domenica 17 maggio 2026

In the Grey

Guy Ritchie

Nella prima parte della sua carriera, il britannico Guy Ritchie ha realizzato dei film (“Lock & Stock – Pazzi scatenati”, “Snatch – Lo strappo”, “RocknRolla”) deliziosi perché caratterizzati da una vera mania del raccontare, un gusto dell’affabulazione, che adorava il dettaglio bizzarro e la digressione stravagante. Poi, quella cosa assai pericolosa che è il successo ha un po’ attenuato la sua anarchica libertà narrativa; ciò non toglie che Ritchie sia rimasto un regista su cui contare (anche i suoi due “Sherlock Holmes” sono una gustosa rilettura del canone). Così, si resta male quando Ritchie ci propone un film alquanto deludente come “In the Grey”.
L’avvocatessa Rachel Wild (Eiza Gonzalez) si muove nel campo del recupero crediti; ma non pensate a ingiunzioni in carta bollata. Quando il finanziere-supercriminale Manny Salazar (Carlos Bardem, il fratello di Javier) si appropria di un miliardo di dollari, Rachel usa i mezzi più illegali e spregiudicati, dalle microspie all’hackeraggio, per farglieli sputare. In effetti, la facilità con cui mette in ginocchio il feroce Salazar, grazie a una combinazione di astuzia, determinazione e potenza, farebbe quasi provare pietà per lui, se Carlos Bardem non giocasse a renderlo antipatico. E naturalmente, quando nella sua isola-feudo si arriva al “redde rationem”, la parola passa alle armi da fuoco, generosamente impiegate dal fedelissimo team di Rachel, capitanato da Jake Gyllenhaal e Henry Cavill, letali e apparentemente invulnerabili (beh, si sa, Cavill è Superman…), contro un esercito di pupazzi che saranno anche i “minions” di un gangster potentissimo ma sembrano messi lì a far le sagome del tiro a segno.
Va aggiunto che il film ha avuto traversie sia produttive sia distributive, e si vede (anche l’eccesso di voce narrante all’inizio è sospetto). In verità, non si può dire che ci si annoi; l’avventura fracassona ha la sua vivacità, anche se è artificiale quanto le labbra di Eiza Gonzalez. Gran regola del cinema: quando ci sono sparatorie ed esplosioni l’interesse non manca mai. Però, detto in due parole, non è Guy Ritchie: solo a rari sprazzi compare quell’originalità, condita di dialogo brillante, che siamo abituati ad aspettarci da lui. C’è qualche buona battuta qua e là, e qualche
trovata, come farsi arrestare dalla polizia al servizio di Salazar per studiare la topografia delle celle in caso di eventuali problemi, è narrata in modo abbastanza piacevole. Sinceramente, per noi ammiratori di Ritchie è poca roba.

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