Anders Thomas Jensen
La
freddezza, l’imbarazzo, il grottesco trattenuto sono i capisaldi
dell’umorismo nordico. Se parliamo di dark comedy per il film
danese-svedese Mio fratello è un vichingo di Anders Thomas Jensen,
conviene intendersi: è comedy ma soprattutto è dark; si ride a
denti stretti. L’aspetto comico, prevalente nella prima parte, è
oggettivo più che soggettivo: è, più che uno scherzare, un
contemplare, come dalla Luna, la malinconica follia della vita.
Anker
(Nikolaj
Lie Kaas),
dopo una rapina, ha scontato 15 anni in prigione senza rivelare dov’è
il bottino. Lo ha fatto
seppellire dal
fratello mezzo matto presso la casa fra i boschi della madre morta.
Uscito di prigione, per ritrovare i milioni Anker recupera il
fratello Manfred (un grande Mads Mikkelsen; da ricordare che Jensen
ha l’abitudine di lavorare sempre con gli stessi attori). Il
problema è che ormai Manfred è diventato un matto completo; crede
di essere John Lennon, e sono guai se non lo si chiama John (grandi i
suoi improvvisi tuffi dalla finestra – o fuori dall’auto). A
farla breve, complice un personaggio che non sai se è uno psicologo
matto o un matto psicologo (Lars Brygmann), in quella casa fra i
boschi il film raduna una compagnia di personaggi eccentrici e pazzi,
attorno al progetto di una delirante reunion dei Beatles. Peraltro
vediamo che non è solo il tesoro ma è il passato a essere sepolto.
Il
comico sorge da una sorta di impassibilità che non è mancanza di
emozioni (si arrabbiano, eccome) ma assomiglia a una coltre
ghiacciata che pesa sul corpo. E a tratti esplode in improvvise
eruzioni di violenza – specie quando impazza un killer torturatore
(Nicolas Bro), con ferite, mutilazioni, orribili deformazioni. Jensen
non ha paura di shockare lo spettatore; anzi, è quello che cerca.
Il
suo Le mele di Adamo (2005) era una parabola – e tiene della
parabola anche il presente film: ciascuno di noi è un po’ pazzo a
modo suo: una moraluccia, ma messa in scena con forza (sebbene con
qualche incertezza di ritmo). E il finale a cartoni animati esprime
un buffo surrealismo nichilista molto nordico invero. Possiamo
definirla: una commedia stridente.

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