Richard Linklater
Nel
1907 Pablo Picasso dipinse Les Demoiselles d’Avignon, terremotando
la storia della pittura. Nel 1959 Jean-Luc Godard girò Fino
all’ultimo respiro, suo film d’esordio, terremotando la storia
della cinematografia.
In
Nouvelle Vague Richard Linklater, americano del 1960, che con
l’angelica banda della Nouvelle Vague si sarebbe trovato benissimo
(basta vedere il suo capolavoro Boyhood), ci racconta magnificamente
la genesi e la lavorazione del film di Godard, adottandone tanto il
bianco nero quanto il formato 4:3, e girando con una vecchia
cinepresa Cameflex. Ovviamente il film di Linklater si gode di più
se è preceduto da una visione recente dell’originale Fino
all’ultimo respiro. Ne esce adesso una copia restaurata nei
migliori cinema; oppure si può sempre recuperare in streaming o
nelle mediateche.
Con
un cast di attori eccellenti, vediamo Jean-Luc Godard (Guillaume
Marbeck) girare il suo film, su una vaga sceneggiatura di Truffaut
(Adrien Rouyard), con l’aiuto inestimabile dell’operatore Raoul
Coutard (Matthieu Penchinat) – e lo vediamo manovrare e tormentare
i suoi protagonisti, un Jean-Paul
Belmondo (Aubry Dullin)
complice e una
Jean Seberg (Zoey
Deutch) sconcertata, star
hollywoodiana finita nelle
grinfie di un rivoluzionario del cinema (divertenti
i suoi paragoni nostalgici
con Otto
Preminger), che ogni due per
tre vuole lasciare il film.
Fra Belmondo e
Seberg s’instaura sul set
un’amicizia piena di
sensualità, con la nota semi-comica
del marito di lei che spunta sempre a rompere le scatole (tornata in
America, Jean Seberg divorziò poco dopo).
Linklater
ha un partito preso (termine amato dal gruppo dei Cahiers): non vuol
fare il solito film storico stile museo delle cere. Così cerca di
eliminare l’ineliminabile evidenza della finzione, e costruire il
film quasi come un documentario recitato da attori-sosia (per inciso,
in Nouvelle Vague un’idea molto simile è espressa in una battuta
di Godard quando un curioso per strada chiede cosa stanno facendo:
“Un documentario su Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg che recitano
in un film”). La drammaturgia naturalmente resta, ma calata in
questo contesto. Ora, tutti i film storici hanno quello che si suol
chiamare il name dropping, quando uno butta lì il nome di un
personaggio famoso – nei film, la sua figura, magari di passaggio.
Allora, Linklater giustamente dice “In for a penny, in for a
pound”, e – con un delizioso lavoro sulle somiglianze – mette
una didascalia col nome a tutti ma tutti i personaggi realmente
esistiti, anche quelli assolutamente minori nel contesto del film.
E
naturalmente non vediamo solo gli accadimenti ma vediamo la nascita
di un linguaggio, il concetto di racconto secondo Godard, il suo
moralismo rosselliniano, il suo nutrirsi della lezione dei maestri
(“Grazie, Samuel Fuller, grazie per 40 pistole e grazie per questa
scena”), la sua concezione rivoluzionaria del montaggio.
È
pura Nouvelle Vague, in Nouvelle Vague, la libertà dei tempi, ovvero
la scelta di dilungarsi su passaggi “laterali” rispetto
all’argomento: per esempio l’incontro di Godard con Jean-Pierre
Melville (Tom Novembre) mostra un’allegra sproporzione di durata
rispetto all’esigenza narrativa (ricevere dei consigli).
Da
notare che in alcuni passaggi, non del film-nel-film ma del film che
lo contiene, Linklater riprende direttamente delle inquadrature di
Fino all’ultimo respiro. Un solo esempio: la corsa in automobile
lungo una strada alberata di Godard per recarsi al festival di Cannes
riprende quella di Jean-Paul Belmondo nel film di Godard. Tanto più
che Godard ci va con soldi rubati...
Insomma,
per chi ama il cinema (e si mette sull’attenti quando sente
nominare la Nouvelle Vague) il film di Linklater è pura gioia della
visione. Però il recensore non può fare a meno di chiedersi: cos’è
invece il film per lo spettatore che ha visto Fino all’ultimo
respiro una sola volta in passato, o magari nemmeno quella?
Non
vogliamo negare che per questo spettatore ipotetico va perduta buona
parte dell’attrazione del film. Che cosa rimane?
Rimane
un’opera vivace e divertente, su un regista esordiente che sembra
un pazzo, capace di interrompere la lavorazione dopo due sole ore, o
per un giorno, in attesa che gli vengano idee, con disperazione e
rabbia del produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) che
paga (le faceva anche Chaplin, queste sospensioni, ma coi soldi
suoi). Un impunito, direbbero a Roma, che seppellisce l’attonita
Jean Seberg sotto una valanga di memorabili motti apodittici (questa
sarà una caratteristica che Godard manterrà per tutta la vita). Una
figura affascinante. Anche simpatica? Forse no (che Godard fosse
simpatico, l’hanno detto in pochi). Ma un genio.
Se
è sempre avvincente gettare uno sguardo dentro la lavorazione di un
film, figuriamoci dentro la lavorazione di un anti-film che fa
saltare in aria il cinema precedente per crearne uno nuovo.

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