbe Vittorio Alfieri, nel film è la liberazione di due repressi - basta vedere la tristezza delle rispettive camerette, il solito ottimo lavoro dello scenografo “regular” di Allen, Santo Loquasto.
Ma allora l’ipnosi assume gli stessi caratteri delle erbe magiche di “Alice” e di tanti altri trucchetti che Allen ama molto come sceneggiatore: un mezzo, preferibilmente preternaturale, che ci spiazza da una situazione consolidata e ci permette di tirar fuori il nostro vero io sepolto sotto le convenzioni in cui ci siamo fossilizzati. Ricordiamo che il tema dell’autenticità è il tema base, continuamente ritornante, dell’opera di Woody Allen.
Convenzioni convenienti, nel nostro caso, dal punto di vista sociale: perché se tutti noi liberassimo il nostro io in forma di furto di gioielli la vita diventerebbe più difficile, anche se forse più divertente. Però dobbiamo intendere questa parentesi del furto come una spericolata terapia. In effetti Woody Allen e Helen Hunt alla fine del film hanno l’aria riposata, e molto presumibilmente non giocheranno più alla gazza ladra. Dissodato il represso, non si ha bisogno di ritornare alla cura.
In altre parole il programma di Woody Allen è esattamente quello del compianto dottor Freud: “dove c’era l’Es, ci sarà l’Io”. Così nel rovesciamento comico l’ipnosi diventa liberazione, l’ipnotizzatore diventa uno psicoanalista senza volerlo, e quella che appariva una brutale violazione della privacy mentale (in un film tutto costituito da irruzioni nella privacy!) diventa una chiave per la felicità. L’illusione ipnotica come l’arte, il gioco, il sogno: la rivendicazione alleniana di sempre; ma per Woody Allen il sogno è sempre “sogno lucido”: il sogno che è cosciente di star sognando.
(Il Nuovo FVG)
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