venerdì 4 gennaio 2008

Hollywood Ending

Woody Allen

“Hollywood Ending” (lieto fine hollywoodiano) di Woody Allen sotto un aspetto si è già guadagnato un posto nei testi a venire: è una delle migliori metafore sul cinema in assoluto, col suo buffo racconto del regista in declino Val (Woody Allen) cui l’ex moglie (Tea Leoni), ora produttrice, offre di dirigere un film su New York che potrebbe rilanciare la sua carriera; Val accetta, ed ecco che all’inizio delle riprese viene colpito da cecità psicosomatica; tiene segreta la cosa (ne va del suo futuro) e “dirige” il film bluffando, il che dà un divertente doppio senso alla dichiarazione di Tea Leoni “Questo è un film che lui può fare a occhi chiusi”. Ovviamente il film riesce malissimo, però verrà considerato molto artistico in Francia, e Val - guarito e riconciliatosi colla moglie - parte col basco in testa per andare a vivere là.
C’è un ossimoro più affascinante di un regista cieco? Quanti percorsi apre quest’idea. La cecità di Val spezza in partenza quella specie di gigantesco campo/controcampo che si gioca fra il regista/autore e la materia che gli sta davanti e che dev’essere organizzata nel discorso (il profilmico). Ben si lega tutto ciò alla riflessione umoristica e severa sul rapporto fra autenticità umana e autenticità artistica, che Woody ha portato avanti lungo tutti i suoi film. A un livello più immediato, la satira del cinema hollywoodiano d’oggi, su cui insiste il film, si connette in maniera piuttosto affascinante all’autoparodia alleniana.
Il lettore avrà forse notato in queste righe un tono come d’ipotesi o di rimpianto. Perché? Per una questione esclusivamente estetica: “Hollywood Ending” è un film più intelligente che bello; e naturalmente questa è una contraddizione in termini, perché la vera intelligenza di un film procede dalla sua bellezza.
La delusione nasce dalla sproporzione fra le potenzialità gigantesche dell’assunto e la piccolezza drammaturgica del “plot” e della realizzazione. Un tema così ricco, specie se è il geniale Woody a firmare la sceneggiatura e la regia, richiede “per natura” di più: non dico nel senso dell’estensione, quanto della capacità di feconda concentrazione del molto nel poco. “Hollywood Ending” è anche divertente, ma neppure lontanamente importante quanto avrebbe potuto essere. Basta paragonarlo a un film di Allen che ben gli si accosta, il capolavoro “Pallottole su Broadway”: dove sono la sua densità metanarrativa, la vivacità d’invenzione degli episodi, la ricchezza che creava solide dimensioni nel breve cerchio d’ogni personaggio? E lo stesso si potrebbe dire per “Accordi e disaccordi”.
“Hollywood Ending” è forse il primo film di Allen in cui si senta un sospetto di aridità. Persino un’opera meno impegnativa quale il penultimo, “La maledizione dello scorpione di giada”, era più rutilante. In “Hollywood Ending” proprio non troviamo la classica impagabile tornitura umoristica delle figurette alleniane (ve n’è un accenno nello scenografo che vorrebbe ricostruire mezza New York in studio). Come non notare, del resto, che in questo film-su-New-York (anche a livello diegetico, ossia del racconto) manca proprio New York? La città-simbolo alleniana?
Dunque il film è interessante fondamentalmente per i suoi sottintesi: come elaborazione autobiografica di uno stato di separazione. Perché la Francia verso cui parte Val in “Hollywood Ending” è un luogo del desiderio impotente, come la Mosca delle “Tre sorelle” di Cechov - autore che Allen ama - o più ancora come la Moscovia (strana coincidenza!) del Goldoni di “Una delle ultime sere di Carnovale”. Quello che importa in realtà a Woody Allen è l’America, da cui si sente respinto (il classico “Cosa ci è successo?” che rivolge a Tea Leoni è in realtà un tema-base del film, sui sentimenti ma anche sul cinema).
Così questo film poco riuscito è l’imprevista manifestazione di un dolore. Ebbene, Allen non leggerà mai queste righe, ma se lo facesse vorrei dirgli: amato Woody, siamo tutti con te.

(Il Nuovo FVG)

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