sabato 10 gennaio 2026

No Other Choice - Non c'è altra scelta

Park Chan-wook

Nell’eccellente black comedy di Park Chan-wook No Other Choice – Non c’è altra scelta, i titoli di coda (non temete, niente spoiler!) compaiono prima su immagini di abbattimento e sminuzzamento dei tronchi, poi su diversi tipi e quindi diversi usi di carta. Il film è la storia di una serie di omicidi, ma anche una lezione sull’importanza della carta nella nostra civiltà, onde ha buon gioco nel porre l’equazione simbolica carta=mondo (che illumina sinistramente il finale). Ma val la pensa di soffermarsi su un particolare. La carta meno pregiata è fatta di polpa di legno (inglese pulp); nel 2019, sentiamo, il protagonista Man-su (il grande attore Lee Byung-hun), abile tecnico della carta, è stato nominato pulp man dell’anno. Ora, i pulp erano le famose riviste di racconti gialli, fantastici e altro della prima metà del Novecento, chiamate così perché stampate su carta di bassa qualità, che pubblicavano racconti popolari immediati e brutali, ovvero pulp fiction (ricorda qualcosa?).
Un racconto a tinte ironicamente pulp è messo in scena da Park Chan-wook per riflettere su come il turbocapitalismo crei una situazione di homo homini lupus. Il gentile Man-su ha un buon lavoro, una bella famiglia, una bella casa, due bei cani; il film inizia su una scena di puro Mulino Bianco coreano, con la famiglia in giardino e lui che arrostisce un’anguilla mandata dalla ditta come segno (crede) di gratitudine per il suo lavoro. Ma il regista inquadra immediatamente un nuvolone grigio di cattivo augurio. Man-su viene licenziato (l’anguilla in dono era il classico tocco di ipocrisia dell’amministrazione); gli americani che hanno comprato la cartiera hanno deciso di ridurre il personale del venti per cento. È la rovina: la famiglia deve rinunciare ai suoi agi (gran tocco sarcastico: persino a Netflix) e sta per perdere la casa.
Alla notizia del licenziamento Man-su ha cercato di implorare i delegati americani e uno, infilandosi in macchina senza ascoltarlo, ha borbottato che non è una loro scelta – come dire, non c’è other choice. Questa lezione di turbocapitalismo si imprime su Man-su (la parola choice è ovviamente il perno del film). Quando, mesi dopo, Man-su ha la possibilità di trovare un lavoro che non sia sottopagato, davanti a lui ci sono tre concorrenti meglio piazzati; così decide di ucciderli. Niente di personale, ma “non c’è altra scelta”.
In tutto il suo cinema Park Chan-wook mette in scena la violenza (basta ricordare la “trilogia della vendetta”), ma stavolta la declina in forme di nera comicità, con un gusto del buffo grottesco che rientra bene nel quadro dell’umorismo estremo orientale. Per esempio il primo omicidio, che è quasi un film nel film, culminante in una superba sequenza a tre, è impagabile. Quello della carta è solo uno degli elementi simbolici sottilmente intessuti che ritornano in un film oltraggiosamente ricco: la coltivazione delle piante, i bonsai, l’equiparazione fra uomini e maiali, l’identificazione (Man-su parlando con la moglie si appropria del fraseggio dell’uomo che sta sorvegliando per ucciderlo), l’atto della sepoltura (Park Chan-wook è affascinato dall’immagine della fossa, che ritorna in più d’un suo film). Per non parlare della moltiplicazione dei subplot (il rapporto con la moglie, la vita privata delle vittime, la bambina violoncellista che inventa un sistema segnico personale). Lo stile è scatenato, con un montaggio per analogia e contrasto che sembra voler giocare con lo spettatore, portarlo fuori strada, confonderlo nel caos proprio come è confuso il mondo morale e materiale di Man-su, insicuro fino al punto di scriversi le cose da dire sul palmo, ma irrevocabilmente determinato all’omicidio in nome della famiglia. No Other Choice non raggiungerà il livello del sublime Decision to Leave, il precedente film di Park Chan-wook, del 2022 – ma è grande cinema. Dove naturalmente Park non mira al puro divertimento: il suo è un crudele apologo alla Jonathan Swift.

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