Kristoffer Borgli
È
già in pole position come film più intelligente dell’anno The
Drama di Kristoffer Borgli, seconda opera americana del
regista/sceneggiatore norvegese.
I trentenni Charlie
ed Emma (Robert Pattinson e Zendaya) sono innamoratissimi. Il film
inizia, col flashback del loro primo incontro, in puro stile commedia
hollywoodiana (cosa che Borgli non manca di sottolineare in forma
metanarrativa più tardi). Però… però quel dettaglio vagamente
lynchano dell’orecchio di lei in primissimo piano che apre scena e
film, certo, serve a dirci che lei è sorda da un orecchio, il che innesta l’elemento di comedy nell’incontro; ma è piuttosto
inquietante, nel secco passaggio a un totale – che rappresenta la
presentazione nel film del bellissimo montaggio franto e brutale di
Joshua Raymond Lee.
A
giorni Charlie ed Emma si sposeranno (una cosa che almeno ai maschi
fa di per sé abbastanza paura, e lui lo ammette scherzandoci sopra).
Sempre nel campo dell’allusione metanarrativa, già annunciata nel
titolo, la parte iniziale del film assimila la cerimonia
matrimoniale (il discorso dello sposo) ai concetti di prova teatrale
e di editing di un testo narrativo, con l’amico Mike in veste di
editor.
Il
punto di svolta arriva in una cena a quattro con Mike e sua moglie
Rachel, dove si alza il gomito – e parte la sfida: ognuno deve
confessare la cosa peggiore che ha fatto in vita sua. Noi italiani
non ci cascheremmo, ma questi quattro ci si buttano. Emma
racconta di
aver progettato (ma non compiuto) un
atto effettivamente orribile, a 15 anni: fare
una strage scolastica col fucile del padre militare. C’era
andata vicino; ma
poi
il caso lo impedì e la sua vita prese la strada opposta. Divenne
un’attivista anti-armi.
Rachel
– che dal canto suo una cosa orribile l’ha effettivamente
compiuta, in una dimensione privata – si scandalizza a morte, e
rompe l’amicizia. Quel ch’è peggio, il pusillanime Charlie
comincia ad avere paura della fidanzata: sarà mica pazza? Non vuole
sposare una psicopatica. Ricorda quando loro due hanno visto, per
strada a distanza, la DJ assunta per il matrimonio, Pauline, fumare
eroina: ovvero, nessuno è quello che sembra; e hanno deciso di
licenziarla. D’altro canto, non se la sente di rompere (Charlie è
l’esponente cresciuto di quella che il vecchio saggio Clint
Eastwood chiama a generation of pussies – e per combinazione,
è proprio pussy che viene chiamato da Pauline in un litigio). In una
spirale di umorismo nero, saltano su tutte le sue paure (ha sempre
trovato un po’ inquietante il modo in cui ride Emma). Scena
esilarante: nell’incontro della coppia per le foto, la fotografa
del matrimonio ripete gasatissima “shoot qua, shoot là” (che
naturalmente in inglese significa sia “fotografare” sia
“sparare”), e l’effetto su Charlie è impagabile.
The
Drama si scompagina in piani di realtà, tanto narrativi (il
“racconto primo” e i flashback di Emma quindicenne) quanto
psicologici, col teatro interiore di Charlie che vede con gli
occhi della mente Emma armata di fucile, in ambedue le età. Si
aggiungono piccoli tocchi equivoci come l’episodio del coltello,
nonché il misterioso catalogo fetish di modelle armate che Charlie
si trova, senza sapere come, in ufficio. Oltretutto, la disperazione
scatena gli impulsi, con una bella amica. Tutto sfocia nel disastroso
pranzo di matrimonio, una sequenza memorabile dove si ricorda il
vintenberghiano Festen.
Costruita
con abilità, con un bell’uso dei tempi e un ottimo dialogo, la
commedia apre, com’è giusto, inquietanti interrogativi. C’è un
grande tema generale sotteso al film: la paura che noi abbiamo degli
altri; e questo tema viene articolato da Borgli all’interno della
mente americana contemporanea. Per la miglior satira
dell’America che abbiamo visto negli ultimi anni (altro che Una
battaglia dopo l’altra), ci voleva un nordico, che vi porta la
lezione dell’umorismo gelido, assurdo, giocato sull’imbarazzo e
intriso di tragedia, del cinema scandinavo di Vintenberg, Östlund,
Jensen, Andersson, e così via (con Lars von Trier come capostipite). Invero,
c’è anche nel film l’ombra di Woody Allen; ma Allen, attraverso
l’influsso di Ingmar Bergman, un po’ “nordico” lo è.
Non
solo Charlie ma tutti i personaggi fondano la loro commedia della
paura sul (fallace) ragionamento: “se lei ha potuto pensarlo per
poco non l’ha fatto, se per poco non l’ha fatto potrebbe farlo
domani, ergo è una pazza pericolosa, stiamone lontani”.
L’appiattimento delle categorie del giudizio è quello denunciato
in anni non sospetti dal vecchio Allan Bloom in The Closing of the
American Mind. Uno penserebbe che esistano delle differenze fra
pensiero e realtà, fra destino e storia personale, per non dire fra
età differenti – e soprattutto, che tutti gli esseri umani
posseggono al loro interno abissi oscuri. Ma per gli americani
(caduta ormai la vecchia morale western) tutto questo è un libro
chiuso. Dostoevskij? Per gli americani d’oggi “l’uomo del
sottosuolo” è il tecnico che ripara la caldaia in cantina.

Nessun commento:
Posta un commento