Manuel Gomez Pereira
Ambientato
in un periodo storico cupo
(l’indomani della vittoria dei franchisti
in Spagna), A cena con il
dittatore di Manuel Gomez
Pereira è una commedia,
certo, ma
con improvvise irruzioni di un nero che più nero
non si può – come
un’uccisione improvvisa con una palla in fronte.
Non si può definire una
commedia drammatica, ma certo
un tema di commedia viene
declinato lasciando emergere il
dramma sotteso.
Nel
1939, subito dopo la vittoria
nella guerra civile,
Francisco
Franco vuole celebrarla con
un grande
banchetto nell’hotel più importante di Madrid, ora
ridotto a
ospedale da campo. Viene
mandato con pieni poteri il tenente Medina
(Mario Casas) per organizzare
tutto, e subito. Alle sue spalle briga un
feroce alto ufficiale
falangista (Asier Etxeandia), un tipo che
farebbe paura a Darth Vader.
Il
problema è che i buoni chef
sono di
sinistra e stanno
in galera in attesa della
fucilazione. Medina
li strappa letteralmente al plotone d’esecuzione (con la promessa
di riportarli l’indomani!), li
porta all’albergo e li
costringe a cucinare per la
cena del dittatore – arrabattandosi
assieme al maître
omosessuale Genaro
(Alberto San Juan) per procurare, per
vie traverse, il materiale
necessario, mentre
il tempo stringe, e
per risolvere
i mille problemi che sorgono
– fra
cui il rapporto fra i cuochi e i camerieri, tutti fascisti. Il
gioco di equilibrismo,
materiale,
politico e anche sessuale fra i due è il motore del film.
Chiaro che in questa
atmosfera
di tensione
ciascuno ha i suoi propri
piani; compresa Luchi (Eva
Ugarte), la moglie ambiziosissima
e non fedelissima di Medina, che piomba inaspettata; e c’è
anche un’autentica suspense nel finale di
fuga.
Tratto
dall’apprezzata
opera teatrale La
cena de los generales di José Luis Alonso de Santos, rappresentata
per la prima volta nel 2008,
il film mette (è il caso di dirlo) molta carne al fuoco, tanto che
il materiale sarebbe stato eccellente per una miniserie televisiva.
Costretto in un’ora e 42’, il film soffre un po’. Lo
sviluppo centrale che quasi rovescia il personaggio di Medina arriva
improvviso fino
all’implausibilità;
e molte
possibili strade,
inevitabilmente,
non vengono
prese. Per prima, l’ostilità
già menzionata fra cuochi comunisti e camerieri fascisti, uno spunto
che sarebbe stato sufficiente a reggere un intero film ma viene solo
accennato (fatta
eccezione per due personaggi, fra i quali peraltro
la tensione principale
riguarda la competizione
amorosa).
In ogni modo, A cena con il
dittatore è
divertente; e
il
gioco dei caratteri, pur ovvii, è piacevole, supportato da buoni
attori (sarebbe stato
bello vedere di più la
cameriera fascista ubriacona interpretata da Carmen Balagué).
Siccome
tutto lo svolgimento è indirizzato in modo
inesorabile verso l’apparizione
del generale Franco, costui
delude un po’ quando compare,
perché come
somiglianza fisica non
convince (troppo giovane:
all’epoca Franco aveva 47
anni). Male,
per l’unico personaggio storico, assieme alla moglie. Non
parliamo nemmeno del
doppiaggio italiano ridicolo,
di Fabio Celenza: uno di quei
doppiaggi affidati “per
chiara fama” che di solito si
trovano
nei cartoon.
Manuel
Gomez Pereira deve avere la fissa della giovinezza dei personaggi
storici – forse per un’intenzione di straniamento – perché
(attenzione, spoiler!) nel finale, nove mesi dopo in Francia, una
bella gag surreale conclusiva viene buttata via quando rispunta
Franco assieme a Hitler per farsi cucinare una nuova cena – e
Hitler assurdamente è un giovanotto, col ciuffo e i baffetti finti.

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