Ciao UFO, Patrick Leung
Due
bei film di Hong Kong, assai diversi tra loro, hanno lo stesso punto
di partenza: un UFO.
Il
commovente film sentimentale Ciao UFO di Patrick Leung traccia –
alternandosi
fra infanzia e giovinezza – le vite di tre giovani, Heem, Kin e
Hoyi (più il fratello minore di quest’ultima) che da piccoli, in
un momento doloroso, hanno visto un UFO dal tetto di un grattacielo,
in una notte di tempesta. Queste
due linee temporali interlineate comprendono (la prima) il ricorso
alla dimenzione del filmato
amatoriale. Non è un film fantascientifico; è una malinconica
allegoria della trasformazione dai sogni dell’infanzia al senso di
sconfitta della tarda giovinezza; del fallimento delle speranze;
degli appuntamenti mancati e delle
chiamate non risposte; del sapore agrodolce di una nostalgia che
vagamente ricorda il “Nessun maggior dolore” dantesco. È
vero che un finale di fuga in extremis da una cerimonia di nozze
introduce un senso di liberazione, con
il concetto di non smettere mai di lottare; ma
anche su questo si stende l’ombra
della
morte, con il ritorno della malattia di cui Heem soffriva da piccolo.
Una
scena simbolica in cui i protagonisti adulti incontrano se stessi
bambini serve a trarre un bilancio agrodolce delle loro
vite.
Contestualmente,
com’è facile immaginare trattandosi di una (tripla)
biografia, la storia dei tre si intreccia con la storia di Hong Kong,
evocando vivacemente, per esempio, l’epoca della bolla azionaria e
del disastro economico
successivo – nonché,
naturalmente, quel punto nodale della storia hongkonghese che è
l’Handover, il passaggio della città dalla Gran Bretagna alla
Cina. Nota che anche a questo passaggio si applica, in prospettiva,
quel mix
di delusione delle speranze e incertezza del futuro che fa da spina
dorsale del film. Il
nonno patriottico di Kin, fumatore
accanito di Lucky Strike, viveva
per vedersi quel momento in tv ma
muore improvvisamente; Kin,
disperato, “gli
fa vedere” la cereimonia
dell’Handover con una
mini-televisione nella sala funeraria; durante la trasmissione esce
un attimo, sotto la pioggia, per comprare tre pacchetti di Lucky
Strike come offerta al defunto; e il negoziante che glieli vende gli
dice che anche Hong Kong per il futuro ha bisogno di un lucky strike,
un colpo di fortuna...
Al
di là dell’intreccio coi fatti storici, che rappresenta una
cavalcata affascinante richiamando
piccoli dettagli di costume semidimenticati come i tamagotchi e i
pager, il maggior merito del
film sta nella bella definizione psicologica dei tre personaggi nella
loro doppia età. È un film massimalista dove entrano tutti gli
argomenti possibili (anche con un paio di momenti di ridondanza) che
impone rispetto sia per la grandezza della concezione sia per la
realizzazione. Cosa bizzarra, Ciao UFO è del 2019, ma a causa di una
disputa legale tra la produzione e un finanziatore era rimasto chiuso
in un cassetto ed è uscito solo nel 2026.
Unidentified
Murder, Kwok Ka Hei & Jack Lee Chun Kit
Altro
film Ufo, Unidentified Murder è un piccolo film indipendente
hongkonghese, realizzato con quattro lire (ma con ottimi attori) da
due esordienti nel
lungometraggio. I registi
Kwok
Ka-hei e
Jack Lee sono
di provenienza televisiva, e questa è un’ottima scuola per
lavorare a basso budget. Invero
è difficile scrivere di questo film senza rovinare la festa agli
spettatori, perché ha una struttura a scatole cinesi di verità che
diventano falsità in modo ripetuto; quindi, della trama diremo il
meno possibile.
A
Hong Kong 25 anni fa è successo un fatto misterioso, che viene
definito “la Roswell hongkonghese”: tre bambini giocavano su una
collina boscosa e uno di loro, Ho, è scomparso, rapito dagli alieni
in una luce bianca accecante, secondo il racconto degli altri due.
Nel venticinquesimo anniversario del fatto, i due “sopravvissuti”
sono adulti, e ancora amici; uno dei due, Mark (Ling Man Lung), è
fidanzato con una ragazza (Renci Yeung). Il guaio è che lei è
un’influencer e la sua trasmissione web si chiama “Faccio scherzi
al mio ragazzo”. Capito dove si va a finire?
Lei
prepara una burla per i due, mettendo in scena il ritorno di Ho nel
posto dov’era scomparso; per questo si rivolge a un attore (Peter
Chan). Ma questa finzione è solo l’avvio di una serie di
contro-finzioni a catena, che sembrano autentiche e terribilmente
inquietanti (bravissimo Ling Man Lung a inserire una nota minacciosa
sul suo volto da bravo ragazzo).
La
sceneggiatura di Kwok
Ka-hei, Jack Lee, Ho Siu-hong e Devon Choi costruisce
una struttura
a scatole cinesi, giova
ripeterlo,
realizzata con estrema
intelligenza, e naturalmente
divertentissima, ove gli
spettatori sono sballottati
non meno dei protagonisti. Il gioco di farci vedere cose strane, che
ci sbalestrano, e in seguito
darne
in flashback una
giustificazione narrativa
rigorosa,
può ricordare
un’altra produzione a basso budget assai intelligente, il
giapponese One Cut of the
Dead, anche se ovviamente nel
presente film c’è un
racconto unico. Però il
riferimento più preciso per questo film (al
punto che ci si chiede se non l’abbia
influenzato) è La
congiura degli innocenti di Hitchcock: non perché la storia vi
assomigli ma sul piano strutturale.
We’re
Nothing at All, Herman Yau
Scritto
e diretto da Herman Yau, il film è indubbiamente bello. Il contenuto
non può essere riferito senza un certo ammontare di spoiler, ma è
inevitabile altrimenti, e comunque non è un film a sorpresa.
Un
autobus a due piani esplode per strada con numerosi vittime. Il film
si sviluppa su due ordini temporali: l’investigazione del
poliziotto ritirato Leung (l’attore Patrick Tam), richiamato in
servizio come esperto, e i flashback di frammenti delle vite delle
vittime che tracciano un quadro impietoso della Hong Kong in mano
alla Cina; e via via si “stringono” sulla storia principale,
quella di due gay (emarginati, disprezzati e disperati) che volendo
uccidersi fanno volutamente una strage. In una parola, scelgono di
passare da vittime a carnefici – ma questo commento è mio e non
dell’autore.
Cosa
che venendo da Herman Yau non stupisce, il film è coraggioso sia sul
piano visivo (le immagini del dopo attentato sono impressionanti) sia
sul piano politico, senza nascondere nulla del carattere oppressivo
dei dirigenti cinesi e della polizia al loro servizio. I flashback,
come ho detto, hanno uno scope
narrativo assai largo, e lo sguardo di Yau è spietato nel descrivere
la vita hongkonghese della povera gente.
Personalmente
trovo un difetto (e penso che lo troveranno altri spettatori) solo
nel finale, dove Yau dimentiva la freddezza applicando una dose di
romanticismo lacrimoso, con violini e San Valentino, agli ultimi momenti
di questi due vigliacchi assassini.
Night King, Jack Ng
Hong
Kong is back, con una commedia – che finisce con i classici auguri
per il Capodanno cinese – che è puro cinema hongkonghese in tutti
i sensi, attraversato dalla nostalgia per il passato di Tsim Sha Tsu
est, la zona dei locali notturni pieni di hostesses scosciate il cui
coimpito è di far ubriacare i ricconi. Popolato di belle ragazze, il
film (commedia ma non farsesca) ha una velocità di ritmo, un dialogo
a manetta e una tendenza a trascorrere in un attimo dal comico al
sentimentale e viceversa, che ben conosciamo di quel cinema.
A
volte, tra la velocità e la tendenza a dare per scontate cose che
gli hongkonghesi conoscono benissimo, l’azione non è sempre facile
da seguire; d’altro canto, anche se sfuggono dei dettagli, il film
non annoia mai. Esempio, la sequenza della truffa all’arrogante
giovane villain della
situazione: non dico di aver capito tutto mentre si svolgeva, ma è
narrata con un ritmo di montaggio che crea una vera suspense da
poliziesco.
Il
film parla del direttore di uno di questi locali, Poon, dal cuore
d’oro sotto l’aria severa, e della sua ex moglie Dame V, che
compare dapprima come un’autentica bitch,
ma è chiaro che siamo davanti a una “commedia di rimatrimonio”.
Tuttavia, accanto all’elogio molto hongkonghese della resistenza
contro tutto, c’è una malinconia di fondo sui rapporti amorosi che
si esprime nella bella figura della donna
(Louise Wong) innamorata di Poon che diventa sua amante ma si rende
conto che lui tornerà con l’ex moglie.
Dayo
Wong (Poon) torna a lavorare con Jack Ng dopo A Guilty Conscience ed
è sempre buon attore; in veste di comico si concede delle tirate
(ottima quella con la ex moglie sul concetto di care for) e
delle scenette a due con una buona spalla, Yeung Wai-lun, che è il
suo aiutante Turf. L'inossidabile Sammi Cheng, l’ex moglie, è come sempre
assolutamente deliziosa.

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