venerdì 4 gennaio 2008

Il dolce e l'amaro

Andrea Porporati

Quello che ha più danneggiato il film di Andrea Porporati “Il dolce e l’amaro” è stato di partecipare in concorso alla Mostra di Venezia. Ciò ha caricato di aspettative autoriali, o comunque di eccellenza, un onesto, passabile film di genere: quel genere “mafioso” d’intento didattico-civile - diverso dal “mafia movie” americano, dove il discorso morale è allegorico e implicito - di cui sono stati iniziatori importanti il Damiani de “Il giorno della civetta” e il Petri di “A ciascuno il suo”, ma “La Piovra” è stata la consacrazione internazionale.
Scritto e diretto da Porporati, ben interpretato da Luigi Lo Cascio, “Il dolce e l’amaro” non è un brutto film. La sua storia esemplare (Saro, giovane mafioso, crede alle panzane sugli “uomini d’onore”: finirà costretto a scappare dalla Sicilia e diventare un pentito per non essere ammazzato dai suoi compari) scorre liscia. Ottimo per dibattiti nelle scuole. Il problema del film è che lascia un senso di déja-vu: il colore locale e i mafiosi dalla dimensione contadina e terragna sono quelli che abbiamo già visto tante volte al cinema e in tv. In effetti “Il dolce e l’amaro” ricorda molto le “Piovre” televisive - di alcune delle quali Porporati è stato sceneggiatore (ma anche, nel 1994, de “Lamerica” di Amelio).
Può essere interessante il paragone con altre cinematografie. Penso ai film “di mafia” (triadi o altre organizzazioni criminali) del cinema hongkonghese e coreano (ma anche giapponese e, nei suoi limiti, thailandese). Il loro pregio non sta solo nell’abilità narrativa intrinseca ma nell’elemento di originalità con cui regolarmente introducono scarti, maggiori o minori, nella descrizione.
Prendiamo la figura del padrino di Saro: quanto non poteva essere più elaborata? Si ha come l’impressione che la sceneggiatura tema - qualora uscisse dallo schematismo dando ai suoi mafiosi una maggiore consistenza umana - di renderli “simpatici”. Ma che questo non sia un pericolo, basta a ricordarlo il magnifico ritratto di mafioso di Lee J. Cobb che giganteggiava ne “Il giorno della civetta”.
Ha sapore televisivo anche una certa tendenza del film all’iper-chiarezza (voce narrante compresa), una preoccupazione di iper-comprensibilità, che lo appesantisce. Fin dall’inizio: un’ottima idea di sceneggiatura (in segno di obbedienza al padrino mafioso Saro accetta di dichiarare che nel cielo c’è una bella luna invece che il sole) viene guastato dalla sua realizzazione nel dialogo, troppo “telegrafata”. Proprio come il rapporto tra Saro e Ada (Donatella Finocchiaro).
A favore del film gioca la correttezza della realizzazione. Assai buona la scena dell’uccisione del calabrese in ascensore, con le sue inquadrature strette. Balorda ma divertente la sequenza della rapina in banca a Torino, col rapinatore che parla in siciliano stretto e la cassiera che non capisce, e un siciliano immigrato che fa da interprete - peccato che la scenetta dia adito a un brutto finale caricato. Interessante il “pentimento” della voce narrante, che cambia la visualizzazione della scena, nell’episodio di “Rocco U Pazzu” (su queste forme di crisi del racconto hanno lavorato bene proprio dei registi orientali, come Jiang Wen con “In the Heat of the Sun” e Cha Chuen-yee con “Once Upon a Time in Triad Society”). L’episodio della “Signora con la parrucca” - ossia il tuffo di Saro nell’universo sessuale dell’“upper class” - è un po’ forzato (quella di Saro con addosso gli orecchini di lei è la solita trovatina esistenzial-simbolica all’italiana) ma regge grazie alla presenza scenica del personaggio, merito dell’interprete Emanuela Muni, e ha valore come nota dissonante, vagamente grottesca, nel contesto un po’ prevedibile del film. Un film che avrebbe potuto assumere “in toto” il grottesco come tono, e ne avrebbe guadagnato, ma in realtà lo sfugge - probabilmente proprio perché l’avrebbe allontanato dal tradizionalismo didattico che è la sua linea guida, il suo porto sicuro, ma anche la sua condanna a non elevarsi da una qualità media.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: