domenica 25 gennaio 2026

Sentimental Value

Joachim Trier 

Non solo un personaggio richiama Ingmar Bergman, ma in sé è (modernamente) bergmaniano Sentimental Value di Joachim Trier, scritto con Eskil Vogt: film denso e bello dove molti rivoli di sceneggiatura sono padroneggiati con mano ferma dal regista e confluiscono maestosamente in un grande fiume narrativo sui temi fondamentali del cinema di Trier: l’identità, l’amore, la perdita. Nonché la memoria: magari anche la memoria della casa di famiglia, che la protagonista Nora (Renate Reinsve) in un tema scritto da bambina aveva umanizzato, dicendo che la casa si dispiaceva per il rumore dei litigi. Non per nulla, in un muro v’è da anni una grande crepa.
Nora, dal nome ibseniano, è un’attrice psicologicamente fragile (il film inizia con una sua crisi prima di andare in scena), segnata per sempre dalla spaccatura della famiglia e poi dalla depressione e suicidio della madre. La sua sorella minore sposata, Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), è “sopravvissuta” – come sentiamo in una bellissima scena intima di dialogo – perché Nora le ha fatto da madre sostitutiva. Il padre Gustav Borg (Stellan Skarsgård), famoso regista cinematografico, dopo essersene andato è ritornato; nel difficile rapporto con la famiglia e nell’ineluttabile egoismo del genio il modello cui Trier si ispira sembra in effetti Bergman. Il tema del suicidio è ritornante del film accanto a quello della memoria (anche storica: la Resistenza) e del rapporto fra Gustav e le due figlie. In un passaggio – forse inutile – di morphing il primissimo piano di lui si fonde con quello di Nora e Agnes.
Il padre ha scritto un film da girare con Nora protagonista: un modo per riflettere sul passato; ma lei rifiuta. Al suo posto Borg introduce, facendole tingere i capelli per trasformarla in una quasi sosia, la giovane star americana Rachel (una bravissima Elle Fanning), che però si rende conto che quel copione non è per lei.
Come si vede, la rappresentazione ha un grande ruolo nel gioco di rifrazioni e di correnti psicologiche sotterranee che nutre il film, scandito da neri che lo dividono in sezioni come un romanzo in capitoli e che potenziano con la loro breve sospensione narrativa il carico psicologico. Lo splendido montaggio di Olivier Bugge Coutté appare fluido ma è di una nettezza chirurgica ed è in realtà ingannevole (ossia, alcune inquadrature sembrano in continuità ma non lo sono). Esempio: in una scena Nora torna a casa dopo un litigio col padre, a una festa, che ha imbarazzato tutti. Poi la vediamo a casa che si mette a piangere – ma invece era a teatro durante le prove del dramma che deve mettere in scena. Un altro esempio dà nerbo alla conclusione, dove quella che sembra narrazione oggettiva si rivela scena del film che viene girato (“Cut!”), con una consecutio impossibile – su un set per un cambio di ambiente si devono preparare le luci e quant’altro – nell’ambito di una riappacificazione che potrebbe anche suggerire un cambiamento di sceneggiatura rispetto a quella che già conosciamo: nel film come nella vita. Un montaggio che affascina e commuove.

Nessun commento: