Guy Ritchie
Nella
prima parte della sua carriera, il britannico
Guy Ritchie
ha realizzato dei film (“Lock & Stock – Pazzi scatenati”,
“Snatch – Lo strappo”, “RocknRolla”) deliziosi perché
caratterizzati da una vera mania del raccontare, un gusto
dell’affabulazione, che adorava il dettaglio bizzarro e la
digressione stravagante. Poi, quella cosa assai
pericolosa che è il successo ha un po’ attenuato la sua anarchica
libertà narrativa; ciò non toglie che Ritchie sia rimasto un
regista su cui contare (anche
i suoi due “Sherlock
Holmes” sono una gustosa
rilettura del
canone). Così, si resta male
quando Ritchie ci
propone un film alquanto
deludente come “In the
Grey”.
L’avvocatessa
Rachel Wild (Eiza Gonzalez) si muove nel campo del recupero crediti;
ma non pensate a ingiunzioni in carta bollata. Quando il
finanziere-supercriminale
Manny Salazar (Carlos
Bardem, il
fratello di Javier)
si appropria di un miliardo di dollari, Rachel usa i
mezzi più
illegali e spregiudicati,
dalle
microspie all’hackeraggio,
per farglieli sputare.
In effetti, la facilità con cui mette in ginocchio il feroce
Salazar, grazie a una combinazione di astuzia, determinazione e
potenza, farebbe quasi provare pietà per lui, se Carlos Bardem non
giocasse a renderlo antipatico. E naturalmente, quando nella
sua isola-feudo si arriva al
“redde rationem”, la
parola passa alle armi da
fuoco, generosamente
impiegate dal
fedelissimo team di
Rachel, capitanato da
Jake Gyllenhaal e Henry Cavill, letali e apparentemente
invulnerabili (beh, si
sa, Cavill è Superman…),
contro un esercito di pupazzi
che saranno anche i “minions” di un gangster potentissimo ma
sembrano messi lì a far le sagome del tiro a segno.
Va
aggiunto che
il film ha avuto traversie
sia
produttive sia distributive,
e si vede (anche l’eccesso di voce narrante all’inizio è
sospetto). In verità, non si
può dire che ci si
annoi; l’avventura
fracassona ha la sua vivacità, anche
se è artificiale quanto
le labbra di
Eiza Gonzalez. Gran regola
del cinema: quando ci sono
sparatorie ed esplosioni l’interesse
non manca mai. Però, detto
in due
parole, non è Guy Ritchie:
solo a rari sprazzi compare
quell’originalità, condita
di dialogo brillante,
che siamo abituati ad aspettarci da lui. C’è
qualche buona
battuta qua e là, e qualche
trovata, come farsi arrestare
dalla polizia al servizio di Salazar per studiare la topografia delle
celle in caso di eventuali problemi, è narrata in modo abbastanza
piacevole. Sinceramente, per noi ammiratori di Ritchie è poca roba.

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