giovedì 29 gennaio 2026

Andrea Màzzoli – Il pittore dei ricordi

Tomas Sbrissa

Vorrei segnalare che si può finalmente vedere, su PrimeVideo, il bel documentario di Tomas Sbrissa (regista e montatore) Andrea Màzzoli – Il pittore dei ricordiIl documentario è agile, disegna l’opera e il personaggio con precisione, avvalendosi di un bel montaggio (del regista) e anche un buon uso dello split screen. Dà la parola al pittore friulano per fargli raccontare di sé e del suo mondo, mentre scorre sui suoi quadri, che personalmente trovo ricchi di fascino. Mazzoli parte come pittore (iper)realista della natura (lo vediamo lavorare a un bel tondo con una famiglia di volpi). “Mi hanno sempre etichettato come pittore di animali e caccia”, dice, ma ha sempre dipinto animali selvatici e cani, di rado la caccia. Nel presente, la sua arte nasce da una nostalgia e da un rimpianto: i vecchi muri delle vecchie case, che intanto non erano freddi e asettici come quelli di oggi, e poi “sono testimoni del tempo”. Hanno visto gente nascere e morire, partire per la guerra, hanno visto l’emigrazione e le lacrime. “Pittore dei ricordi”, Mazzoli vuole dare nuova vita al passato. Così compie un’operazione nuova e assai interessante: usa come supporto “strappi” di vecchio intonaco, preso per esempio da una villa destinata alla demolizione, e dà loro nuova vita inserendovi i suoi amati animali (un pettirosso, un passero, una ghiandaia) od oggetti vari, come una caffettiera, delle scarpette, una giacca, oppure un vecchio secchiaio (seglâr, acquaio) friulano. La matericità scabra, tattile, dell’intonaco si unisce ottimamente alla fluidità bidimensionale, illusionistica, dell’aggiunta dipinta. E la pittura si inserisce nelle fratture o asperità dell’intonaco. In un eccellente lavoro sulle api, gli insetti “entrano” nel quadro da una crepa esistente, o creata, nel supporto: “attraverso questo buco”.
Mazzoli ha intitolato il dipinto “God Save the Queen” per ricordare il pericolo che grava sulle api per la scomparsa dei prati e quindi dei fiori. La sua visione in generale è pessimista: “Se andiamo avanti di questo passo, non ne saltiamo fuori… Il mondo ha preso la sua strada verso la fine”. Di qui quella voglia, o forse quell’ansia, di ricreare il passato attraverso la sua opera, di fissare sull’immagine il ricordo.
E questo vale per il paesaggio dei magredi, che crea il terzo tema del documentario dopo quelli, mescolati, dell’autobiografia e della pittura su intonaco. Mazzoli ama con passione questo passaggio, estrema propaggine occidentale della steppa russa (sono parole sue). “Non sono più i magredi di una volta”, sono ridotti a “fazzoletto” dall’invasione della modernità, e per questo li dipinge. “Non riesco a rassegnarmi di non vedere più queste cose”. Il suo realismo crea splendidi panorami di questo paesaggio povero, attraverso un uso magistrale del colore.
È questo “il motore” che lo fa andare: il ricordo: ma non solo come consolazione, come trasmissione dell’immagine al futuro.

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