domenica 4 gennaio 2026

Father Mother Sister Brother

Jim Jarmusch

Con il bellissimo Father Mother Sister Brother, vincitore alla Mostra di Venezia e appena uscito in sala, Jim Jarmusch torna all’immediatezza intima e minimale dei suoi primissimi film. Ma non credo che ci si possa riferire all’improvvisazione jazz per questo film in tre episodi, quanto piuttosto alla musica classica. Father Mother Sister Brother è, piuttosto, vicino alla forma della sonata: esposizione dei temi – loro rielaborazione variata – ripresa che sviluppa e conclude i primi due. Come si vede, si tratta di un movimento dialettico.
Altro aspetto della struttura del film che ricorda la musica classica, in Father Mother Sister Brother i tre episodi (ma possiamo ben dire i tre movimenti) sono al loro interno un’autentica tessitura di temi e variazioni. Ritornano concetti narrativi come il fatto di incontrarsi raramente, i ricordi concretizzati nelle fotografie, la metafora di Desolandia nel dialogo, gli accenni alla droga, nonché ricorrenze secondarie molto visibili quali il brindisi sempre accompagnato dalla domanda se si possa brindare con quei liquidi non adatti (acqua, tè, caffè), le inquadrature a piombo sui brindisi e sul cibo, il finto Rolex (o forse non finto) che riappare quasi come un personaggio, gli skaters sulla strada, la frase britannica (non americana) “And Bob’s your uncle” (all’incirca, “Ecco qua! Mica difficile!”)...
L’elemento unificante è doppio: la genitorialità e l’assenza. Jarmusch dipinge in acquerelli allusivi e memorabili le correnti sotterranee dei legami familiari nella “presa diretta” di tre incontri di figli con un singolo genitore (nel terzo episodio i genitori sono due ma unificati nella morte): due incontri basati sull’impaccio, dove l’impaccio si trasforma in una sorta di stupore, l’affetto si incrocia col “dover essere” – da entrambe le parti; ed un terzo dove si fanno i conti con la potenza negativa dell’assenza totale e con i segni del ricordo.
Nel primo episodio, l’assenza della madre morta da tempo sottolinea il rapporto distante col padre, quando i cittadini Adam Driver e Mayim Bialik vanno a trovare il padre Tom Waits che vive solo e squattrinato nelle campagne del New Jersey (nota i cartelli stradali ominous in apertura). È un mix di affetto mezzo sincero e mezzo “di dovere”, di illustrazione, coi debiti ringraziamenti, delle cibarie portate, di small talk, di silenzi e di imbarazzo. In un attimo spiazzante compare perfino (piccolo gustoso scherzo jarmuschiano) l’ascia di Shining. E la conclusione, quando i due sono andati via dopo aver assolto al loro dovere filiale, e dopo che Adam Driver ha passato al padre qualche dollaro, si rovescia in una beffa degna del Decameron. Il padre scopre da sotto un telo la sua vera auto (non il catorcio in bella mostra) e telefona a un’amichetta per andare a spassarsela coi soldi dati dal figlio.
Spostamento a Dublino – Jarmusch si diverte a variare le situazioni biografiche e di classe sociale, e anche geografiche: New Jersey, Dublino, Parigi – dove Charlotte Rampling è un’anziana scrittrice ricca e famosa. Una volta all’anno (pur abitando nella stessa città) vanno a trovarla le due figlie Cate Blanchett e Vicky Krieps. Qui il tema dell’assenza non fondato dalla mancanza del padre (inesistente, mai nominato) ma dal rapporto algido con la madre (Charlotte Rampling dà una splendida lezione di signorilità vagamente intimidatoria), teoricamente affettuoso ma formale quanto il tè con pasticcini servito sulla splendida tavola. Di fronte alla madre le figlie cercano di proporsi come figure con un minimo di successo – senza esserlo. La comunicazione fra tutt’e tre è, come prima, superficiale e impacciata.
Il terzo episodio, a Parigi, mostra due gemelli americani, maschio e femmina, Indya Moore e Luka Sabbat, affezionati ma ciascuno con la propria vita, mezzi fricchettoni ma di buona famiglia e buona classe sociale. A differenza degli altri personaggi, la perdita è recentissima: i genitori, anche loro “anticonvenzionali”, sono morti in un incidente aereo. A differenza degli altri personaggi, fra loro non c’è incomunicabilità, si capiscono istantaneamente (la legge dei gemelli, dicono). Ritornano alle tracce dei genitori (il loro appartamento vuoto, gli oggetti, i ricordi), ritornano al passato – e scoprono in quei frammenti del passato i segni di una comprensione perduta. Dopo aver visitato un mausoleo del ricordo, ossia il garage dove il passato è accumulato (e destinato a restarci), si allontanano abbracciati. Bisogna aggiungere che un un film tutto fondato sul non detto, molto è lasciato alla soggettività dello spettatore.
Ritorna la menzione, come luogo metaforico di vita, di Desolandia (ingegnosa traduzione italiana di Nowheresville, che però ha il torto di sottolineare più il concetto della tristezza che quello dell’assenza): un nome che indica la vuotezza del mondo che ha sostituito quello familiare (“concreto”) dell’infanzia, in cui tutto si accetta come naturale. Si direbbe che essere usciti – non per scelta ma a causa del tempo e dell’inevitabile sviluppo delle cose – dall’alveo primario della famiglia significa essersi trovati catapultati in una vacuità fredda; e non si torna indietro. “Questo mondo è così fragile”. “Tutto è casuale”. Senza arrivare al nichilismo della barzelletta sui tre pianeti che Vicky Krieps racconta a Charlotte Rampling, resta che in Desolandia noi viviamo, e siamo soli. Tutta l’opera di Jarmusch, ammiratore di Ozu e lettore dello Hagakure, si può considerare una gigantesca meditazione sul Vuoto, declinato in tanti modi, qui riportato alla sua forma più pura e originaria.

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