venerdì 22 maggio 2026

Far East Film Festival 2026 - Hong Kong


Ciao UFO, Patrick Leung

Due bei film di Hong Kong, assai diversi tra loro, hanno lo stesso punto di partenza: un UFO.
Il commovente film sentimentale Ciao UFO di Patrick Leung traccia – alternandosi fra infanzia e giovinezza – le vite di tre giovani, Heem, Kin e Hoyi (più il fratello minore di quest’ultima) che da piccoli, in un momento doloroso, hanno visto un UFO dal tetto di un grattacielo, in una notte di tempesta. Queste due linee temporali interlineate comprendono (la prima) il ricorso alla dimenzione del filmato amatoriale. Non è un film fantascientifico; è una malinconica allegoria della trasformazione dai sogni dell’infanzia al senso di sconfitta della tarda giovinezza; del fallimento delle speranze; degli appuntamenti mancati e delle chiamate non risposte; del sapore agrodolce di una nostalgia che vagamente ricorda il “Nessun maggior dolore” dantesco. È vero che un finale di fuga in extremis da una cerimonia di nozze introduce un senso di liberazione, con il concetto di non smettere mai di lottare; ma anche su questo si stende l’ombra della morte, con il ritorno della malattia di cui Heem soffriva da piccolo. Una scena simbolica in cui i protagonisti adulti incontrano se stessi bambini serve a trarre un bilancio agrodolce delle loro vite.
Contestualmente, com’è facile immaginare trattandosi di una (tripla) biografia, la storia dei tre si intreccia con la storia di Hong Kong, evocando vivacemente, per esempio, l’epoca della bolla azionaria e del disastro economico successivo – nonché, naturalmente, quel punto nodale della storia hongkonghese che è l’Handover, il passaggio della città dalla Gran Bretagna alla Cina. Nota che anche a questo passaggio si applica, in prospettiva, quel mix di delusione delle speranze e incertezza del futuro che fa da spina dorsale del film. Il nonno patriottico di Kin, fumatore accanito di Lucky Strike, viveva per vedersi quel momento in tv ma muore improvvisamente; Kin, disperato, “gli fa vedere” la cereimonia dell’Handover con una mini-televisione nella sala funeraria; durante la trasmissione esce un attimo, sotto la pioggia, per comprare tre pacchetti di Lucky Strike come offerta al defunto; e il negoziante che glieli vende gli dice che anche Hong Kong per il futuro ha bisogno di un lucky strike, un colpo di fortuna...
Al di là dell’intreccio coi fatti storici, che rappresenta una cavalcata affascinante richiamando piccoli dettagli di costume semidimenticati come i tamagotchi e i pager, il maggior merito del film sta nella bella definizione psicologica dei tre personaggi nella loro doppia età. È un film massimalista dove entrano tutti gli argomenti possibili (anche con un paio di momenti di ridondanza) che impone rispetto sia per la grandezza della concezione sia per la realizzazione. Cosa bizzarra, Ciao UFO è del 2019, ma a causa di una disputa legale tra la produzione e un finanziatore era rimasto chiuso in un cassetto ed è uscito solo nel 2026.


Unidentified Murder, Kwok Ka Hei & Jack Lee Chun Kit

Altro film Ufo, Unidentified Murder è un piccolo film indipendente hongkonghese, realizzato con quattro lire (ma con ottimi attori) da due esordienti nel lungometraggio. I registi Kwok Ka-hei e Jack Lee sono di provenienza televisiva, e questa è un’ottima scuola per lavorare a basso budget. Invero è difficile scrivere di questo film senza rovinare la festa agli spettatori, perché ha una struttura a scatole cinesi di verità che diventano falsità in modo ripetuto; quindi, della trama diremo il meno possibile.
A Hong Kong 25 anni fa è successo un fatto misterioso, che viene definito “la Roswell hongkonghese”: tre bambini giocavano su una collina boscosa e uno di loro, Ho, è scomparso, rapito dagli alieni in una luce bianca accecante, secondo il racconto degli altri due. Nel venticinquesimo anniversario del fatto, i due “sopravvissuti” sono adulti, e ancora amici; uno dei due, Mark (Ling Man Lung), è fidanzato con una ragazza (Renci Yeung). Il guaio è che lei è un’influencer e la sua trasmissione web si chiama “Faccio scherzi al mio ragazzo”. Capito dove si va a finire?
Lei prepara una burla per i due, mettendo in scena il ritorno di Ho nel posto dov’era scomparso; per questo si rivolge a un attore (Peter Chan). Ma questa finzione è solo l’avvio di una serie di contro-finzioni a catena, che sembrano autentiche e terribilmente inquietanti (bravissimo Ling Man Lung a inserire una nota minacciosa sul suo volto da bravo ragazzo).
La sceneggiatura di Kwok Ka-hei, Jack Lee, Ho Siu-hong e Devon Choi costruisce una struttura a scatole cinesi, giova ripeterlo, realizzata con estrema intelligenza, e naturalmente divertentissima, ove gli spettatori sono sballottati non meno dei protagonisti. Il gioco di farci vedere cose strane, che ci sbalestrano, e in seguito darne in flashback una giustificazione narrativa rigorosa, può ricordare un’altra produzione a basso budget assai intelligente, il giapponese One Cut of the Dead, anche se ovviamente nel presente film c’è un racconto unico. Però il riferimento più preciso per questo film (al punto che ci si chiede se non l’abbia influenzato) è
La congiura degli innocenti di Hitchcock: non perché la storia vi assomigli ma sul piano strutturale.


We’re Nothing at All, Herman Yau

Scritto e diretto da Herman Yau, il film è indubbiamente bello. Il contenuto non può essere riferito senza un certo ammontare di spoiler, ma è inevitabile altrimenti, e comunque non è un film a sorpresa.
Un autobus a due piani esplode per strada con numerosi vittime. Il film si sviluppa su due ordini temporali: l’investigazione del poliziotto ritirato Leung (l’attore Patrick Tam), richiamato in servizio come esperto, e i flashback di frammenti delle vite delle vittime che tracciano un quadro impietoso della Hong Kong in mano alla Cina; e via via si “stringono” sulla storia principale, quella di due gay (emarginati, disprezzati e disperati) che volendo uccidersi fanno volutamente una strage. In una parola, scelgono di passare da vittime a carnefici – ma questo commento è mio e non dell’autore.
Cosa che venendo da Herman Yau non stupisce, il film è coraggioso sia sul piano visivo (le immagini del dopo attentato sono impressionanti) sia sul piano politico, senza nascondere nulla del carattere oppressivo dei dirigenti cinesi e della polizia al loro servizio. I flashback, come ho detto, hanno uno scope narrativo assai largo, e lo sguardo di Yau è spietato nel descrivere la vita hongkonghese della povera gente.
Personalmente trovo un difetto (e penso che lo troveranno altri spettatori) solo nel finale, dove Yau dimentiva la freddezza applicando una dose di romanticismo lacrimoso, con violini e San Valentino, agli ultimi momenti di questi due vigliacchi assassini.


Night King, Jack Ng

Hong Kong is back, con una commedia – che finisce con i classici auguri per il Capodanno cinese – che è puro cinema hongkonghese in tutti i sensi, attraversato dalla nostalgia per il passato di Tsim Sha Tsu est, la zona dei locali notturni pieni di hostesses scosciate il cui coimpito è di far ubriacare i ricconi. Popolato di belle ragazze, il film (commedia ma non farsesca) ha una velocità di ritmo, un dialogo a manetta e una tendenza a trascorrere in un attimo dal comico al sentimentale e viceversa, che ben conosciamo di quel cinema.
A volte, tra la velocità e la tendenza a dare per scontate cose che gli hongkonghesi conoscono benissimo, l’azione non è sempre facile da seguire; d’altro canto, anche se sfuggono dei dettagli, il film non annoia mai. Esempio, la sequenza della truffa all’arrogante giovane villain
della situazione: non dico di aver capito tutto mentre si svolgeva, ma è narrata con un ritmo di montaggio che crea una vera suspense da poliziesco.
Il film parla del direttore di uno di questi locali, Poon, dal cuore d’oro sotto l’aria severa, e della sua ex moglie Dame V, che compare dapprima come un’autentica bitch, ma è chiaro che siamo davanti a una “commedia di rimatrimonio”. Tuttavia, accanto all’elogio molto hongkonghese della resistenza contro tutto, c’è una malinconia di fondo sui rapporti amorosi che si esprime nella bella figura della
donna (Louise Wong) innamorata di Poon che diventa sua amante ma si rende conto che lui tornerà con l’ex moglie.
Dayo Wong (Poon) torna a lavorare con Jack Ng dopo A Guilty Conscience ed è sempre buon attore; in veste di comico si concede delle tirate (ottima quella con la ex moglie sul concetto di care for)
 e delle scenette a due con una buona spalla, Yeung Wai-lun, che è il suo aiutante Turf. L'inossidabile Sammi Cheng, l’ex moglie, è come sempre assolutamente deliziosa.

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