Woody Allen
Volutamente "Small Time Crooks", primo grosso successo di Woody Allen in patria da un bel po’ di tempo, spande un cordiale profumo di cinema passato. Si tratta di una commedia amabilissima, non citazionista ma “riproduttiva”: è la replica di una “commedia da camera” anni ’30, come mostra anche, sul piano del linguaggio cinematografico, la conclusione, che ha la nettezza imperativa e sbrigativa del vecchio cinema: cui in particolare si riallaccia la seconda parte.
Sì, perché "Small Time Crooks", più che un film, sono due, di lunghezza diseguale, con solo un divertente pseudo-servizio televisivo in mezzo a fare da "trait d’union". Il “primo” film è la descrizione sapida e scoppiettante dell’impresa di una banda di ladri scalcinati che scavano un tunnel col piano di far fuori una gioielleria. Ricorda strettamente "I soliti ignoti", un film che l’europeizzante Allen non ignora, e che del resto ha influenzato tutta la cinematografia americana, sicché potremmo anche citare il bel "Palookaville" di Alan Taylor. Loro capitano è il piccolo criminale Ray/Woody Allen, sotto l’occhio più che diffidente (“Cosa diresti se ti dicessi che hai sposato un uomo eccezionale?” - “Direi che sono bigama”) della moglie Frenchy: un’ottima interpretazione di Tracey Ullman cui Allen, gran regista di donne, riserva grande spazio.
Li ritroviamo ricchi (perché il furto è riuscito? Sorpresa...), in una casa ch’è il trionfo del Kitsch. Con uno scarto narrativo brusco, il (secondo) film sviluppa i problemi della loro nuova vita, e qui la pellicola trova la sua destinazione definitiva nella forma della "sophisticated comedy" a fondo populista, con la sua morale che distingue il “ricco” dal “vero”, per la quale si possono richiamare i nomi di Frank Capra e Preston Sturges. Una sorta di parodia di "Pigmalione", con un diluvio di scherzi sullo snobismo di Frenchy e il disadattamento di Ray (fra cui gli scherzi sul cibo straniero rinnovano un’antica tradizione della comicità verbale alleniana).
Non bisogna cercare troppo il sottotesto in questo film deliziosamente manierista, in cui Allen sembra soprattutto passare in rassegna le proprie carte e fare un omaggio libero e "dégagé" al cinema che ama. Però possiamo ricordare che la satira della buona società e dei suoi riti è sempre stata un suo tema; in questo il modello “capriano” scelto risponde certamente a un personale interesse estetico-morale.
Va rilevata una particolare autonomia del personaggio interpretato. "Small Time Crooks" è in assoluto uno dei film di Allen dove Woody recita di più: cioè dove tratteggia un tipo particolarmente lontano da quel recitar se stesso, deformazione coscientemente parodistica di alcuni tratti di sé, che Allen ha sviluppato in tutta la sua carriera. Il suo Ray non è semplicemente l’uomo comune, che l’intellettuale newyorkese Allen può fare, non perché appartenga alla categoria ma perché il suo amore da intellettuale per la "popular art" gli permette di mimarne il destinatario. E’ l’americano di classe bassa, ignorante e quanto mai deciso a restarlo. In questo ruolo Allen elabora una serie di mosse, mimiche, espressioni che sono interamente del personaggio: vale a dire, hanno un valore di reazione del personaggio al plot più che di amplificazione di un tratto proprio dell’autore. Per questa autonomia, per questa distanziazione, paradossalmente Woody in questo film ci appare iper-espressivo rispetto agli altri.
La particolare libertà interpretativa di Allen sembra trovare una corrispondenza registica nel suo spingersi avanti sul piano della retorica cinematografica, in "Small Time Crooks", adottando soluzioni enunciative assai tradizionali che in altri contesti avrebbe scartato; e che qui entrano proprio in quanto sono in linea col modello “classico”: vedi ad esempio nella scena di rappacificazione fra i coniugi un carrello avanti molto enfatico sul volto di Frenchy.
Potrebbe porre qualche problema relativo all’unità artistica la divisione assai netta, che sfida le regole drammaturgiche, fra le “due” commedie. Ma chi se ne importa, posto che il film è tanto piacevole e divertente? E che la sua fluidità - così riconoscibilmente alleniana - di scorrimento narrativo basta a dargli un’unità di risultato?
(Il Nuovo FVG)
venerdì 4 gennaio 2008
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