martedì 8 gennaio 2008

Il pesce innamorato

Leonardo Pieraccioni

Il cinema fa piovere sugli oggetti una strana luce. E a volte succede che un dato oggetto, magari all’insaputa di regista e sceneggiatore, finisca per diventare il vero centro simbolico in cui si riassume e si concentra il film. Una cosa del genere capita ne “Il pesce innamorato” di Leonardo Pieraccioni. In una scena vediamo Pieraccioni cercar conforto alle pene d’amore in un piatto di pastasciutta. Ebbene: quella pasta scotta e disgustosa, flaccida e molle, tutta colante un’acquerugiola leggermente tinta di sugo, si può assumere come un simbolo generale che rappresenta l’intero film.
Il bruttissimo “Il pesce innamorato” è una nullità sia sul piano della narrazione che sul piano della regia, dilettantesca, che si distingue per una macchina da presa piattamente immobile e frontale che un po’ ricorda il primo cinema (Pieraccioni è un ammiratore di Méliès e Ferdinand Zecca? Dubito che abbia appreso correttamente la lezione di quei grandi). Quanto alla narrazione, è un film indeciso, spompato e smandrappato, inconsistente e retorico. Ci si sente sempre dentro lo spirito didattico-aspirante-poetico che caratterizza Giovanni Veronesi, il quale firma con Pieraccioni la sceneggiatura, e con lui si era reso responsabile l’anno scorso del terribile “Il mio West” (del “Mio West” ritroviamo qui alcuni accenni del vizio di saltare la narrazione cinematografica con la scorciatoia della voce over narrante). Il plot procede a scossoni che denunciano l’incertezza degli sceneggiatori: si tratta di un film drammaturgicamente disastrato. “Il ciclone” non era un gran film ma aveva la capacità (come, più modestamente, “Fuochi d’artificio”) di mantenere un ritmo, che qui manca del tutto: certe entrate musicali non sono che una sorta di speranzoso marchio di fabbrica. Quanto alla “score” di Claudio Guidetti, solo nei peggiori sketches televisivi di una volta avevamo udito un commento musicale così sciocco e corrivo.
Imbolsito e inciccionito, come attore Pieraccioni è noiosissimo. Ha dalla sua soltanto una capacità vocale, cioè sa porgere bene le battute, rinforzate dalla simpatia naturale dell’inflessione toscana. Quest’uomo è un beneficiato dalla fortuna. Poteva dedicarsi in pace a far dell’onesto cinema artigianale, qual era “Il ciclone”. Invece si è messo a produrre di anno in anno queste trappole per il pubblico che rievocano sempre più pigramente l’antica gloria, e che suonano false come un soldo bucato.

(Il Nuovo FVG)

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