martedì 19 maggio 2026

Far East Film Festival 2026 - Giappone

 

Fujiko, Kimura Taichi

Resilienza è una brutta, abusata parola di moda, ma è la migliore per descrivere la protagonista eponima del film Fujiko di Kimura Taichi, che ha vinto il Gelso d’oro al FEFF 2026. Nel 1982, uno stanco cuoco d’albergo in pausa (Lily Franky) è approcciato dalla protagonista, che vende assicurazioni. Lui (non è capitato anche a noi qualche volta?) non vuol essere maleducato ma desidera solo vederla andare via. Invece ad andare via è la luce, a causa del temporale. Così la conversazione diventa obbligata; e Fujiko racconta la sua dura vita di madre single, dopo il divorzio da un marito smidollato, che vediamo in flashback.
A livello di mera sinossi non c’è niente di nuovo in questa serie di avvenimenti scoraggianti; è una storia a tappe già largamente frequentata dal cinema; ma quello che dà valore il film è la nuova freschezza del racconto. Pressoché ogni capitolo ha un’originalità di approccio e sviluppo, ricca di sense of humour, che gli dà una torsione imprevista. Emerge nel racconto un piacevolissimo sguardo vivace; che va dal litigio fra la madre di Fujiko e quella del marito, a base di getti di tazze di tè in faccia e insulti (“whore”, “psycho bitch”), al posto malfamato – una bisca clandestina – dove la bella ragazza trova lavoro, e ci aspettiamo che questi loschi frequentatori come minimo la molestino, e invece diventa la loro beniamina, con laute mance, grazie alla sua cucina.
C’è nella figura di Fujiko, decisa a tenere con sé la figlia bambina, in lotta contro la chiusura della burocrazia giapponese di allora, un concetto di forza indomabile: che trova il suo simbolo, enunciato in un dialogo, nei gamberi, capaci di rinnovare il carapace duro. Ma anche l’eredità morale del padre rockettaro c’entra qualcosa. Mentre in questo genere di film lo scopo della narrazione è la conquista di un ubi consistam sociale, qui i momenti in cui la protagonista sembra trovarlo sono costantemente gettati in aria dalla sua irriducibile indipendenza; la conclusione in cui rinuncia al tradizionale happy ending in favore di un finale aperto è sorprendente.
Tutto questo è concretizzato in una serie di belle interpretazioni, anche nei ruoli minori; ma in primo luogo dalla bravissima Katayama Yuki, nel suo ruolo più importante finora. E uno dei momenti più emozionanti del festival è stato quando, al termine della proiezione di Fuijiko, lei non riusciva a smettere di piangere di fronte al lunghissimo applauso.

The Sickness Unto Love, Hiroki Ryuichi

Le storie di bambini o adolescenti assassini sono un caposaldo del thriller; ma è raro che lo svolgimento le porti al di fuori dei confini del genere (un primo esempio è l’interessante ma goffo Il giglio nero di Mervyn Leroy). Invece il grande regista giapponese Hiroki Ryuichi, una presenza fissa al FEFF, con The Sickness Unto Love ne fa un film straziante, in cui l’amore fra due giovanissimi rimane al centro nonostante tutto. A mio parere il miglior film del festival accanto a Kokuho di Lee Sang-il che però era fuori concorso.
Nozomu (Nagao Kento), nuovo arrivato nella scuola, è uno strano misto di ostinazione e debolezza, che ha più di un tratto del nimaime. Kei (Anna Yamada, strepitosa) è la ragazza più popolare della classe, e lo prende subito sotto la sua ala protettrice, con una bugia a fin di bene. Nasce un rapporto di amore sottaciuto, che Hiroki descrive con autentica profondità – e pietas, visto che cresce sempre più il sospetto che Kei sia (come dice la poliziotta interpretata da Maeda Atsuko) un mostro manipolatore. Questo concerne dapprima la morte sospetta di un odioso bullo della scuola (ove la complessità morale viene aumentata dal fatto che è un omicidio giustificato: il mio cuore ha fatto un balzo di gioia quando lo ho visto sull’asfalto con la testa spaccata come un melone); ma soprattutto finisce per riguardare un misterioso sito online che spinge i giovanissimi al suicidio convincendoli che rinasceranno migliori in un mondo migliore.
Forse esiste ancora un’ambiguità? Forse è wishful thinking, forse lo vorremmo, come Nozomu che si ostina a non credere a quello che vede. Ma comunque lo si interpreti, il film mette in luce con chiarezza fulminante una verità che è già apparsa qualche rara volta nel cinema: si può essere allo stesso tempo assassini manipolatori e innocenti. The Sickness Unto Love così diventa, al di là dell’aspetto del legame amoroso, una riflessione sul bene e il male, sulla giustificazione morale e sui suoi limiti, e sul senso di onnipotenza.
Nonché sul piccolo fatto che l’eclissi della religione tradizionale non rende i giovanissimi più “laici”, come sperano gli ottimisti, ma semplicemente li mette in balia tramite i social di culti neo-religiosi distruttivi e autodistruttivi.
Detto in margine: il film trasmette una visione del Giappone tutta diversa da quella arcadica cui siamo abituati a pensare. Non tanto per le cose che già sappiamo (il bullismo è feroce, i suicidi sono diffusi, e gli insegnanti sono del tutto assenti dalla vita interna della classe, salvo fare un elogio funebre a chi muore). Ma che i parchi pubblici siano pieni di spazzatura non ce lo immaginavamo!

Tokyo Taxi, Yamada Yoji

Il grande Yamada Yoji, che tutti conoscono come regista dell’interminabile saga cinematografica (48 episodi, sul grande schermo) di Tora-san, ha realizzato il suo novantunesimo film a 94 anni nel 2025: è il bellissimo Tokyo Taxi, dove ritorna la sua attrice feticcio, Baisho Chieko. L’umanità di Yamada – che per esempio trovava illustrazione nello splendido Where Spring Comes Late (1970), con Baisho, visto in uno degli ultimi FEFF, ma che emerge in tutta la sua opera – risulta chiara anche in Tokyo Taxi. Koji (Kimura Takuya) è un tassista indipendente con problemi economici; nota che l’ipotesi, di cui discute con la moglie, di vendere la casa della nonna introduce nascostamente quell’elemento della memoria, e dell’importanza di preservarla, che è l’asse portante del film.
La prospettiva di un compenso importante lo porta ad accettare malvolentieri il lavoro di portare una ricca anziana signora da Tokyio a Yokohama, alla casa di riposo dove vuole ritirarsi, facendo però prima un “giro della memoria” nei luoghi di Tokyo dove ha vissuto. Entra in scena, tutta elegante, Baisho Chieko; e naturalmente il viaggio è contestualmente la storia di lei e la storia del Giappone del dopoguerra, centrata sull’elemento femminile. Indimenticabile la sua vendetta contro un marito abusivo!, anche se le costa nove anni di prigione (“60 anni fa il nostro Paese era così”, commenta).
È una delizia il gioco psicologico e discorsivo fra la “vecchia signora indegna”, per citare un antico film francese, e l’onesto lavoratore: ove lei – dal carattere ancora bollente sotto la scorza della vecchiaia – cerca di scuotere la sua timidezza, tutta giapponese, nell’esprimere i sentimenti. In questo senso il film è un delicato, anomalo racconto di formazione fra adulti. Naturalmente Baisho Chieko è meravigliosa, e Yamada si permette con lei anche un piccolo scherzo metacinematografico: dopo che lei ha tolto dai guai Koji per un’infrazione dicendo tutta sottomessa ai due poliziotti che stavano correndo in ospedale perché ha problemi di cuore e che Koji è suo nipote, tutta soddisfatta lei commenta “Forse avrei dovuto fare l’attrice” – il che detto da Baisho Chieko non è male!
Tokyo Taxi è un film talmente pieno di umanità e di saggezza che vien da considerare, con un’unilateralità nata dall’entusiasmo: ah! questo è il cinema come dovrebbe essere.

Suzuki=Bakudan, Nagai Akira

Due classici americani vengono richiamati alla mente (in piccolo) vedendo Suzuki=Bakudan di Nagai Akira: il primo è naturalmente I soliti sospetti di Bryan Singer – perché fondamentalmente Suzuki=Bakudan è un interminabile interrogatorio, nella stazione di polizia, di un arrestato le cui dichiarazioni sono un capolavoro di ambiguità, con un interminabile interrogatorio fatto di bugie, false verità, ritirate dialettiche e nuove sfide. Il secondo è Seven di David Fincher, come esempio di thriller filosofico.
In nuce il concetto è: mentre a Tokyo scoppia una serie di bombe dilatata nel tempo, un barbone arrestato per teppismo, Suzuki, si vanta coi poliziotti di possedere un sesto senso che lo avverte in modo confuso di quello che sta per accadere. È una posizione comoda, e infatti non ci cascano, ma estrarre qualcosa da Suzuki, maestro dialettico e psicologo nato (che lancia degli avvertimenti in modo enigmistico) è un’impresa drammatica. Quella di Suzuki è una parte per un attore estremo, e Sato Jiro ci entra a pennello. Suzuki è una figura demoniaca: nella sua compenetrazione di diversi piani espressivi, la sua filosofia nichilista – espressa con un’educata mansuetudine agghiacciante – esprime la paurosa realtà della mente terrorista – qualcosa che Dostoevskij, senza essere compreso o creduto, aveva perfettamente intuito. La costruzione psicologica di questa figura è veramente il vertice narrativo del film.
Suzuki=Bakudan ha anche altre frecce al suo arco, al di fuori dell’ambiente claustrofobico della cella. Per esempio il racconto della moglie di Hasebe (un poliziotto protagonista di uno scandalo, morto suicida, la cui vicenda si lega al mistero) è un momento di autentico dolore della vita dipinto sullo schermo – da correlare con la filosofia di Suzuki. Tuttavia, nel film il racconto si incarta in una serie di complicazioni eccessive (ciò che accade sovente ai thriller giapponesi e coreani), che nella seconda parte lo spostano in larga parte sul piano del thriller elementare (ciò che Seven riusciva brillantemente a evitare); e questo accumulo di complicazioni finisce per offuscare alquanto la tristezza mélo del tema della vendetta nella conclusione.

Nessun commento: