Woody Allen
Come Eric Rohmer, Woody Allen potrebbe chiamare le sue commedie “racconti morali”. Vero, non siamo abituati a pensare al meraviglioso regista newyorchese come a un grande moralista; ma ciò deriva solo dal senso negativo, di retorica ipocrisia, che il termine ha finito per assumere. Nel senso autentico della parola, Woody Allen lo è indubitabilmente - il che naturalmente getta una luce sul suo amore per Ingmar Bergman.
Lo mostra anche il suo ultimo lavoro, lo splendido “Accordi e disaccordi” (“Sweet and Lowdown”), che ci racconta la vita di Emmet Ray (un magistrale Sean Penn), il secondo miglior chitarrista jazz del mondo, negli anni Trenta. E’ un genio della musica, al punto che a sentire la sua chitarra qualsiasi donna è immediatamente sedotta; eppure è eterno secondo rispetto al mitico francese Django Reinhardt, nei confronti del quale il super-egocentrico Emmet ha un tale senso di inferiorità che le sole due volte che l’ha incontrato è svenuto. In realtà Emmet Ray non è mai esistito; Allen, appassionato di jazz come tutti sanno, si è divertito a crearlo corredando il racconto con interviste, dal tono deliziosamente serio, a una serie di autentici esperti e storici della musica, fra cui lui stesso. Così la forma narrativa di “Accordi e disaccordi” ci riconduce direttamente a “Zelig”: la falsa biografia di un personaggio immaginario supportata da una serie di interviste a personaggi reali, che mettono in crisi il loro statuto di “garanti” della realtà effettiva del narrato.
Innamorato di se stesso, sbruffone, prepotente, disonesto, picchiatello (le sue passioni sono guardare i treni e sparare ai ratti nelle discariche), comicamente esagerato nella sua carogneria nei confronti del mondo e soprattutto delle donne, Emmet Ray ha la classica dismisura delle grandi figure comiche del cinema e del teatro. La sua grandezza come personaggio non sta nei suoi difetti ma nella dimensione gargantuesca cui assurgono, tale che finisce per sfociare in una specie di innocenza. All’osservazione “E’ che ti tieni tutto dentro e non provi niente per nessuno” lui risponde con assoluto candore: “Lo dici come se fosse una cosa brutta!”.
Ma qui entra la sua relazione, meravigliosamente comica e orribilmente triste, con la muta Hattie, che lui naturalmente tratta malissimo (“Ce l’hai un dottore? Ti prendo un veterinario, costa meno”): una delle storie d’amore più sconvolgenti di tutto il cinema alleniano, e non solo; dove l’incontro fra la chiassosa volgarità di lui e la tenerezza veramente “sweet and lowdown” di lei fonde superbamente una comicità oltraggiosa - ed esilarante per il suo eccesso - tenuta in primo piano con una dimensione drammatico/patetica tutta serbata nell’implicito. Anche entro un film tutto costituito da personaggi felicissimi, spicca come una delle figure memorabili del cinema americano quello di Hattie, che si materializza nell’incontro fra la scrittura di Allen e una sublime interpretazione di Samantha Morton. L’ultima scena fra i due ex amanti - con la soluzione geniale della mancanza del controcampo nel punto culminante - è un vertice assoluto.
Questa storia metterà Emmet di fronte - ma solo troppo tardi - ai sentimenti, che ha impiegato una vita a negare. Ed era proprio questa chiusura ai sentimenti, puntualizza Allen, il limite segreto della sua musica. Ritorna qui un tema che - definendosi via via sempre più chiaramente - attraversa il cinema alleniano: per Woody Allen l’aridità morale si traduce (ecco dove vediamo il grande moralista) in inautenticità artistica. Il discorso riporta “Accordi e disaccordi” a quella lucidissima riflessione sui rapporti fra creazione artistica e integrità morale su cui si basa uno dei capolavori di Allen, “Pallottole su Broadway”.
Così il film si conclude idealmente con le parole di Allen, in veste di esperto di jazz, sul periodo finale del suo immaginario eroe, quando suonò i suoi pezzi migliori prima di scomparire: “Qualcosa si era aperto in lui”.
(Il Nuovo FVG)
venerdì 4 gennaio 2008
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