Park Chan-wook
Nell’eccellente
black comedy di Park Chan-wook No Other Choice – Non c’è altra
scelta, i titoli di coda (non temete, niente spoiler!) compaiono
prima su immagini di abbattimento e sminuzzamento dei tronchi, poi su
diversi tipi e quindi diversi usi di carta. Il film è la storia di
una serie di omicidi, ma anche una lezione sull’importanza della
carta nella nostra civiltà, onde ha buon gioco nel porre l’equazione
simbolica carta=mondo (che illumina sinistramente il finale). Ma val
la pensa di soffermarsi su un particolare. La carta meno pregiata è
fatta di polpa di legno (inglese pulp); nel 2019, sentiamo, il
protagonista Man-su (il grande attore Lee Byung-hun), abile tecnico
della carta, è stato nominato pulp man dell’anno. Ora, i pulp
erano le famose riviste di racconti gialli, fantastici e altro della
prima metà del Novecento, chiamate così perché stampate su carta
di bassa qualità, che pubblicavano racconti popolari immediati e
brutali, ovvero pulp fiction (ricorda qualcosa?).
Un
racconto a tinte ironicamente pulp è messo in scena da Park
Chan-wook per riflettere su come il turbocapitalismo crei una
situazione di homo homini lupus. Il gentile Man-su ha un buon lavoro,
una bella famiglia, una bella casa, due bei cani; il film inizia su
una scena di puro Mulino Bianco coreano, con la famiglia in giardino
e lui che arrostisce un’anguilla mandata dalla ditta come segno
(crede) di gratitudine per il suo lavoro. Ma il regista inquadra
immediatamente un nuvolone grigio di cattivo augurio. Man-su viene
licenziato (l’anguilla in dono era il classico tocco di ipocrisia
dell’amministrazione); gli americani che hanno comprato la cartiera
hanno deciso di ridurre il personale del venti per cento. È la
rovina: la famiglia deve rinunciare ai suoi agi (gran tocco
sarcastico: persino a Netflix) e sta per perdere la casa.
Alla
notizia del licenziamento Man-su ha cercato di implorare i delegati
americani e uno, infilandosi in macchina senza ascoltarlo, ha
borbottato che non è una loro scelta – come dire, non c’è other
choice. Questa lezione di turbocapitalismo si imprime su Man-su (la
parola choice è ovviamente il perno del film). Quando, mesi dopo,
Man-su ha la possibilità di trovare un lavoro che non sia
sottopagato, davanti a lui ci sono tre concorrenti meglio piazzati;
così decide di ucciderli. Niente di personale, ma “non c’è
altra scelta”.
In
tutto il suo cinema Park Chan-wook mette in scena la violenza (basta
ricordare la “trilogia della vendetta”), ma stavolta la declina
in forme di nera comicità, con un gusto del buffo grottesco che
rientra bene nel quadro dell’umorismo estremo orientale. Per
esempio il primo omicidio, che è quasi un film nel film, culminante
in una superba sequenza a tre, è impagabile. Quello della carta è
solo uno degli elementi simbolici sottilmente intessuti che ritornano
in un film oltraggiosamente ricco: la coltivazione delle piante, i
bonsai, l’equiparazione fra uomini e maiali, l’identificazione
(Man-su parlando con la moglie si appropria del fraseggio dell’uomo
che sta sorvegliando per ucciderlo), l’atto della sepoltura (Park
Chan-wook è affascinato dall’immagine della fossa, che ritorna in
più d’un suo film). Per non parlare della moltiplicazione dei
subplot (il rapporto con la moglie, la vita privata delle vittime, la
bambina violoncellista che inventa un sistema segnico personale). Lo
stile è scatenato, con un montaggio per analogia e contrasto che
sembra voler giocare con lo spettatore, portarlo fuori strada,
confonderlo nel caos proprio come è confuso il mondo morale e
materiale di Man-su, insicuro fino al punto di scriversi le cose da
dire sul palmo, ma irrevocabilmente determinato all’omicidio in
nome della famiglia. No Other Choice non raggiungerà il livello del
sublime Decision to Leave, il precedente film di Park Chan-wook, del
2022 – ma è grande cinema. Dove naturalmente Park non mira al puro
divertimento: il suo è un crudele apologo alla Jonathan Swift.

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