venerdì 4 gennaio 2008

Anything Else

Woody Allen

In “Io e Annie” (1977), alla proposta di Tony Roberts di trasferirsi in California Woody Allen liquidava l’idea con una battuta sprezzante. In “Anything Else” è lui a proporlo a Jason Biggs - anche se alla fine ci andrà solo il giovane, mollando New York e i propri tragicomici amori. “Anything Else” è lo “Una delle ultime sere di Carnovale” di Woody Allen: l’attraversa un senso di stanchezza esistenziale e di cambiamento/sconfitta, uno spirito dissolvente. Una palinodia, un rovesciamento? Non proprio, ma certo questo film porta in primo piano umori acidi e una nascosta violenza che nel precedente cinema di Woody scorrevano come un fiume carsico.
“Anything Else” è una commedia aspra: l’introduzione di un cucciolone a un pessimismo esistenziale tendente al nichilismo. Allen passa le grandi questioni della vita di coppia e della donna pericolosa a una copia di sé più giovane e ingenua; Jason Biggs da un lato modula una recitazione alleniana, dall’altro possiede un che d’infantile che l’intellettuale newyorkese Woody non avuto mai.
Classico nello stile d’inquadratura, spiritoso negli attacchi di montaggio, il film è narrato da Jason Biggs con eleganti “a parte” in cui interpella gli spettatori. E’ un gioco a due fra lui e la sua esasperante fidanzata Amanda (Christina Ricci), con belle caratterizzazioni laterali di Danny De Vito e Stockhard Channing (la madre di Amanda). Le donne nel film appaiono creature terribili, affascinanti e incomunicabili: un punto fermo del cinema di Allen, ma qui la concezione appare ancor più negativa: il romanticismo alleniano di “Io e Annie” o “Manhattan” letteralmente si dissolve nell’umore acido di “Anything Else”.
Woody si ritaglia il ruolo dell’amico/mentore Dobel (la pronuncia è diversa ma è inevitabile pensarlo come “double”, doppio): il guru, il saggio e insieme il folle agli occhi affascinati di Jason Biggs, che lo definisce pazzo, suonato, “lunatic”, “nuts”, ma tradisce la paura inconscia che abbia ragione. Alla fine conclude con la vecchia freddura che anche un orologio fermo segna due volte al giorno l’ora esatta. Nella sua pazzia Dobel a volte ci coglie.
C’è un detto di Tex Willer che piacerebbe molto a Dobel: “Pensa il peggio e indovini”. Il film è costellato di riferimenti cattivissimi all’Olocausto: il pessimismo totale di Dobel delinea il mondo dopo la Shoah. Una sua memorabile osservazione sulla possibile distruzione del mondo come punizione per l’Olocausto pare una comica eco dell’Ecclesiaste; in Dobel si riflette il negativismo di Qohélet. E la cifra di Dobel, maniaco delle armi e dei kit di sopravvivenza, è una violenza che aspetta solo di esplodere, anche se il film la mantiene a un livello di affabulazione e possibile mitomania - tranne un episodio in cui Woody (indimenticabile il suo viso gelato) devasta l’auto di due prepotenti a colpi di cric. Allen è sempre stato la figura dell’indifeso (in un film dice di un aggressore: “l’ho colpito sul pugno con il mento”); qui è un paranoico profeta armato, del che l’immagine di lui seduto con un fucile in mano accanto a Jason Biggs - così insolita per l’iconografia alleniana - è un sigillo visuale. A tutto ciò possiamo legare l’attacco satirico definitivo alla psicoanalisi, che assimila gli “shrinks” a preti e stregoni: la satira tradizionale di Allen (famosa battuta sul suo analista: “gli concedo ancora un anno e poi vado a Lourdes”) assume una nuova perentorietà.
E’ l’“inverno del nostro scontento” in cui il quasi settantenne Allen porta sullo schermo gli impulsi violenti e la disperazione. Come vediamo dalle sue interviste dopo l’11 settembre, il massacro che ha ferito al cuore New York ha altresì ferito al cuore il più newyorkese dei cineasti; Allen ha capito, più di tanti commentatori europei, che andiamo verso tempi di ferro e il suo personaggio in “Anything Else” ne è l’incarnazione in chiave comica. Quindi non solo l’esteriorizzazione di un lato nascosto del suo cinema ma anche un suo giudizio su questi tempi di crisi della civiltà.

(Il Nuovo FVG)

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