sabato 11 aprile 2026

A cena con il dittatore

Manuel Gomez Pereira

Ambientato in un periodo storico cupo (l’indomani della vittoria dei franchisti in Spagna), A cena con il dittatore di Manuel Gomez Pereira è una commedia, certo, ma con improvvise irruzioni di un nero che più nero non si può – come un’uccisione improvvisa con una palla in fronte. Non si può definire una commedia drammatica, ma certo un tema di commedia viene declinato lasciando emergere il dramma sotteso.
Nel 1939, subito dopo la vittoria nella guerra civile, Francisco Franco vuole celebrarla con un grande banchetto nell’hotel più importante di Madrid, ora ridotto a ospedale da campo. Viene mandato con pieni poteri il tenente Medina (Mario Casas) per organizzare tutto, e subito. Alle sue spalle briga un feroce alto ufficiale falangista (Asier Etxeandia), un tipo che farebbe paura a Darth Vader.
Il problema è che i buoni chef sono di sinistra e stanno in galera in attesa della fucilazione. Medina li strappa letteralmente al plotone d’esecuzione (con la promessa di riportarli l’indomani!), li porta all’albergo e li costringe a cucinare per la cena del dittatore – arrabattandosi assieme al maître omosessuale Genaro (Alberto San Juan) per procurare, per vie traverse, il materiale necessario, mentre il tempo stringe, e per risolvere i mille problemi che sorgono – fra cui il rapporto fra i cuochi e i camerieri, tutti fascisti. Il gioco di equilibrismo, materiale, politico e anche sessuale fra i due è il motore del film. Chiaro che in questa atmosfera di tensione ciascuno ha i suoi propri piani; compresa Luchi (Eva Ugarte), la moglie ambiziosissima e non fedelissima di Medina, che piomba inaspettata; e c’è anche un’autentica suspense nel finale di fuga.
Tratto dall’apprezzata opera teatrale La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos, rappresentata per la prima volta nel 2008, il film mette (è il caso di dirlo) molta carne al fuoco, tanto che il materiale sarebbe stato eccellente per una miniserie televisiva. Costretto in un’ora e 42’, il film soffre un po’. Lo sviluppo centrale che quasi rovescia il personaggio di Medina arriva improvviso fino all’implausibilità; e molte possibili strade, inevitabilmente, non vengono prese. Per prima, l’ostilità già menzionata fra cuochi comunisti e camerieri fascisti, uno spunto che sarebbe stato sufficiente a reggere un intero film ma viene solo accennato (fatta eccezione per due personaggi, fra i quali peraltro la tensione principale riguarda la competizione amorosa). In ogni modo, A cena con il dittatore è divertente; e il gioco dei caratteri, pur ovvii, è piacevole, supportato da buoni attori (sarebbe stato bello vedere di più la cameriera fascista ubriacona interpretata da Carmen Balagué).
Siccome tutto lo svolgimento è indirizzato in modo inesorabile verso l’apparizione del generale Franco, costui delude un po’ quando compare, perché come somiglianza fisica non convince (troppo giovane: all’epoca Franco aveva 47 anni). Male, per l’unico personaggio storico, assieme alla moglie. Non parliamo nemmeno del doppiaggio italiano ridicolo, di Fabio Celenza: uno di quei doppiaggi affidati “per chiara fama” che di solito si trovano nei cartoon.
Manuel Gomez Pereira deve avere la fissa della giovinezza dei personaggi storici – forse per un’intenzione di straniamento – perché (attenzione, spoiler!) nel finale, nove mesi dopo in Francia, una bella gag surreale conclusiva viene buttata via quando rispunta Franco assieme a Hitler per farsi cucinare una nuova cena – e Hitler assurdamente è un giovanotto, col ciuffo e i baffetti finti.

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