sabato 14 marzo 2026

L'isola dei ricordi

Fatih Akin

La fine del nazismo attraverso lo sguardo di un ragazzino. Alla base dell’eccellente L’isola dei ricordi c’è una sostituzione: il film doveva essere diretto dall’anziano attore (molto Fassbinder), sceneggiatore e regista Hark Bohm, attingendo a un suo libro autobiografico. Per ragioni di salute Bohm, rimanendo come co-sceneggiatore, ha passato il testimone a Fatih Akin. Hark Bohm – che ci ha lasciati a novembre 2025 – compare guardando il mare alla fine del film. Faith Akin è comunemente considerato un regista massimalista, ma in questo film di tuffo nel passato raggiunge un’invidiabile discrezione psicologica ed equilibrio dei mezzi.
Nell’aprile 1945 il dodicenne Nanning vive sull’isola di Amrun, sul Mare del Nord, con la madre Hille (una nazista fanatica, pronta a denunciare i “disfattisti”), la zia e i fratellini. Hille è incinta e il padre è in guerra. Dopo il bombardamento di Amburgo che ha distrutto la loro casa, si sono trasferiti su Amrin, terra della famiglia della madre; tuttavia, sull’isola Nanning viene chiamato “continentale”. Ha un solo amico, il pratico coetaneo Hermann.
Ed ecco che la radio trasmette la notizia della morte di Hitler. In quel momento di shock inizia il parto della madre, che dà alla luce una bambina ma poi, entrata in depressione, rimane chiusa in se stessa e rifiuta di mangiare. L’unica cosa che desidererebbe come cibo è una fetta di pane bianco con burro e miele; il lavoro e i maneggi di Nanning per procurarsi questi prodotti introvabili sono la spina dorsale del film.
Molti riferimenti, a volte un po’ cervellotici, sono stati fatti rispetto al film (anche dagli autori), da De Sica a Reiner a Branagh. In verità potremmo aggiungere – ovviamente a un livello artistico inferiore, e con un’elaborazione meno drammatica – il rosselliniano Germania anno zero; e i frequenti, forti primissimi piani del ragazzino fanno tornare alla memoria gli occhi sbarrati di Oskar Matzerath nell’ingiustamente semidimenticato Il tamburo di latta di Volker Schlöndorff.
Attraverso lo sguardo di Nanning il film trasmette una meraviglia del mondo, con i distesi panorami e i bei dettagli della fauna selvatica, uccelli e insetti, ma anche un lato inquietante semi-onirico (la scoperta del cadavere sulla spiaggia, il pulcino morto dentro l’uovo d’oca, la caccia alla foca). Tutto questo si lega a una costellazione fantastica (il volume Moby Dick, il coltello da baleniere di uno zio diventato americano) e implicitamente avventurosa (l’impressionante pagina di Nanning che resiste all’assalto dell’acqua durante l’alta marea).
E a questo sguardo di scoperta si aprono le tensioni (e la storia nascosta) della famiglia, nonché la descrizione rapida ma precisa del villaggio: un universo chiuso dove perfino i tedeschi rifugiati dall’Est sono considerati estranei e respinti. Eppure proprio qui – senza romanticismo ma in modo indiretto e lieve – si trova un filo di speranza che riprende il tema sotteso del film: come Nanning si liberò dai veleni del nazismo.

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