Jim Jarmusch
Con
il bellissimo Father Mother Sister
Brother, vincitore alla
Mostra di Venezia e appena
uscito in sala, Jim
Jarmusch torna all’immediatezza intima e minimale dei suoi
primissimi film. Ma non credo che ci si possa riferire
all’improvvisazione jazz per questo film in tre episodi, quanto
piuttosto alla musica classica. Father
Mother Sister Brother è,
piuttosto, vicino alla forma della sonata: esposizione dei temi –
loro rielaborazione variata – ripresa che
sviluppa e conclude i primi due.
Come si vede, si tratta di un movimento dialettico.
Altro
aspetto della struttura del film che ricorda la musica classica, in
Father Mother Sister Brother i tre episodi (ma possiamo ben dire i
tre movimenti) sono al loro interno un’autentica tessitura di temi
e variazioni. Ritornano concetti narrativi come il fatto di
incontrarsi raramente, i ricordi concretizzati nelle fotografie, la
metafora di Desolandia nel dialogo, gli accenni alla droga, nonché
ricorrenze secondarie molto visibili quali il brindisi sempre
accompagnato dalla domanda se si possa brindare con quei liquidi non
adatti (acqua, tè, caffè), le inquadrature a piombo sui brindisi e
sul cibo, il finto Rolex (o forse non finto) che riappare quasi come
un personaggio, gli skaters sulla strada, la frase britannica (non
americana) “And Bob’s your uncle” (all’incirca, “Ecco qua!
Mica difficile!”)...
L’elemento
unificante è doppio: la genitorialità e l’assenza. Jarmusch
dipinge in acquerelli allusivi e memorabili le correnti sotterranee
dei legami familiari nella “presa diretta” di tre incontri di
figli con un singolo genitore (nel terzo episodio i genitori sono due
ma unificati nella morte): due incontri basati sull’impaccio, dove
l’impaccio si trasforma in una sorta di stupore, l’affetto si
incrocia col “dover essere” – da entrambe le parti; ed un terzo
dove si fanno i conti con la potenza negativa dell’assenza totale e
con i segni del ricordo.
Nel
primo episodio, l’assenza della madre morta da tempo sottolinea il
rapporto distante col padre, quando i cittadini Adam Driver e Mayim
Bialik vanno a trovare il padre Tom Waits che vive solo e
squattrinato nelle campagne del New Jersey (nota i cartelli stradali
ominous in apertura). È un mix di affetto mezzo sincero e mezzo “di
dovere”, di illustrazione, coi debiti ringraziamenti, delle cibarie
portate, di small talk, di silenzi e di imbarazzo. In un attimo
spiazzante compare perfino (piccolo gustoso scherzo jarmuschiano)
l’ascia di Shining. E la conclusione, quando i due sono andati via
dopo aver assolto al loro dovere filiale, e dopo che Adam Driver ha
passato al padre qualche dollaro, si rovescia in una beffa degna del
Decameron. Il padre scopre da sotto un telo la sua vera auto (non il
catorcio in bella mostra) e telefona a un’amichetta per andare a
spassarsela coi soldi dati dal figlio.
Spostamento
a Dublino – Jarmusch si diverte a variare le situazioni biografiche
e di classe sociale, e anche geografiche: New Jersey, Dublino, Parigi
– dove Charlotte Rampling è un’anziana scrittrice ricca e
famosa. Una volta all’anno (pur abitando nella stessa città) vanno
a trovarla le due figlie Cate Blanchett e Vicky Krieps. Qui il tema
dell’assenza non fondato dalla mancanza del padre (inesistente, mai
nominato) ma dal rapporto algido con la madre (Charlotte Rampling dà
una splendida lezione di signorilità vagamente intimidatoria),
teoricamente affettuoso ma formale quanto il tè con pasticcini
servito sulla splendida tavola. Di fronte alla madre le figlie
cercano di proporsi come figure con un minimo di successo – senza
esserlo. La comunicazione fra tutt’e tre è, come prima,
superficiale e impacciata.
Il
terzo episodio, a Parigi, mostra due gemelli americani, maschio e
femmina, Indya Moore e Luka Sabbat, affezionati ma ciascuno con la
propria vita, mezzi fricchettoni ma di buona famiglia e buona classe
sociale. A differenza degli altri personaggi, la perdita è
recentissima: i genitori, anche loro “anticonvenzionali”, sono
morti in un incidente aereo. A differenza degli altri personaggi, fra
loro non c’è incomunicabilità, si capiscono istantaneamente (la
legge dei gemelli, dicono). Ritornano alle tracce dei genitori (il
loro appartamento vuoto, gli oggetti, i ricordi), ritornano al
passato – e scoprono in quei frammenti del passato i segni di una
comprensione perduta. Dopo aver visitato un mausoleo del ricordo,
ossia il garage dove il passato è accumulato (e destinato a
restarci), si allontanano abbracciati. Bisogna aggiungere che un un
film tutto fondato sul non detto, molto è lasciato alla soggettività
dello spettatore.
Ritorna
la menzione, come luogo metaforico di vita, di Desolandia (ingegnosa
traduzione italiana di Nowheresville, che però ha il torto di
sottolineare più il concetto della tristezza che quello
dell’assenza): un nome che indica la vuotezza del mondo che ha
sostituito quello familiare (“concreto”) dell’infanzia, in cui
tutto si accetta come naturale. Si direbbe che essere usciti – non
per scelta ma a causa del tempo e dell’inevitabile sviluppo delle
cose – dall’alveo primario della famiglia significa essersi
trovati catapultati in una vacuità fredda; e non si torna indietro.
“Questo mondo è così fragile”. “Tutto è casuale”. Senza
arrivare al nichilismo della barzelletta sui tre pianeti che Vicky
Krieps racconta a Charlotte Rampling, resta che in Desolandia noi
viviamo, e siamo soli. Tutta l’opera di Jarmusch, ammiratore di Ozu
e lettore dello Hagakure, si può considerare una gigantesca
meditazione sul Vuoto, declinato in tanti modi, qui riportato alla
sua forma più pura e originaria.

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