Fatih Akin
La
fine del nazismo attraverso lo sguardo di un ragazzino. Alla base
dell’eccellente L’isola dei ricordi c’è una sostituzione: il
film doveva essere diretto dall’anziano attore (molto Fassbinder),
sceneggiatore e regista Hark Bohm, attingendo a un suo libro
autobiografico. Per ragioni di salute Bohm, rimanendo come
co-sceneggiatore, ha passato il testimone a Fatih Akin. Hark Bohm –
che ci ha lasciati a novembre 2025 – compare guardando il mare alla
fine del film. Faith Akin è comunemente considerato un regista
massimalista, ma in questo film di tuffo nel passato raggiunge
un’invidiabile discrezione psicologica ed equilibrio dei mezzi.
Nell’aprile
1945 il dodicenne Nanning vive sull’isola di Amrun, sul Mare del
Nord, con la madre Hille (una nazista fanatica, pronta a denunciare i
“disfattisti”), la zia e i fratellini. Hille è incinta e il
padre è in guerra. Dopo il bombardamento di Amburgo che ha distrutto
la loro casa, si sono trasferiti su Amrin, terra della famiglia della
madre; tuttavia, sull’isola Nanning viene chiamato “continentale”.
Ha un solo amico, il pratico coetaneo Hermann.
Ed
ecco che la radio trasmette la notizia della morte di Hitler. In quel
momento di shock inizia il parto della madre, che dà alla luce una
bambina ma poi, entrata in depressione, rimane chiusa in se stessa e
rifiuta di mangiare. L’unica cosa che desidererebbe come cibo è
una fetta di pane bianco con burro e miele; il lavoro e i maneggi di
Nanning per procurarsi questi prodotti introvabili sono la spina
dorsale del film.
Molti
riferimenti, a volte un po’ cervellotici, sono stati fatti rispetto
al film (anche dagli autori), da De Sica a Reiner a Branagh. In
verità potremmo aggiungere – ovviamente a un livello artistico
inferiore, e con un’elaborazione meno drammatica – il
rosselliniano Germania anno zero; e i frequenti, forti primissimi
piani del ragazzino fanno tornare alla memoria gli occhi sbarrati di
Oskar Matzerath nell’ingiustamente semidimenticato Il tamburo di
latta di Volker Schlöndorff.
Attraverso
lo sguardo di Nanning il film trasmette una meraviglia del mondo, con
i distesi panorami e i bei dettagli della fauna selvatica, uccelli e
insetti, ma anche un lato inquietante semi-onirico (la scoperta del
cadavere sulla spiaggia, il pulcino morto dentro l’uovo d’oca, la
caccia alla foca). Tutto questo si lega a una costellazione
fantastica (il volume Moby Dick, il coltello da baleniere di uno zio
diventato americano) e implicitamente avventurosa (l’impressionante
pagina di Nanning che resiste all’assalto dell’acqua durante
l’alta marea).
E
a questo sguardo di scoperta si aprono le tensioni (e la storia
nascosta) della famiglia, nonché la descrizione rapida ma precisa
del villaggio: un universo chiuso dove perfino i tedeschi rifugiati
dall’Est sono considerati estranei e respinti. Eppure proprio qui –
senza romanticismo ma in modo indiretto e lieve – si trova un filo
di speranza che riprende il tema sotteso del film: come Nanning si
liberò dai veleni del nazismo.

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