Luciano Tovoli
Luciano
Tovoli è un grande direttore della fotografia, da Suspiria a Titus
per fare solo due nomi, e regista di un solo film del 1983, poco
visto, Il generale dell’armata morta (liberamente tratto da Ismail
Kadaré). Bisogna ringraziare il Visionario e la Mediateca “Mario
Quargnolo” per averci dato l’occasione, lunedì 24, di apprezzare
su grande schermo questo eccellente film, presentato dall’autore.
Magnificamente
fotografato – da Tovoli stesso – e montato (basta vedere lo
splendido inizio nel cimitero), il film si basa su una bella
sceneggiatura di Luciano Tovoli e Michel Piccoli con la supervisione
di Jean-Claude Carrière. Un generale (Mastroianni) e un colonnello
cappellano militare (Piccoli), entrambi innamorati di una contessa
vedova (Anouk Aimée), girano per un’Albania spettrale con il
compito di recuperare le ossa dei caduti italiani – e in
particolare quelle del colonnello Di Brienni, marito della contessa,
la cui tomba in Italia è vuota.
La
ricerca dei due militari – comprendente l’incontro con un
buffonesco generale tedesco (Gérard Klein) – finisce per diventare
negli atteggiamenti un “doppio parodico” della guerra stessa. Il
delirio militar-alcoolico del generale (che durante la guerra era
alla scrivania) e l’ambiguità tormentata del cappellano, mentre i
due si spiano, proiettano il film in una dimensione grottesca.
Bellissima la fluidità con cui dal quadro narrativo drammatico di
partenza il film si trasforma via via in una sorta di commedia nera
“inverando” in tal senso quelli che nella prima parte sembravano
eccessi di caratterizzazione (come il linguaggio letterario della
contessa).
A
un certo punto, nella parte iniziale, una frase della contessa
contiene una citazione nascosta della Lenore di Bürger (la ballata
romantica sul soldato morto che esce dalla tomba per rapire la
fidanzata), e questo concetto si proietta su tutto il film: la
necessità che l’amato marito morto venga ritrovato e
definitivamente sepolto. Ma credo si possa dire che vale anche al di
là del singolo personaggio, con i corpi scheletriti dei soldati
morti, identificati dalle piastrine, che metaforicamente sembrano
tendersi ad afferrare un Paese che d’abitudine dimentica (o
traveste) il passato per non affrontarlo.
Il
generale dell’armata morta doveva essere girato in Albania ma il
governo italiano fece pressione su quello albanese per impedirlo.
Tovoli non si arrese e lo girò negli Abruzzi; è una sua piccola
gustosa vendetta l’aver inserito nel testo, quasi un inner joke, un
richiamo a L’Armata Sagapò, cioè il più famoso caso di
intervento repressivo nella storia del cinema italiano. Tuttavia il
film non ebbe una distribuzione accettabile in Italia (mentre in
Francia sì). Il libro Una storia scomoda di Antonio Caiazza,
presente alla proiezione assieme a Luciano Tovoli, parla di questa
storia.

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