Tomas Sbrissa
Vorrei
segnalare che si può
finalmente vedere, su PrimeVideo, il bel documentario di Tomas
Sbrissa (regista e montatore) Andrea Màzzoli – Il pittore dei
ricordi. Il
documentario è agile,
disegna l’opera e il personaggio con precisione, avvalendosi
di un bel montaggio (del
regista) e anche un buon uso dello split screen. Dà la parola al
pittore friulano
per fargli
raccontare di sé e del suo
mondo, mentre scorre sui suoi quadri, che personalmente trovo ricchi
di fascino. Mazzoli parte come pittore (iper)realista della natura
(lo vediamo lavorare a un bel tondo con una famiglia di volpi). “Mi
hanno sempre etichettato come pittore di animali e caccia”, dice,
ma ha sempre dipinto animali selvatici e cani, di rado
la caccia. Nel presente, la
sua arte nasce da una nostalgia e da un rimpianto: i vecchi muri
delle vecchie case, che intanto non erano freddi e asettici come
quelli di oggi, e poi “sono testimoni del tempo”. Hanno visto
gente nascere e morire, partire per la guerra, hanno visto
l’emigrazione e le lacrime. “Pittore dei ricordi”, Mazzoli
vuole dare nuova vita al passato. Così compie un’operazione nuova
e assai interessante: usa come supporto “strappi” di vecchio
intonaco, preso per esempio da una villa destinata alla demolizione,
e dà loro nuova vita inserendovi i suoi amati animali (un
pettirosso, un passero, una ghiandaia) od oggetti vari, come una
caffettiera, delle scarpette, una giacca, oppure un vecchio secchiaio
(seglâr, acquaio) friulano.
La matericità scabra,
tattile, dell’intonaco si unisce ottimamente alla fluidità
bidimensionale, illusionistica, dell’aggiunta dipinta. E la pittura
si inserisce nelle fratture o asperità dell’intonaco. In un
eccellente lavoro sulle api, gli insetti “entrano” nel quadro da
una crepa esistente, o creata, nel supporto: “attraverso
questo buco”.
Mazzoli
ha intitolato il dipinto “God Save the Queen” per ricordare il
pericolo che grava sulle api per la scomparsa dei prati e quindi dei
fiori. La sua visione in generale è pessimista: “Se andiamo avanti
di questo passo, non ne saltiamo fuori… Il mondo ha preso la sua
strada verso la fine”. Di
qui quella voglia, o forse quell’ansia, di ricreare il passato
attraverso la sua opera, di fissare sull’immagine il ricordo.
E
questo vale per il paesaggio dei magredi, che crea il terzo tema del
documentario dopo quelli, mescolati, dell’autobiografia e della
pittura su intonaco. Mazzoli ama con passione questo passaggio,
estrema propaggine occidentale della steppa russa (sono parole sue).
“Non sono più i magredi di una volta”, sono ridotti a
“fazzoletto” dall’invasione della modernità, e per questo li
dipinge. “Non riesco a rassegnarmi di non vedere più queste cose”.
Il suo realismo crea splendidi panorami di questo paesaggio povero,
attraverso un uso magistrale del colore.
È
questo “il motore” che lo fa andare: il ricordo: ma non solo come
consolazione, come trasmissione dell’immagine al futuro.

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