venerdì 4 gennaio 2008

I Simpson - Il film

David Silverman

“L’apocalisse di Springfield”, potrebbe intitolarsi il bellissimo cartoon “I Simpson – Il film”, versione cinematografica diretta da David Silverman della serie tv del geniale Matt Groening - che ha scritto il film con il sodale di sempre James L. Brooks e una decina di coautori. La caratteristica forse più eclatante di questa serie è l’estensione orizzontale del suo universo (viene in mente in campo letterario il nome di Balzac). Di episodio in episodio, come un cerchio che si allarga nell’acqua, Groening ha sviluppato la città simpsoniana di Springfield come vivente catalogo di personaggi/catalogo dell’esistenza. L’unico grande precedente simile di creazione di un intero mondo (di una mitologia) è, nella dimensione analoga del fumetto, l’opera di Carl Barks con Duckburg (Paperopoli).
Beninteso, la dimensione seriale di per sé implica personaggi ricorrenti e un universo diegetico in espansione. Ma nei “Simpson” questa sensazione di “totalità” serve a creare, non uno sfondo ma un habitat; il punto non è l’aumento dei personaggi ma quella che possiamo chiamare la loro autonomia artistica. Come in Balzac, ciascuno, figura minore in un episodio, potrebbe diventare protagonista di un altro – il che lo allontana dalla servitù vignettistica per avvicinarlo alla vita stessa (possiamo applicare, metti, ad Apu il pedinamento di Zavattini? Il mondo dei Simpson come neorealismo dell’immagine disegnata?).
“L’apocalisse di Springfield”, dunque. Tale è l’argomento del film: che, grazie alla dimensione del lungometraggio, ha modo di far esplodere questa concreta e organica ricchezza di figure - per creare l’immagine del disastro. Causato dalla stupidità di Homer, ecco il Götterdämmerung di Springfield, un Crepuscolo degli Dei (beh! un Crepuscolo degli Sfigati) dove Springfield vede il proprio crollo, per decadere (ma i Simpson sono già scappati in Alaska) a una sorta di era post-atomica, tutti contro tutti. Il film usa brillantemente il formato cinematografico 2:31:1, distante da quello televisivo, lavorando con sicurezza sulla costruzione dell’inquadratura e sfruttandolo per amplificare l’impatto “di folla” nelle scene di massa. Non manca il tocco di humour metacinematografico all’inizio e alla fine (inoltre, più nascostamente, il cartoon-nel-cartoon iniziale di Grattachecca e Fichetto raddoppia e anticipa in modo contorto e perverso lo sviluppo del film stesso). Del resto la coscienza metalinguistica non è una novità per la serie tv – basta ricordare la fulminante conclusione dell’episodio “Missionario impossibile”, con i dirigenti della Fox TV (compresi Mulder e Scully di “X-Files”!) riuniti a discutere come può finire la puntata.
Era lecito temere che la diversa lunghezza rispetto ai 25 minuti televisivi rendesse il racconto frammentario o dilatato; invece è solido e ben costruito. Anzi, la dimensione distesa del lungometraggio gli consente un pizzico di riflessività. I rapporti fra Homer e Marge vengono declinati in modo particolarmente felice; e la tirata di Marge sulla sua stanchezza nel sopportare Homer e sull’invecchiare fa emergere quell’elemento dello sviluppo, della dinamica temporale, cui in generale la dimensione alquanto statica dei cartoni animati seriali tende a sfuggire (di solito è presente solo in inserti molto incorniciati, come certi flashback). Ma, di nuovo, pure questi sono confini che la serie ha già violato – parliamo di una serie tv capace di contemplare perfino l’irruzione della morte (quella della moglie di Ned Flanders nel fondamentale episodio “Solo-solino-soletto”).
Inutile aggiungere che c’è la solita superba libertà e ricchezza inventiva (grande Marge in un baby-doll che la rende più sexy del solito, grande la connessa citazione parodistica del “Biancaneve” disneyano); e la consueta verve satirica (superbo Schwarzenegger come Presidente degli USA!); e anche quel “recupero sentimentale”, celato sotto la visione distruttiva, che dona ai “Simpson” un’imprevista umanità.

(Il Nuovo FVG)

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